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Le sette parole di Gesù in croce
Gianfranco Ravasi

Le sette parole di Gesù in croce

Prezzo di copertina: Euro 20,00 Prezzo scontato: Euro 17,00
Collana: Meditazioni 243
ISBN: 978-88-399-2843-6
Formato: 11 x 20 cm
Pagine: 288
© 2019

In breve

Con il suo consueto stile, il cardinal Ravasi va al nocciolo del racconto e colpisce nel segno. Chiama a raccolta voci molto diverse fra loro – antiche, moderne e contemporanee – orchestrandole da par suo. Ne emerge una meditazione di ampio respiro, che intreccia rimandi biblici con eruditi riferimenti letterari e artistici.

Descrizione

Sono sette frasi brevissime, simili a un soffio che esce dalle labbra aride di Gesù morente, attanagliato dall’asfissia provocata dalla crocifissione. Eppure, la loro densità è tale da aver sollecitato nei secoli un’imponente riflessione teologica e spirituale e da aver conquistato anche la cultura occidentale che in esse ha condensato il mistero universale dell’esistere, del soffrire, del morire e dello sperare.
Attraverso una lettura esegetica, accompagnata da percorsi meditativi, questo ideale ed estremo testamento di Gesù è di nuovo offerto in tutte le sue iridescenze umane e teologiche. Ma è anche incastonato all’interno della grande cornice della precedente passione e della successiva morte, risurrezione e glorificazione di Cristo. Lo sguardo si allarga, infine, anche alla tradizione spirituale e artistica che ininterrottamente ha cantato, rappresentato, meditato quelle ultime sette parole dell’uomo-Dio crocifisso.

Recensioni

Sette furono le frasi pronunciate da Gesù in croce riportate dai Vangeli: ai crocifissori: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno»; alla madre Maria: «Donna, ecco tuo figlio», al discepolo amato Giovanni: «Ecco tua madre»; al malfattore pentito, crocifisso accanto a lui: «In verità ti dico: oggi sarai con me nel paradiso». E poi: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?»; «Ho sete!»; «Tutto è compiuto!»; «Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito».

Nel suo ultimo e spiritualmente intenso saggio «Le sette parole di Gesù in croce» (Queriniana, 278 pagg., 20 €), il cardinale Gianfranco Ravasi scrive che esse sono il suo estremo e supremo testamento, scendono da un manufatto di legno, la croce, che è divenuto uno dei simboli fondamentali della cristianità. In quel giorno, attorno ad esse si stringevano le poche persone che ebbero il coraggio di stare accanto al crocefisso: la madre, Maria, alcune donne e il discepolo amato. Accanto a loro vi era anche una folla ostile attratta da uno spettacolo macabro, ma anche il centurione romano che disse “Davvero quest’uomo era figlio di Dio”, oltre e Simone di Cirene che aveva portato una parte della croce nel cammino verso il Golgota.

Quarantuno parole alle quali sono state dedicate innumerevoli interpretazioni per la loro basilare importanza in quanto la morte di Gesù è il momento supremo della Passione e la croce è il simbolo universale, tragicamente doloroso, del cristianesimo, la chiave di volta per interpretare la resurrezione. Di fronte alla croce ciascuno di noi - credente o non credente - s’interroga sul significato da dare alla vita, sul mistero di Dio. Davanti alla croce, a qualsiasi croce, anche se non di commovente bellezza come quella del pittore tedesco Mathias Grünewald, ora nel museo di Unterlinden a Colmar in Alsazia ed eseguita negli anni 1512-16, - un «capolavoro destinato a sublimare l’angoscia infinita dell’anima» ha scritto Joris Karl Huysmans – noi raccontiamo la nostra sofferenza, la nostra miseria e impotenza e ci domandiamo perché Dio sembra non rispondere ed averci abbandonato.

Le parole di Cristo prima della morte dimostrano anche la grande sofferenza fisica da Lui provata in una lunga agonia, seguita alla solitudine nell’orto di Getsemani, quando tutti i discepoli lo avevano abbandonato. Uno di loro, Giuda, lo aveva tradito e un altro, Pietro, ripetutamente rinnegato. Cristo allora chiese al padre di allontanare da lui il calice della morte, ma come voleva il padre.

