Emmanuel Falque, già decano della Facoltà di Filosofia dell’Institut Catholique di Parigi, nel saggio Le nozze dell’Agnello. Saggio filosofico sul corpo e l’eucaristia (Edizione italiana e Prefazione di Manuel Belli, Queriniana, Brescia 2025, coll. «Biblioteca di Teologia Contemporanea» 224) propone una riflessione filosofica originale che, sull’esempio del libro di Maurice Bellet, La chose la plus étrange. Manger la chair de Dieu et boire son sang (DDB, Paris 1999), intende prendere sul serio il versetto del Vangelo di Giovanni «Come può quest’uomo darci da mangiare la sua carne?» (Gv 6,52), ma anche la parola fondatrice dell’Eucaristia «Questo è il mio corpo». Da questa provocazione iniziale, l’autore trae una problematica filosofica sul corpo, la cui posta in gioco è perfettamente espressa nell’introduzione: «La “sbandata (embardée) della carne”, ovvero il precipitarsi verso il vissuto del corpo dimenticando la sua organicità (primato della carne sul corpo in fenomenologia e risurrezione della carne come vissuto del corpo in teologia), lascia in sospeso un residuo: quello del corpo in quanto tale» (p. 38). L’ipotesi si esprime quindi come un ritorno al «corpo» al di là di un approccio fenomenologico che privilegiava la «carne» intesa come «vissuto del corpo» a rischio di perdere la materialità del corpo che costituisce anche l’esistenzialità della carne (cf. p. 36).
Inoltre, E. Falque non esita a suscitare questo confronto radicale con la corporeità ponendolo sotto il segno di un «ritorno all’organico» (cap. V), il che impedisce assolutamente di eludere la corporeità coinvolta nell’azione eucaristica. Infatti, per il nostro autore, radicato in una tradizione filosofica largamente germanofona, in cui Nietzsche occupa un posto importante, l’espressione liturgica «il corpo di Cristo» (Corpus Christi, in latino; der Leib Christi, in tedesco) rimanda alla carne organica, e quindi «al risentimento che suscita l’essere data da mangiare, o addirittura da masticare» (p. 165).
Si può sottolineare che questa riflessione filosofica sui concetti di carne e corpo guarda costantemente alla teologia. E occorre collocare quest’opera in una trilogia che prende in esame gli aspetti fondamentali della tradizione cristiana. Si tratta infatti del terzo volume di un’opera pubblicata in una collana filosofica (“La nuit surveillée”, Éditions du Cerf), ma che si presenta come una riflessione che travalica i confini accademici abituali, una riflessione indissolubilmente filosofica e teologica, che ha condotto l’autore dalla questione dell’angoscia e della morte affrontata nella meditazione sulla Passione (Le Passeur de Gethsémani, 1999) a quella sull’Eucaristia, passando per un saggio filosofico sulla morte e la risurrezione e quindi sul mistero della Pasqua (Métamorphose de la finitude, 2004; tr. it.: Metamorfosi della finitezza. Saggio sulla nascita e la risurrezione, San Paolo, Cinisello Balsamo 2014).
Dal punto di vista filosofico, questo approccio ci offre una serie di riflessioni sulla corporeità e in particolare su diversi aspetti significativi della comprensione del corpo: come ci si può aspettare, il cibo (§ 12: «La ragione del mangiare») e la sessualità (cap. VI), ma anche, e questo è forse più originale, il rapporto con l’animalità (cf. il significativo titolo del cap. IV, «L’animale che dunque sono»).
Dal punto di vista teologico, l’autore rivisita molte figure bibliche, ad esempio quella dell’agnello immolato. A questo proposito, E. Falque vede una «perfetta coincidenza» tra l’Agnello e Cristo che, ai suoi occhi, «è il presupposto per dare senso oggi al “Questo è il mio corpo”, e ritrovare così l’animalità nella tradizione stessa da cui questo mangiare proviene» (p. 82). Ma naturalmente questo tropismo teologico dà ampio spazio ad alcune categorie fondamentali della teologia in generale (ad esempio la risurrezione), ma soprattutto della teologia dell’Eucaristia, in particolare la «transustanziazione» (§ 29, cap. VIII).
Ecco quindi un libro – anzi tre libri, se consideriamo questo come il terzo volume di un’unica opera – destinato ad interessare i teologi della liturgia e dei sacramenti. L’autore affronta infatti questioni centrali che i liturgisti solitamente indicano con le categorie di memoriale o mistero pasquale. La lettura dell’opera certamente non è sempre facile, anche se il lettore è guidato per mano, grazie al moltiplicarsi di sommari o sintesi che, più che descrivere il contenuto di questa o quella parte, sottolineano il percorso e l’articolazione di una riflessione complessa che procede attraverso approfondimenti successivi dei diversi fili che intessono la meditazione. Bisogna tuttavia riconoscere che questa riflessione può anche disorientare coloro che sono radicati in una teologia contemporanea dalla quale l’autore, senza opporvisi, si distacca per tracciare la propria strada.
[…] questo è un libro che interroga i liturgisti, ma allo stesso tempo apre nuove strade. Le tre parti del libro: «Discesa nell’abisso», «La dimora dell’uomo», «Dio incorporato» sono come i tre movimenti di una sinfonia, che rimandano a loro modo al polittico della cattedrale di San Bavone a Gand, la cui disposizione dei pannelli si risolve anch’essa in una struttura ternaria, come sottolinea E. Falque in un’introduzione molto suggestiva, che verte proprio su questa opera insigne.
Qui si può vedere una figura per pensare tutta la vita liturgica, compresa la Liturgia delle Ore. Attraverso il canto dei salmi e le grida che vi si levano, la Liturgia delle Ore è un corpo a corpo con la Parola che fa discendere nell’abisso per trovarvi umanamente un luogo di soggiorno e incontrare così la presenza divina di un Dio di tenerezza che si manifesta attraverso il caos di un mondo sofferente. E in questo lavoro corpo a corpo con il salterio, si realizza proprio un’incorporazione nel corpo di Cristo in preghiera. Nella liturgia, le armoniche suonano così incessantemente affinché la festa diventi veramente la festa di «Nozze dell’Agnello».
P. Prétot, in
Ephemerides Liturgicae 1/2026, 230-237