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La genesi del bene e del male
Mark S. Smith

La genesi del bene e del male

La (ri)caduta e il peccato originale nella Bibbia

Prezzo di copertina: Euro 28,00 Prezzo scontato: Euro 26,60
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Collana: Biblioteca Biblica 35
ISBN: 978-88-399-2035-5
Formato: 16 x 23 cm
Pagine: 200
Titolo originale: The Genesis of Good and Evil. The Fall(out) and Original Sin in the Bible
© 2022

In breve

«Questo libro suscita più domande di quanto non dia risposte; e non potrebbe essere altrimenti. Ma a coloro che sono interessati a ulteriori esplorazioni, esso offre anche una enorme ricchezza di risorse» (Christopher B. Hays).

Un’analisi esegetica stimolante, proposta con una scrittura fluida e incisiva.

Descrizione

Che cosa dice veramente il racconto su Adamo, Eva e il frutto proibito? Per secoli è stato una pietra angolare per la dottrina cristiana del “peccato originale”. Negli ultimi anni molti studiosi hanno però contestato questa interpretazione abituale, perché in Genesi 3 non si parla di peccato, trasgressione, disobbedienza o punizione, ma si delineano i tratti della condizione umana (nel bene e nel male). D’altro canto, il quadro è troppo complesso e strutturato per essere liquidato in maniera così semplice.
Smith analizza il racconto biblico con uno sguardo critico e approfondito, esaminando specialmente il controverso concetto di “caduta” a partire dalla ricca tradizione letteraria del Vicino Oriente Antico. In un serrato dialogo con la ricerca esegetica più recente, l’autore dimostra che il racconto delle origini fissato nei primi capitoli della Genesi costituisce un’esplorazione del desiderio e della bontà, del peccato e del male negli esseri umani, posti in relazione a Dio.
Lo specialista americano ci spinge così magistralmente a riscoprire il senso autentico del concetto di “peccato originale” a partire da una lettura fedele dell’intera narrazione biblica. In questo senso, andando oltre le interpretazioni tradizionali o moderne, egli ne deduce che è meglio parlare di “ricaduta” piuttosto che di “caduta”.

Recensioni

Mark S. Smith, classe 1955, insegna letteratura ed esegesi dell’Antico Testamento presso il Princeton Theological Seminary. Questa sua opera è dedicata al secondo racconto di creazione (cfr Gen 2–3). Il discorso verte su ciò che accade attorno all’albero del «conoscere bene e male» (p. 166, nota 38).

Le congetture dell’autore, esposte brevemente, sono le seguenti. Gen 3 delinea un ritratto della natura umana al cui centro c’è il desiderio. Di peccato propriamente non si parla (mancano termini espliciti, come quelli di Ez 28,16), e neppure di caduta (come nel Sal 82,7) o di male in senso stretto (il desiderio è menzionato ben prima che il male entri nella storia).

Né l’uomo né la donna sono maledetti, e Dio non si mostra irato o offeso, nonostante sia un Dio emotivamente reattivo, dolente, pentito, premuroso come un buon genitore. Maledetti sono invece il suolo e il serpente. Il testo biblico descrive insomma il degrado della condizione creaturale, quale ri-caduta di alcuni eventi nefasti.

Sul piano morale, la curiosità dei progenitori non è condannata come necessariamente pericolosa, e la conoscenza di per sé è considerata cosa buona (la divinità stessa la possiede). Il vero tema di Gen 2–3 non è quindi la caduta da uno stato di grazia, ma l’ascesa verso la cosciente responsabilità da parte di esseri che erano simili a bambini inesperti o a soggetti poveri di senno (come in Pr 7,7 o nel Sal 19,8).

D’altra parte, l’astuzia del serpente può essere associata, per certi versi, alla prudenza che il credente ottiene dalla Sapienza (cfr Pr 1,4 e 8,5). Del resto, se la coppia umana era priva di sufficiente comprensione morale, non poteva essere imputata di colpe nell’assecondare un desiderio spontaneo alimentato dalle opere di Dio, dato che l’albero era stato fatto desiderabile, allettante, buono da mangiare.

Sono le libere conseguenze della maturazione cognitiva a essere purtroppo penose e nefaste: paura, vergogna, dolore nel parto, sottomissione al patriarcato, fatica nel lavoro. Gen 2–3 tratteggia l’eziologia di tratti antropologici storicamente e socialmente diffusi.

Solo al capitolo 4, con la vicenda di Caino, il peccato si manifesta in modo esplicito come ri-caduta appunto di un’umanità più matura, ma esposta alla trasgressione. E al capitolo 6 appare in tutta evidenza il male, quella cattiveria che induce addirittura YHWH a pentirsi d’aver creato l’uomo (cfr Gen 6,6).