Leggere Ravasi, che, come tutti sanno è presidente del Pontificio Consiglio della cultura e della Pontificia Commissione di archeologia sacra, oltre ad essere autore di oltre centocinquanta opere, costituisce sempre un arricchimento culturale indimenticabile per come trasporta nel cuore della storia, della Bibbia e del Vangelo, affrontando con una linearità narrativa esemplare temi di religione e teologia. Penetra nel mistero cristiano e costringe a riflettere, a porsi delle domande sulla fede, una fede che non è esente dalla sensazione di essere abbandonati, da dubbi, come gli disse - lo riporta in un altro volume (“Le parole e i giorni”, Milano 2008) - il grande scrittore cattolico Julien Green: «Finché si è inquieti, si può stare tranquilli».

L’autore pone il lettore visibilmente di fronte alla croce, fa sentire la terribile agonia di Gesù. Per tornare alle frasi di Cristo in Croce, ci soffermeremo sulla più sconvolgente: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?» riportata nel Vangelo di Matteo e di Marco, parole che ad una prima lettura appaiono di disperazione, di sconfitta, ma Ravasi le colloca nel contesto del Salmo 22: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato? lontane dalla mia salvezza sono le parole del mio lamento! Dio mio, grido di giorno ma tu non rispondi, di notte non ho mai silenzio…».

Un grido che - continua Ravasi - «sboccia come un fiore di fuoco da un’esperienza sconcertante e sconsolante, quella del silenzio di Dio, della sua lontananza distaccata, come non di rado capita nelle parole delle suppliche del Salterio: “Dio, non rimanere muto, non restare in silenzio e inerte, o Dio, Dio della mia lode non tacere». (Salmo 83). «Da questo grido germoglia e si ramifica un vero e proprio canto intonato dal solista sofferente e indirizzato al Dio assente. Si profila sulla scena un Dio simile a un imperatore impassibile, assiso pacificamente sul suo trono regale, indifferente alle nostre lacrime e al turbinare della nostra storia». Tuttavia, per dare ancora la parola a Ravasi: «Quella di Gesù in croce non è una disperazione, non è l’attestazione di una perdita di speranza; egli grida sperando; urla sì, ma con la fiducia che Dio porrà fine al silenzio, all’alienazione della distanza». Il Salmo 22, del resto si conclude con la fiducia in Dio: «Mi hai esaudito!»

La croce, osserva l’autore, «mantiene, dunque, tutta la sua tragicità, è una domanda aperta come si ha nella quarta parola di Cristo in croce: «Dio, Dio mio perché mi hai abbandonato?», ma al tempo stesso nel Crocefisso si svela l’epifania dell’amore che non solo cancella il male, ma trasforma e trasfigura la creatura proclamando la vittoria sulla morte, la libertà e il riscatto da ogni miseria».

Ravasi descrive l’agonia di Gesù con riferimenti al vecchio testamento, essendo un biblista di fama internazionale, ed ai Vangeli senza dimenticare, e gli scritti e le note musicali più commoventi (tra altri Sant’Agostino, Pascal, Borges, Bach e Haydn), e le opere artistiche. Oltre a quella del già citato Grünewald vorremmo aggiungere il Cristo del Velasquez sul quale Miguel de Unamuno ha scritto una delle più alte espressioni della poesia spagnola.

Con accuratezza filologica l’autore analizza il significato, a volte allegorico, delle altre frasi di Cristo sulla croce: dalla considerazione sul perdono chiesto per i crocifissori al padre da Gesù, alla promessa al brigante, con lui in croce, che sarà “oggi” in paradiso, alla madre Maria alla quale affida al discepolo amato, nella quale Maria potrebbe rappresentare la chiesa, dalla richiesta di bere («Ho sete!»), fino alle ultime due sulla fine e sull’affidamento del suo spirito al padre.

