Questo volume di Emanuele Giordana, docente di Storia della teologia presso l’Istituto di Scienze religiose di Cuneo, ci presenta il frutto di un lungo e meditato percorso di approfondimento critico sui rapporti, non certo semplici e scontati, storicamente e teologicamente, fra ebraismo e cristianesimo.
Il libro è diviso in due parti, introdotte da una breve ma incisiva prefazione di Massimo Giuliani (pp. 5-9), uno dei massimi esperti di storia del pensiero ebraico in Italia e autore, egli stesso, di fondamentali contributi dedicati alla conoscenza del pensiero teologico ebraico.
Nella prima parte (pp. 19-133), l’A. ripercorre sinteticamente la voce di 12 personalità che hanno offerto un contributo rilevante al modo in cui il cristianesimo viene percepito, capito o interpretato, all’interno della sensibilità ebraica. Riguardo a queste voci che, per ammissione dello stesso A., non esauriscono certo il punto di vista ebraico ma ne rappresentano degnamente le molteplici sfaccettature talvolta anche alternative, dobbiamo dire che si tratta per lo più di rabbini, filosofi, esegeti e intellettuali le cui riflessioni rappresentano, soprattutto per il cristiano, una fondamentale pro-vocazione teologica. Si tratta di Leo Baeck, Shalom Ben-Chorin, Jules Isaac, Elia Benamozegh, Franz Rosenzweig, Michal Wyschogrod, Jacob Taubes, Emil Fackenheim, Primo Levi, Martin Buber, Daniel Boyarin e Jacob Neusner, nomi tra i più grandi del dialogo ebraico-cristiano, eppure spesso non sempre sufficientemente letti, meditati e conosciuti. La finalità di questa sezione è quella di avvicinare il lettore a un possibile punto di vista ebraico diversificato e complesso nonché far percepire la qualità e la profondità degli interlocutori con cui è necessario misurarsi.
La seconda parte del volume (pp. 137-280) affronta invece i problemi e i criteri di un confronto ritenuto “anomalo”, “asimmetrico” e allo stesso tempo “paradigmatico”, quindi unico e particolare. Questa seconda sezione del libro non può che partire da un forte ed efficace richiamo al paragrafo 4 della dichiarazione Nostra aetate del concilio Vaticano II, la quale rappresenta giustamente una sorta di testo-evento, un documento con un’impostazione talmente innovativa riguardo l’ebraismo che si può parlare di una vera e propria rivoluzione, se vogliamo una teshuvà (una conversione). Com’è noto, il testo esprime il profondo ripensamento svolto da Giovanni XXIII sul dossier presentatogli nel 1960 da Jules Isaac (opportunamente richiamato alle pp. 39-45) in cui l’A., cercando di ricostruire i motivi che avevano portato alla tragedia della Shoà, denunciava esplicitamente quell’insegnamento del disprezzo che la chiesa cattolica aveva disseminato per secoli nella predicazione, nei documenti magisteriali e perfino nella prassi liturgica. Un antigiudaismo che non avrebbe mai più dovuto trovare cittadinanza nel pensiero cristiano.
Il documento del Vaticano II è però piuttosto datato e non esaurisce certo gli spazi di pensiero riguardo le relazioni ebraico-cristiane. Possiamo anzi dire che ne esibisce alcuni limiti intrinseci i quali esigono oggi un ponderato ripensamento e un approfondimento teologico. A questo proposito Giordana ripercorre con lucidità quegli aspetti della teologia cristiana che a suo parere sono ancora oggetto di attrito fra le due fedi quali, ad esempio, il consolidamento teorico delle relazioni fra Primo (piuttosto che “Vecchio” o “Antico”) e Nuovo Testamento (pp. 149- 178); l’ambiguità nell’uso del concetto di “Alleanza mai revocata” (pp. 179-189), e la doppia esigenza, genealogica e fenomenologica, del riconoscimento di una priorità dell’ebraismo sul cristianesimo (pp. 190-202). Conclude questa sezione una serrata analisi delle questioni aperte dalle precedenti considerazioni che riguardano: 1) la possibile liceità, fecondità e originalità di un’esegesi “tipologica” del Primo Testamento; 2) il significato teologicamente profondo dell’elezione di Israele (pp. 207-210), e infine: 3) la necessità di rettificare completamente quella che è stata per secoli una “teologia della sostituzione”, ovvero una rivendicazione non solo simbolica delle promesse di salvezza rivolte a Israele da parte della chiesa. Questioni che riemergono ancora, nonostante il documento conciliare, anche in varie elaborazioni teologiche contemporanee.
