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Molte religioni, quale verità?
Gerhard Gäde

Molte religioni, quale verità?

Un nuovo sguardo sulle religioni non cristiane

Prezzo di copertina: Euro 30,00 Prezzo scontato: Euro 28,50
Collana: Giornale di teologia 467
ISBN: 978-88-399-3467-3
Pagine: 240
© 2025

In breve

«Leggendo questo libro, resterete sorpresi!» (Gerard Gäde)

Un’eccellente richiesta di chiarezza, utile anche per superare i dilemmi che si pongono nella prassi pastorale.

Descrizione

La molteplicità delle religioni solleva questioni difficili e pressanti: quale di esse è credibile, quale invece non è vera, di quale promessa salvifica possiamo fidarci?
Le risposte che la teologia cristiana fornisce di solito sono insoddisfacenti: o relativizzano le pretese di verità delle altre religioni o rinunciano alla presunzione di verità della fede cristiana. Altre volte, poi, ignorano la questione della verità, così che tutto diventa vago e ugualmente (in)valido.
Sperimentando un nuovo approccio, Gäde mostra invece come il messaggio cristiano permetta di accordare alle altre religioni una verità insuperabile e un carattere salvifica, senza con ciò relativizzare la pretesa veritativa propria della fede cristiana.
In forma accessibile, l’autore conduce passo dopo passo verso un’affascinante prospettiva, da lui denominata “interiorismo”, e ne illustra i tratti applicandola al caso specifico dell’islam, preso come esempio. È il messaggio cristiano stesso a offrire la chiave per valutare le altre religioni e ad aprirci lo sguardo sulla loro verità.
Una ricerca sorprendente, utile anche per superare i dilemmi che si pongono nella prassi pastorale.

Recensioni

Il saggio si propone come base teorica per un dialogo interreligioso che superi l’impasse in cui si trovano i tre modelli possibili: quello esclusivista, che nega alle altre religioni qualsivoglia riferimento alla Verità; quello pluralista, che si limita a giustapporre le differenze; quello inclusivista, che considera gli elementi di verità della fede altrui come già presenti nella propria.

Da queste posizioni, apparentemente le sole logicamente possibili, l’autore distingue quella definita interiorista, l’unica, sostiene, in grado di riconoscere la verità delle altre fedi senza relativizzare la propria, che è quella cristiana e cattolico-romana. Il saggio si propone quindi come una teologia cristiana delle religioni.

Per comprendere la proposta di Gäde occorre evidenziarne le premesse, di matrice scolastica: Dio è definito il «senza Chi nulla esiste» e, conseguentemente, la pretesa delle grandi religioni (l’autore si limita però alle tre religioni del Libro) di accedere a questa Verità per «rivelazione» appare logicamente contraddittoria: non potendo ciò che è contingente comprendere, cioè definire, l’assoluto, ogni pretesa di enunciare razionalmente una rivelazione si espone all’accusa di essere priva di fondamento. Gäde sottolinea che questa originaria mancanza di fondamento renderebbe ogni rivelazione indifendibile di fronte alle esigenze della ragione e che appellarsi alla fede non sarebbe una soluzione: «allora si potrebbe anche “credere” semplicemente a qualsiasi cosa. La fede invece non deve contraddire la ragione» (p. 75).

A questo destino sfuggirebbe però la rivelazione cristiana; il Dio-Uomo Gesù, infatti, realizzerebbe la mediazione dell’umano con il divino non attraverso un’impossibile «comprensione di Dio» ma attraverso l’introduzione del credente nel circolo trinitario dell’amore, di cui «l’incarnazione di Dio in Gesù di Nazaret è il fondamento conoscitivo» (p. 85). L’umanità, essendo in Cristo parte della relazionalità trinitaria di Dio (Pan-en-teismo), sarebbe resa capace di cogliere, mediante la fede, nelle parole delle Scritture la Parola di Dio, superando la contraddizione precedentemente indicata. Il cristianesimo, quindi, sarebbe l’unica religione la cui rivelazione, pur non obbligando la ragione, non risulterebbe con essa in conflitto.