L’angoscia di Cristo è quella di chi si trova di fonte al silenzio di Dio. Dio è silenzio e mistero è anche la Provvidenza. Spesso non la sappiamo riconoscere. Tuttavia rivivere la tensione della Crocifissione, come dicevamo prima, ci invita a riflettere e noi pensiamo che Dio rompa i suoi silenzi con Shakespeare, con Dante, con Pascal e Manzoni e con la musica di Bach, Mozart, Schubert e Mahler. E ciò dimostra come l’intelligenza, necessaria per capire l’arte, proceda all’unisono con la fede, non la contrasta, anzi l’avvalora e la rafforza. Aiuta a accettare il mistero di un Cristo non sceso sulla terra come vincitore, ma crocifisso perché parlava di amore e di perdono, un mistero che la storia non è riuscita ad allontanare o cancellare, in cui è racchiuso tutto il significato della nostra vita -la sconfitta della morte -, un mistero che ci rende sicuri che i nostri morti ci ascoltano e ci aiutano, malgrado il loro silenzio.

Il volume di Ravasi, per concludere, è un impeccabile e superbo scenario di fede, una fede che è sì anche lotta, agonia, tormento, sempre però alla fine vittoriosa nel nome dell’amore e del perdono.


P. Grieco, in L’Ordine 7 luglio 2019, 2

Ravasi affronta in questo libro un tema caro alla teologia cristiana, le ultime sette parole, sette frasi, pronunciate da Gesù sulla croce. I vangeli narrano ciascuno la passione di Cristo con qualche variante, con aggiunte o lacune. Le sette parole sono una ricostruzione che attinge da tutte e quattro le fonti per offrire al credente uno strumento di riflessione ricco e articolato.

Come sua abitudine, la scrittura di Ravasi attinge a una tavolozza di riferimenti molto vasta, che travalica i limiti della teologia e anche quelli della letteratura, che pure sono toccati con maestria, tanto che troviamo Borges, Rilke e Unamuno citati a fianco di Bianchi, Calvino e Radcliffe, mentre nella pur stringata bibliografia trova posto il quartetto di Haydn intitolato appunto Le sette ultime parole di Cristo in croce. Quindi musica, ma anche poesia e pittura sono proposte dall’autore per accompagnare il lettore lungo un itinerario di grande arricchimento, spirituale e culturale.


S. Valzania, in Cronacheletterarie 4 luglio 2019

Hay siete oraciones muy cortas, similares a una respiración, que provienen de los labios secos del moribundo Jesús, atrapadas por la asfixia causada por la crucifixión. Sin embargo, su densidad es tal, que ha suscitado a lo largo de los siglos una gran reflexión teológica y espiritual y ha conquistado a la cultura occidental, que ha condensado en estas el misterio universal de la existencia, el sufrimiento, la muerte y la esperanza.
El cardenal Ravasi, presidente del Pontificio Consejo de la Cultura y de la Pontificia Comisión de arqueologia sacra, expone en este texto, a través de una lectura exegética y meditativa, este testamento extremo de Jesús, al mismo tiempo que lo establece dentro del gran marco de la pasión: muerte, resurrección y glorificación de Cristo. Después del primer capitulo introductorio, Tras un jueves un viernes: antecedente, Los siguientes siete capitulos del libro estan marcados por las palabras: "Padre, perdonalos", "Aqui esta tu hijo... Aqui esta tu madre", «Estaras en el cielo», «Dios mio, por qué me has abandonado?", "Tengo sed", "Esta terminado ", "En tus manos", ofreciendo una profunda interpretación exegética y teológica, que se extiende también a la tradición espiritual y artistica que ha producido tantas obras maestras de estos temas como en la musica.
Toda la historia de Jesús en la cruz es vivida e interpretada por los Evangelios a la luz de la fe bíblica, especialmente la expresada en los Salmos. En la cruz, Jesús no busca venganza, sino perdón. Por esto, el cardenal Ravasi analiza no solo el aspecto biblico, sino también el psicológico y terapéutico. Después del capitulo introductorio (pags. 15-52) y concluidas las meditaciones sobre las siete palabras dichas por Jesús en la cruz (pags. 54-186), en el capitulo noveno, Después de las últimas palabras de Jesús (pags. 187-220) Gianfranco Ravasi investiga los eventos posteriores a la muerte de Jesús, destacando las figuras de José de Arimatea, Nicodemo, mujeres, Pedro y Juan, Maria Magdalena, meditando sobre el misterio de la resurrección. El capitulo décimo, El escandalo de la cruz, (pags. 221-244) esta dedicado a una reflexión sobre el escandalo de la cruz, un signo de muerte infame, pero también un simbolode redención, de solidaridad y amor redentor, el punto central de la teologia cristiana. Finalmente en el capitulo onceavo, Palabra, música, imagen, el cardenal Ravasi habla de la transcripción artistica de las siete palabras en la cruz de Jesus en el arte.
Con sus contextualizaciones biblicas, histórico-criticas y culturales el cardenal proporciona una excelente herramienta para vivir la Semana Santa con intensidad.