A questi tre nuclei tematici dovremmo aggiungerne (anche a parere di Giuliani che ne accenna nella prefazione) almeno un quarto, ancor oggi motivo di incomprensione tra le due fedi, ovvero quello del rapporto simbolico e strutturale del popolo d’Israele con la terra “promessa” e dunque la valutazione della rilevanza teologica del sionismo classico per la stessa autocomprensione ebraica (indipendentemente dalle declinazioni politiche contemporanee). Completano il volume alcune considerazioni metodologiche di grande importanza come ad esempio il riconoscimento, da un lato, di una differenza di forme storiche ineliminabile tra le due fedi (pp. 217-219) e, dall’altra, la valorizzazione di quella che l’A. chiama una “grammatica comune” (pp. 220-222). Una grammatica che, oltre all’interpretazione della «relazione alla trascendenza divina come creazione piuttosto che come partecipazione o emanazione», si caratterizza per una particolare «sensibilità alla storia, alla coscienza e alla relazione interiore tra riferimento a Dio e attenzione al prossimo» (p. 220). Infine, e non è cosa da poco, il richiamo netto e consapevole all’ebraicità di Gesù (e di san Paolo naturalmente), intesa come patrimonio comune e permanente la cui ermeneutica però rimane allo stato attuale problematica. Analogo discorso, ovviamente, vale anche, e soprattutto, per la concezione messianica, che appare davvero a tratti incommensurabile. Con questi criteri in mente, Giordana auspica un ripensamento più profondo e generale dello stesso logos (e dunque della teologia) non solo in senso greco-ellenistico ma anche e soprattutto in senso biblico. Un tema questo, ricordiamo, sollevato con grande lucidità anche da Benedetto XVI che aveva parlato in più occasioni della necessità di estendere ed allargare il concetto di ragione.
Si tratterebbe dunque, secondo l’A., di provare a pensare una teologia cristiana post-sostitutiva dell’ebraismo che eviti la «tentazione dell’appropriazione» (p. 247) e lo faccia proprio a partire da quell’evento traumatico che è stato la Shoà, inteso come culmine del processo di responsabilità riguardo al secolare insegnamento del disprezzo, ma anche luogo di esposizione scarnificato e disarmante dei problemi riguardanti la continuità e la discontinuità tra le due fedi. Da questo punto di vista, con le parole di Riccardo Battocchio, Giordana invoca una nuova teologia cristiana dell’ebraismo che dovrebbe essere dunque «fedele al proprio oggetto, incompiuta, escatologica, responsabile e testimoniale» (p. 246) e l’A. aggiunge anche: “coraggiosa”. Tentativo coraggioso appunto quello dell’A. che, nell’articolato percorso svolto, risponde con argomenti nuovi e ponderati a paradigmi ormai vecchi e inservibili offrendoci però strumenti metodologici utili per superarli e disegnare una nuova teologia cristiana in generale. Il volume è raccomandabile alla lettura di tutti gli insegnanti di religione cattolica e a tutti gli studiosi che, su questo tema, troveranno qui un’efficace sintesi dello status quaestionis.
M. Grusovin, in
Studia Patavina 1/2026, 187-189