Raggiunto questo risultato, l’autore rilegge il rapporto tra il cristianesimo e le altre due fedi abramitiche secondo il criterio interiorista che, per quanto riguarda la fede di Israele, coincide con un approccio tradizionale: il nuovo Patto comprende (ecco il significato di interiorismo) e suggella l’antico. Il rapporto con l’islam viene letto nella stessa linea interpretativa: come la Scrittura di Israele trova il suo compimento nel Nuovo Testamento, così le intuizioni del Corano (assolutezza di Dio, sua misericordia) vengono interpretate come reali aspetti della Rivelazione (l’islam rientrerebbe nel disegno divino con la funzione di permettere il passaggio al monoteismo di popolazioni escluse dal precedente messaggio di Cristo); il messaggio cristiano, tuttavia, sarebbe capace di integrare e compiere ciò che nel Corano è solo intuito.

Benché l’autore si soffermi sul carattere allo stesso tempo divino e umano del Corano, su cui si potrebbe svolgere l’argomentazione precedentemente applicata a Cristo nel contesto trinitario, esclude poi questa possibilità con argomenti opinabili, come l’esclusione, nell’islam, del concetto trinitario stesso (pp. 190-201).

La lettura interiorista di islam ed ebraismo consente, secondo Gäde, il riconoscimento di queste fedi come espressione della rivelazione divina, ma nella prospettiva di un primato del cristianesimo, che vedrebbe distintamente quanto le altre intuirebbero in modo incompleto e di cui non riuscirebbero a proporre un fondamento compatibile con la ragione. L’autore, sottolineando l’ampio riconoscimento sul piano pratico così conseguito – riconoscimento che renderebbe possibile la preghiera comune senza riserve – mantiene sul piano teologico un’impostazione che rischia di rifluire nel modello inclusivista negato in premessa. Il diniego di tale esito appare in tensione con riferimenti a testi conciliari come la Nostra Aetate, che inquadra in senso decisamente inclusivista il rapporto con le altre religioni: «La chiesa cattolica nulla rigetta di quanto vi è di vero e santo in queste religioni. Guarda con sincero rispetto […] a quei precetti e a quelle dottrine che […] non di rado riflettono un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini» (2,2). Tali riferimenti rendono le smentite meno convincenti di quanto l’autore vorrebbe, confermando, in effetti, un approccio che ripropone l’impostazione classica della teologia cattolica.

Il prezzo pagato all’approccio interiorista è però alquanto rilevante: individuare nella giustificazione razionale della rivelazione cristiana il punto dal quale rivolgersi alle altre religioni rende la figura di Cristo assai distante dal Cristo evangelico: «la realtà di Cristo trascende anche Gesù. La sua qualità divina connette cielo e terra. Il Gesù storico ha rivelato nella sua persona questa realtà cristica trascendente che risulta presente […] anche in altre religioni» (p. 174). Un Gesù disincarnato può forse connettersi con talune aspirazioni religiose e placare le esigenze della ragione, ma difficilmente potrà suscitare la contraddizione radicale su cui si basa la fede vissuta.

Il saggio di Gäde trova pertanto il suo limite nello sforzo di fondare razionalmente un asserito primato cristiano sulle altre fedi basandolo sul concetto di rivelazione. Ma affermare per fede la rivelazione trinitaria e considerare la rivelazione stessa come la base razionale su cui discutere della fede espone al rischio di avvilupparsi in un circolo vizioso. L’affermazione del carattere non contraddittorio della fede cristiana, nello sforzo di difenderne i fondamenti dalle critiche della ragione, si rivela in effetti non meno opinabile di qualsiasi altra affermazione concernente l’esistenza di Dio. Non a caso (come Gäde osserva con stupore) il concetto stesso di rivelazione non è, in genere, tematizzato in modo approfondito dalla teologia sistematica.

La franca ammissione del carattere paradossale della fede e quella che la rivelazione biblica, come l’elezione del credente, sia un evento e non un presupposto logico su cui discutere, costituiscono, a giudizio di chi scrive, l’unica via che ci è concessa per dialogare con le altre religioni e con i non credenti. L’approccio che Gesù indica ai suoi discepoli – la metanoia, l’agape, il rifiuto del settarismo nella prospettiva di Lc. 9,50 – mi sembra il programma di lavoro che ogni chiesa cristiana realmente interessata al dialogo interreligioso dovrebbe proporsi.


E. Florio, in Protestantesimo 1/2026, 85-87