J.L. Vázquez Borau, in Actualidad Bibliográfica 1/2019, 65

Secondo la redazione greca dei Vangeli, quando Gesù Cristo era ormai morente in croce prima di esalare l’ultimo respiro pronunciò sette frasi composte di 41 parole, inclusi gli articoli e le particelle. Nel corso dei secoli, esse sono state codificate come Le sette parole di Cristo in croce, parole che hanno inciso profondamente nella storia dell’umanità. L’a. si sofferma ad ascoltarle come un estremo soffio uscito dalle aride labbra di chi volle svuotarsi della propria potenza divina per divenire uomo tra gli altri uomini. Con suggestivi corti circuiti che coniugano diversi campi del sapere, la lettura esegetica offerta dà la possibilità di penetrare nel testamento di un uomo che si proclamò Figlio di Dio.


D. Segna, in Il Regno Attualità 12/2019, 350

Dopo la penosa solitudine nell’orto del Getsemani, lasciato solo dai discepoli e nella consapevolezza di dover morire, Gesù si affidò alla volontà del padre. Seguì la condanna alla crocefissione, la flagellazione, la via crucis e la dolorosissima agonia inchiodato alla croce durante la quale Cristo pronunciò sette parole. Quale è il loro significato? Gli ultimi momenti della passione di Gesù sono fondamentali per comprendere l’essenza del cristianesimo e la resurrezione. Lo spiega, in uno dei suoi libri più spiritualmente coinvolgenti - il cardinale Gianfranco Ravasi, tra le voci più autorevoli della cultura cattolica.

Da biblista di valore internazionale, Ravasi, con un linguaggio lucido e di facile comprensione, pone il lettore visivamente di fronte alla croce, facendogli rivivere la terribile sofferenza di Cristo, circondato dalle poche persone: sua madre, poche donne, il discepolo amato, oltre a una folla ostile, attratta da uno spettacolo crudele. La prima frase è rivolta al Padre e chiede di perdonare i suoi crocifissori «perché non sanno quello che fanno». Dopo aver delineato la realtà «complessa e delicata», del perdono, Ravasi commenta le parole rivolte a Maria: «Donna, ecco tuo figlio» e al discepolo amato Giovanni: «Ecco tua madre», espressioni variamente interpretate, come intendere Maria madre di tutti i fedeli, simbolo della Chiesa. Segue la frase rivolta al malfattore pentito, anch’egli in croce: «In verità ti dico: oggi sai con me in paradiso».

Tuttavia ciò che ha suscitato maggiore sgomento è il grido di Cristo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Siamo di fronte al silenzio di Dio, alla sua lontananza distaccata che va ricollegata a quanto reca il Salmo 22 che inizia con le medesime parole, ma finisce con un incrollabile speranza in Dio. Scrive l’autore: «Quella di Gesù in croce non è una disperazione, non è l’attestazione di una perdita della speranza; egli grida sperando; urla sì, ma con la fiducia che Dio porrà fine al silenzio e all’alienazione della sua distanza». Vi sono poi le ultime tre frasi: «Ho sete!», «Tutto è compiuto!» e «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito», considerate non solo nel contenuto evangelico.

Da questo punto di vista, la vastissima erudizione di Ravasi - presidente, ricordiamo, del Pontificio Consiglio della cultura - non trascura i più commoventi riferimenti letterari, artistici, musicali attenenti alla passione di Gesù e alla resurrezione che fanno del volume un documento più che prezioso per l’invito alla riflessione su un mistero trascendente, che la storia non è riuscita a cancellare e in cui è racchiuso il significato della nostra vita. La sconfitta della morte.

