Un manuale di teologia pastorale. Può aiutarci a comprendere che cosa studia questa disciplina?
Al suo esordio, nella seconda metà del XVIII secolo, la teologia pastorale si occupava di definire i compiti del pastore d’anime, ovvero del parroco. Grazie alla maturazione della riflessione teologica, in particolare dalla metà del secolo scorso e ancor più con i frutti del Concilio Vaticano II, la disciplina ha sviluppato uno sguardo più ampio. Oggi si definisce come quella parte della teologia che riflette sulle dinamiche attraverso cui la Chiesa prende corpo nella storia, cercando di rimanere fedele alla sua missione originaria: testimoniare e annunciare il Vangelo. Non si occupa più soltanto delle mansioni del sacerdote, ma dell’intera Chiesa. Questo sguardo si sviluppa con una duplice attenzione. La prima è contemplativa: attraverso lo studio della realtà concreta, la teologia pastorale comprende come il corpo ecclesiale sta già prendendo forma nel tempo presente. La seconda è propositiva: ha il compito di suggerire i percorsi più adeguati nei diversi contesti per far sì che la Chiesa prosegua la sua missione a servizio del Vangelo.
La bellezza e il fascino di questa disciplina si intuiscono anche dalla bibliografia del manuale, in cui si incrociano saperi differenti, dall’antropologia alla sociologia, passando per la teologia. Perché è necessaria questa interdisciplinarità?
Perché la Chiesa è una realtà complessa che cammina nella storia e deve confrontarsi con i processi che caratterizzano ogni “corpo” storico. Vale l’analogia con la vita personale: il cammino di fede di un uomo o di una donna è una chiamata alla santità, ma questa si costruisce attraversando – e non ignorando – le dinamiche proprie dell’esistenza, come quelle psicologiche. Lo stesso vale per la Chiesa: essa deve rendere visibile il sogno di Dio, il suo Regno, rendendo possibile a ciascuno/a di sentirsi parte di esso. È un compito che non può che svolgersi in modo concreto, storico e “incontrabile”. Per questo il confronto con altre discipline è vitale per la teologia pastorale: esse le consentono di comprendere le culture, di indagare le dinamiche sociali, di studiare i modelli organizzativi, di sintonizzarsi con le forme della comunicazione. Il tutto, ovviamente, senza smarrire il legame con la tradizione della fede. Da qui deriva l’intreccio profondo tra la teologia pastorale e l’insieme della ricerca teologica.
Si può fare teologia pastorale con un manuale? Può esistere, cioè, una pastorale «da manuale»? Come va inteso questo libro?
Se con questo manuale avessi preteso di elaborare una forma definitiva e perenne di pastorale, sarei andato fuori strada. La pastorale, pur essendo al servizio dell’unica missione della Chiesa, è sempre necessariamente nuova, poiché mutano i tempi e i contesti. Il testo è un “manuale” in quanto corrisponde a uno specifico corso degli studi teologici e offre uno sguardo sintetico sulla storia, sui modelli e sulle articolazioni fondamentali della disciplina.
C’è un legame stretto tra l’agire della Chiesa di oggi e il modo in cui essa prende forma: nel suo fare ci sono in gioco un volto e un’identità radicati nel Vangelo, ma anche aspetti del tutto inediti. Come si tengono insieme questi due elementi?
Per rispondere a questa questione, bisogna guardare al “DNA” del Dio di Gesù Cristo. Noi cristiani crediamo in un Dio che si è rivelato nei gesti e nelle parole del Figlio, e che si rivolge a noi come “ad amici”, secondo la bella espressione del Concilio Vaticano II. Quando si incontra un amico, i suoi tratti personali non sono indifferenti: sono determinanti per la relazione. Per Dio vale lo stesso: ai suoi occhi noi non siamo prodotti in serie, ma persone uniche chiamate a legarsi a Lui e tra di noi. La missione della Chiesa è al servizio di questa volontà divina e perciò è sempre la stessa. Ma poiché nessuno è un destinatario passivo, in serie, e poiché appunto Dio cerca “amici”, i linguaggi e le forme della pastorale devono adattarsi a persone, gruppi, tempi e contesti differenti. È proprio il radicamento nel Vangelo a esigere questo inedito. Le forme della presenza ecclesiale oggi a Bergamo non possono essere quelle del 1950, né quelle che la missione assume in Giappone o in contesti di persecuzione. Eppure si tratta sempre dell’unica e medesima missione. Da qui il fascino della teologia pastorale: mantenere lo sguardo costantemente aperto.
Nel libro parla di «laboratorio teologico-pastorale». Quali sono le esperienze entro cui prende forma la disciplina e perché sono così determinanti?
I laboratori sono i luoghi, le azioni, i soggetti e le forme organizzative della Chiesa concreta. Nel manuale affronto, ad esempio, il tema della presenza nel territorio e le trasformazioni della parrocchia. Un altro laboratorio decisivo riguarda la trasmissione della fede: quali percorsi possono oggi introdurre all’esperienza credente, dato che il passaggio automatico di generazione in generazione non avviene più? Decisivo è poi il tema dei soggetti che “fanno” la Chiesa e delle loro relazioni: dal ministero del presbitero alla configurazione degli altri ministeri che sostengono la vita ecclesiale. È confrontandosi con questi contesti reali che la teologia pastorale affina i propri strumenti e comprende meglio se stessa.
La teologia pastorale serve quindi a definire meglio ciò che la Chiesa deve fare, tracciando indicazioni per il futuro?
Come dicevo, la teologia pastorale ha innanzitutto un taglio contemplativo: deve saper riconoscere ciò che sorge nel vissuto del popolo di Dio. Al contempo, sostiene lo sforzo della Chiesa nel progettare le proprie azioni e la propria struttura. Pur rimanendo sul piano della riflessione e senza pretese di progettazione diretta, essa riflette a sostegno di chi ha l’arduo compito di compiere scelte concrete: dalle più ordinarie (un catechista che imposta il percorso con i ragazzi) alle più complesse (un vescovo che riorganizza le parrocchie della diocesi).
L’ultima parte è dedicata a delle «visioni abitabili». È un titolo suggestivo: cosa intende affidarci con le schede che compongono questa sezione? Per certi aspetti, ci sembrano questioni molto aperte...
Il termine “visioni” si riferisce alla riflessione su alcune scelte pastorali che la Chiesa ha già intrapreso e che potrebbe ulteriormente sviluppare. L’aggettivo “abitabili” richiama la necessità che tali riflessioni rimangano ancorate alla concretezza, al possibile. La pastorale ha a che fare con la prassi, che per sua natura è contingente e limitata. La teologia pastorale non può immaginare una Chiesa ideale o giudicare dall’esterno ciò che non va, ma deve prendersi cura della Chiesa reale. Servono prospettive che, almeno sulla carta, siano percorribili e ispiranti per delle concrete comunità cristiane. Non a caso il libro si chiude con questa citazione dell’enciclica Ecclesiam suam del santo papa Paolo VI: «La Chiesa quale è dobbiamo servire ed amare, con senso intelligente della storia, e con umile ricerca della volontà di Dio, che assiste e guida la Chiesa anche quando permette che la debolezza umana ne offuschi alquanto la purezza di linee e la bellezza d’azione. Questa purezza e questa bellezza noi andiamo cercando e vogliamo promuovere».
M. Magoni – P. Carrara, in
L’Eco di Bergamo 25 ottobre 2026, 48