Il volume di Ravasi è un profondo scenario di fede, una fede che comporta anche lotta, tormento, domande inquietanti, dure prove esistenziali, ma sempre, alla fine, vittoriosa. Nel nome dell’amore e della misericordia.


P. Grieco, in Giornale di Brescia 29 maggio 2019, 44

I grandi interpreti si riconoscono quando affrontano i temi più impegnativi. È il caso di Gianfranco Ravasi, cardinale presidente del Pontificio Consiglio per la cultura che ha deciso di misurarsi con Le sette parole di Gesù in Croce (Queriniana, 280 pagine, 20 euro) uno dei luoghi dello spirito più intensi e frequentati della tradizione cristiana.

Teologi si sono interrogati su di esso e cultori di arti diverse ne hanno fatto oggetto delle loro ricerche espressive. Da Piero della Francesca con Le Storie della Vera Croce a Franz Joseph Haydn nella partitura musicale che Ravasi giudica la più nota esegesi musicale dell’argomento, le Sette sonate con una introduzione ed al fine un terremoto scritta dal gigantesco e prolifico e rivisitata più volte nel corso della vita.

A rigor di termini, le sette parole, ossia le sette frasi, pronunciate da Gesù crocifisso non esistono. Quelle sulle quali la cristianità riflette da duemila anni sono la collazione di quanto riferito dai vangeli, con qualche sovrapposizione e leggere discrepanze, senza una sintesi comune. Esse sono “Padre, perdona loro…”, “Ecco tuo figlio… Ecco tua Madre…”, “Oggi sarai con me nel paradiso”, “Dio mio perché mi hai abbandonato”, “Ho sete”, “È compiuto”, “Nelle tue mani consegno il mio spirito”.

Ravasi affronta la complessità degli argomenti collegati con i brani evangelici che riferiscono le ultime parole di Gesù utilizzando due registri principali. Uno più colloquiale, diretto, una sorta di tonalità minore che avvicina il lettore alla drammaticità della vicenda e all’umanità dei protagonisti, l’altro, che si potrebbe definire maggiore, affronta i temi suscitati dalle parole con lo sguardo del teologo. Nei paragrafi che affiancano la narrazione del momento nel quale viene pronunciata la prima parola si passa dal perdono richiesto da Cristo al Padre per quanti infieriscono su di lui a una attenta riflessione su grammatica, teologia, memoria, psicologia, terapia ed economia del perdono stesso.

Nella costruzione del testo non si trova però nessuna meccanicità. Ogni parola viene affrontata in maniera autonoma e differenziata, senza forzature, alla ricerca della particolarità dell’accaduto e dei riferimenti scritturali che la riguardano. La vivacità del testo e la varietà delle citazioni, che come d’abitudine per l’autore raccoglie ben oltre i confini specialistici, rende la lettura ricca di suggestioni.

Troviamo tra le altre una sottile notazione di Raymond Brown, che sottolinea come in tutti i vangeli una sola volta e una sola persona si rivolga al Cristo con il semplice e familiare appellativo di “Gesù”: si tratta del ladrone buono, il primo santo canonizzato dal Signore stesso, che condivide con lui la passione e attraverso di essa trova la via per conquistare la redenzione.

Scrittori come Jorge Louis Borges e Miguel de Unamuno sono convocati, il primo per una rilettura del medesimo passo, che si trova solo in San Luca, attraverso una lirica che si conclude con un dolente “Nient’altro si dissero finché venne la fine”, il secondo per la versione tormentata del grido di Gesù morente “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” che il grande scrittore spagnolo trasforma in un persino più tragico “Cristo nostro, Cristo Nostro! Perché ci hai abbandonato?”

Con efficacia particolare, riferito ancora alla parola del buon ladrone Ravasi scrive “è noto che non sempre il mondo dei bassifondi si rivela un luogo di solidarietà tra sciagurati: spesso anche fra loro si annida l’egoismo, il desiderio di possesso, la prevaricazione”. Straniante constatazione di come la buona società costituisca con sicurezza quasi assoluta il luogo dove i vizi sono coltivati con maggior determinazione. Sono semmai i poveri, gli emarginati coloro in mezzo ai quali più ci si aspetta di trovare solidarietà.

Prima delle pagine conclusive, dedicate alla presentazione di alcune delle più incisive “esegesi artistiche” delle Sette parole di Gesù in Croce, l’autore sviluppa i temi della risurrezione e della croce. Quasi di sfuggita, dopo una citazione del polacco Jan Dobraczynski, che chiede all’interlocutore “Non ti è mai parso che vi siano delle cose alle quali bisogna prima credere per poterle capire?”, Ravasi propone una chiusura di capitolo personale, intensa e illuminante “Il credere e il comprendere si intrecciano in modo complesso e delicato e costituiscono la struttura fondamentale della fede e della teologia cristiana”. La frase si propone come oggetto singolarmente adatto per una meditazione in occasione della Pasqua.


S. Valzania, in Ildubbio.news 23 aprile 2019

«Sette parole furono pronunziate da Nostro Signore durante la sua passione in croce. Esse sono linfa vitale per noi tutti. Parlò francamente, per amor nostro, a nostro vantaggio e per la nostra salvezza. Ogni parola ebbe il suo effetto. Le sue furono parole di benedizione e di grazia». Così Shenuda III, per quarant’anni papa e patriarca della Chiesa copto-ortodossa, presentava quelle sette brevi frasi che i quattro evangelisti mettono in bocca a Gesù: parole di vita pronunciate dalla cattedra della croce, strumento di morte agli occhi umani, parole evangeliche che nella loro forza e radicalità si mostrano capaci di un annuncio unitario e convergente, vettori insuperati di quella «buona notizia» che raggiunge ogni essere umano di ogni tempo e ogni luogo.

All’ampia schiera di commentatori antichi e moderni si aggiunge ora il volume del cardinal Gianfranco Ravasi (Le sette parole di Gesù in croce), testo ideale per percorrere l’ultimo tratto del cammino quaresimale e vivere con intensità la settimana santa. «Pur fra i tormenti – annota il Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura – Gesù parla» e pronuncia frasi che «hanno conquistato non solo la fede ma anche la tradizione culturale occidentale». E le coinvolgenti pagine del cardinal Ravasi sanno mirabilmente coniugare questa dimensione universale: il racconto biblico, la sua collocazione storica, la riflessione esegetica e le implicazioni spirituali per l’oggi sfociano nel capitolo conclusivo dedicato a quelle «parole, musica e immagini» che attraverso i secoli hanno ridato voce al grido di un uomo sofferente, un uomo abbandonato da tutti che però non cessa di attirare tutti a sé proprio mentre è appeso allo strumento del suo supplizio.

Sette parole di Gesù – «Padre, perdona loro; Ecco tuo figlio… Ecco tua madre; Sarai nel paradiso; Dio mio, perché mi hai abbandonato; Ho sete; Tutto è compiuto; Nelle tue mani…» – che rendono eloquente un’unica parola, «quella della croce» (secondo l’espressione di san Paolo nella Prima Lettera ai Corinti), che annuncia il mistero della croce e rivela la sapienza di Dio. Agli occhi del mondo «la parola della croce», e dunque anche «le parole dalla croce», appaiono follia e scandalo che contestano la saggezza dei saggi e l’intelligenza degli intellettuali, ma per i credenti sono rivelazione della salvezza di Dio. Di questo paradosso è testimone d’eccezione la rilettura appassionata del card. Ravasi, che significativamente si chiude con la luminosa testimonianza di Edith Stein: «La croce non è fine a se stessa. [Da essa] erompono i fiotti della luce divina, sommergendo tutti quelli che camminano al seguito del Crocifisso». Uno squarcio di luce che illumina l’intera umanità amata da Dio.


E. Bianchi, in La Stampa Tutto Libri 30 marzo 2019

L’enciclopedico cardinale esegeta offre in questo volume un ennesimo saggio delle sue profonde conoscenze non solo bibliche, ma estese a molti campi delle scienze, della letteratura e della musica in primis. Seguendo l’ordine delle sette parole pronunciate in croce da Gesù secondo le varie testimonianze evangeliche così come state codificate dal monaco certosino Leopoldo di Sassonia – con la leggera modifica di anticipare la parola alla madre e al Discepolo Amato rispetto a quello detta al ladrone pentito –, Ravasi ripercorre gli ultimi istanti della vita di Gesù vissuti all’insegna sia del dolore atroce ma anche della grande fede e dell’affidamento fiduciale al Padre.

L’autore premette alle sue riflessioni sulle ultime sette parole di Gesù in croce un capitolo dedicato all’antefatto intercorso nella notte tra il giovedì e il venerdì. Rielaborando un articolo scritto per l’Osservatore Romano del 28 marzo 2010, Ravasi ripercorre le vicende dell’arresto di Gesù e degli interrogatori svoltisi nella notte e al mattino presto sia in sede giudaica che romana. Nel suo percorso esplicativo, molto sintetico e ricco di informazioni, Ravasi non accenna alla possibilità che Gesù abbia compiuto la cena di addio o un pasto solenne la sera del martedì (secondo il calendario esseno), lasciando in tal modo maggior spazio per l’accadimento dei vari eventi. Dopo aver descritto la complessa figura di Pilato quale si evince dai vangeli e nella tradizione successiva, l’autore conclude il suo percorso con Gesù che giunge, torturato e vilipeso, sulla collina del Golgota. Ravasi ricorda più volte che le narrazioni evangeliche non sono resoconti cronachistici ma, come tutte le storie, sono una storia interpretata, questa volta alla luce della fede, per far intuire il significato profondo, teologico, scritturistico delle persone e degli eventi in scena.

Tipici di Ravasi in questo volume sono la frequente citazione di biblisti, letterati, musicisti, santi e mistici e, nel campo biblico, l’ampio spazio dato agli apporti degli scritti apocrifi, preziosi per le loro informazioni che riflettono l’atmosfera spirituale dei primi due secoli della comunità cristiana.

Tutta la vicenda di Gesù in croce è vissuta da Gesù e interpretata dai vangeli alla luce della fede biblica, in specie quella espressa nei salmi. Sulla croce Gesù non cerca vendetta, ma il perdono. Di esso Ravasi scruta il risvolto non solo biblico, ma anche psicologico, terapeutico ed economico. Al perdono segue l’affidamento della madre al discepolo e, viceversa, del Discepolo Amato alla madre. Sotto la croce sboccia il fiore della Chiesa. Gesù promette il paradiso, cioè la vita con lui, al ladrone buono. Gli apocrifi daranno ai ladroni i nomi di Tito e Dumaco, o Disma/Edma (buono) e Cista/Gesta (cattivo); nelle traduzioni successive essi assumeranno i nomi più strani: Joathas/Zathanm (buono) e Camma//Cappatas (cattivo)…

Gesù non muore disperato, ma nel dolore atroce, fisico, morale e spirituale; egli avverte umanamente la solitudine anche spirituale, ma, pregando con l’inizio del Sal 22, lo prega tutto. Muore non da di-sperato, a-teo, ma pregando il suo Dio, con abbandono fiducioso all’esito felice che il salmo prevede al suo termine.

Gesù rifiuta la mirra/fiele citato nel salmo, che gli impedirebbe il dono di sé in piena coscienza, mentre assaggerà l’oxos, il vinello aspro e acidulo dei soldati. Il suo grido sarà scambiato come l’invocazione di Elia, patrono dei morenti. Solitudine drammatica, ma non disperazione atea. Al termine delle sue sofferenze Gesù alza il grido della sete, che anche Ravasi sembra interpretare come culmine della storia della salvezza (ho sete di redimere gli uomini). Io preferisco leggere il versetto nel senso che, sapendo Gesù che tutto era stato compiuto perché fosse compiuta la Scrittura, allora disse “ho sete”. Grido intenso, certo, molto significativo e simbolico, ma (con De La Potterie) non sembra che dire “ho sete” rappresenti il compimento delle Scritture… Delicata la posizione delle virgole, da interpretare bene se vengono mantenute entrambe, mentre l’interpretazione è facilitata se si toglie la prima (dopo “compiuto”).

La drammaticità della morte di Gesù, ma la sua non fine disperata, è ben espressa da una parola che solo Luca ricorda. Egli riporta la frase con la quale Gesù esprime il pieno affidamento della propria vita al Padre, come lo farà ogni buon ebreo nei secoli successivi al termine della giornata (e così i cristiani dalla liturgia della Compieta). Gesù ridona al Padre/Donatore il proprio principio vitale, ma anche tutta la propria vita e la propria storia corroborata dalla presenza dello Spirito Santo dal battesimo, alle tentazioni e alla preghiera di lode al Padre.

Dopo il capitolo introduttivo (pp. 15-52) e concluse le meditazioni sulle sette parole dette da Gesù in croce (pp. 54-186), nel c. 9 (pp. 187-220) Ravasi indaga gli eventi successivi alla morte di Gesù, delineando le figure di Giuseppe di Arimatea, di Nicodemo, delle donne, di Pietro e Giovanni, di Maria Maddalena, meditando sul mistero della risurrezione che, pur avendo le radici nella storia, ha la sua profondità di senso, il suo “fiorire”, a livello trascendentale, “divino”. Per questo le cristofanie (temine da Ravasi mai usato, ma frequente negli autori) sono di due tipi: di riconoscimento e di invio in missione. Risurrezione non è evidentemente lo stesso che rianimazione.

Il c. 10 (pp. 221-244) è dedicato a una riflessione circa lo scandalo della croce, segno di morte infame, ma simbolo anche di redenzione, di amore solidale e redentore, perno portante della teologia cristiana, scandalo e gloria, sapienza paradossale di cui non vergognarsi mai. «La croce per noi, la risurrezione avanti a noi» (J. Moltmann). Per crucem ad lucem dirà il detto medievale.

Non poteva mancare un capitolo dedicato alla ritrascrizione artistica delle sette parole di Gesù in croce: parole, musica, immagini. Il volume si chiede con un commento all’opera di Heinrich Schütz e al capolavoro di Franz Joseph Haydn.

[…]

Come sempre il dettato di Ravasi è limpido, affascinante, documentato (anche troppo!) e con le sue contestualizzazioni bibliche, storico-critiche e culturali in genere fornisce un ottimo strumento per vivere con intensità la Settimana Santa.


R. Mela, in SettimanaNews.it 24 marzo 2019

Il presidente del Pontificio Consiglio della cultura e della Pontificia Commissione di archeologia sacra, esperto biblista ed ebraista, ci offre un ottimo libro per la meditazione, lo studio e la riflessione in questo impegnativo tempo di Quaresima.

L’ideale testamento di Cristo è pronunciato sul Calvario, mentre sta per morire asfissiato. Testimoni del suo lascito, oltre alla Vergine Madre e all’apostolo Giovanni, sono anche i soldati romani, attenti uditori laici delle parole del Messia.

Come scrive il card. Ravasi, questo volume può aiutare il lettore di oggi a «seguire quegli eventi e a salire sul colle del Calvario per udire le ultime parole – ora sussurrate, ora urlate – di Gesù». Non è facile accostarsi al Cristo agonizzante, non è stato facile (per i suoi) condividere la sofferenza sua allora, e non è facile per noi oggi accettare quella degli uomini che ci vivono accanto. Nonostante ciò, come direbbe don Tonino Bello, «sul Calvario vige il divieto di sosta». Il nostro sguardo dunque, e i nostri sentimenti, devono volgersi alla mattina del giorno di Pasqua; ma per vivere appieno il passaggio occorre attraversare il venerdì santo.

Nella riflessione quaresimale sarà molto utile questo bel volume edito per i tipi della Queriniana.


P. Manca, in Presenza Italiana 2/2019, 23

Ravasi si reca spiritualmente sul promontorio roccioso di Gerusalemme, chiamato Golgota, nel primo pomeriggio del 7 aprile 30. Da lì parte il commento che condivide il presupposto del teologo tedesco Martin Kähler, secondo cui «i Vangeli sono in realtà un racconto della passione, morte e risurrezione di Cristo con un’ampia introduzione» (p. 17).

Il tempo liturgico di Quaresima, appena iniziato, è un’occasione straordinaria di revisione e conversione. Leggere – anzi, meditare – è come percorrere la via dolorosa che conduce al sepolcro vuoto: meditare e condividere con gli occhi della fede la passione del Signore è la strada per prendere parte alla sua vita divina cominciata nel credente con il dono della giustificazione nel battesimo.


F. Casazza, in La Voce Alessandrina 10/2019, 14