Il racconto della Genesi, secondo Smith, ha inevitabilmente dei limiti. Esso non scioglie alcuni «enigmi morali»: perché il Signore crea il serpente? Perché non chiarisce le ragioni della proibizione di mangiare il frutto? Perché il divieto è formulato prima che gli esseri umani siano in grado di esercitare responsabilmente l’obbedienza? Perché Dio colloca l’albero al centro del giardino? Perché non si adira? Perché, più avanti, non accetta il sacrificio di Caino?

Gen 2–3 sarebbe quindi la narrazione di una ri-caduta: fall (out) nel titolo originale. In inglese to fall out significa «accadere», «fuoriuscire», «produrre ripercussioni». Smith dissente dall’idea di Calvino che gli esseri umani siano tutti e interamente immersi nel peccato (e quindi allontanati dalla grazia di Dio) a causa della colpa originaria di Adamo ed Eva.

Altre tradizioni religiose – ortodossa, ebraica, musulmana – si limitano del resto a registrare i cambiamenti indotti dal cedimento alle lusinghe del serpente, ma non attribuiscono l’oggettiva miseria dell’umanità e l’inclinazione al male alla trasmissione automatica – «biologica» – di un peccato dei progenitori, a causa del quale nasceremmo tutti contaminati e completamente perversi.

L’autore scrive che «l’idea che Adamo ed Eva fossero già malvagi quando mangiarono il frutto proibito non è biblica» (p. 47). Autorevoli commentatori, come sant’Agostino, ispirandosi a san Paolo, avrebbero enfatizzato in maniera «retrospettiva» il ruolo di Adamo, partendo dalla visione di Cristo come salvatore e confrontandolo con Adamo, in modo da rappresentare quest’ultimo quale responsabile della trasgressione ancestrale.


P. Cattorini, in La Civiltà Cattolica 4139 (3/17 dicembre 2022), 517-518

>«Lo studio biblico è diventato non la scienza della Bibbia, ma dei suoi studiosi: la Bibbia, però, non è stata scritta per gli studiosi... Conoscere tutti i dati a proposito di un testo non è ancora capire il testo... Non si riesce a leggere tutto su un soggetto: ci si sente colpevoli. Si riesce a leggere tutto: ci si sente frustrati… Dire stupidaggini su un testo è follia; citarle è erudizione ... Non rimettere nel testo ciò che l'autore ha voluto lasciar fuori...».

Erano questi alcuni dei consigli che uno dei miei maestri, Luis Alonso Schökel (1920-1998), grande esegeta biblico, impartiva ai suoi discepoli. Li ho ripensati mentre leggevo il saggio di Mark S. Smith, docente alla Princeton e alla New York University, dedicato al c. 3 della Genesi e, quindi, ai temi della «caduta» adamica, del «peccato originale», della radice del bene e del male, del «paradiso perduto», sontuosamente cantato nel '600 da John Milton. L'autore, infatti, pur non deponendo l'abbigliamento brillante dello stile anglosassone anche quando tratta questioni così paludate, rivela in filigrana l'imponente bibliografia che attorno a quei versetti si è incessantemente prodotta. Eppure bisogna riconoscere che «il cucinato è più del mangiato e quello che si scrive è più di quello che si legge», come ancora diceva quel mio maestro.

Alla fine del caleidoscopio delle ipotesi interpretative rimangono, però, sul tappeto gli interrogativi di fondo che sbocciano da quel c. 3 ininterrottamente «cucinato» in sede storico-critica e che dilagano nelle pagine successive della Genesi (come non pensare a Caino e Abele o al diluvio?). L'esito dichiarato del percorso di Smith è proprio quello di dispiegare il ventaglio delle domande, ritenendo già efficace questa sola ars interrogandiattorno ad alcuni picchi teorici ed esistenziali, come sono appunto la «caduta» (tema per altro esile nella sua presenza altrove nella Bibbia), il peccato, la natura umana.

In realtà, egli elabora anche non poche risposte, a partire dalla stessa tipologia di quel c. 3, connessa alla memoria dell'autore sacro il quale rimanderebbe allusivamente alla figura regale della dinastia davidica, all'amata Gerusalemme e all'epoca monarchica ormai affondata nel passato. La questione centrale si annoda, però, attorno all'umanità emblematicamente incarnata dalla coppia Adamo-Eva, nomi etimologicamente universali (l'«Uomo» e la «Vivente»), come lo sono le loro esperienze, dal matrimonio al parto e al lavoro. Ma il groviglio maggiore è proprio in quella «caduta»-peccato sulla quale si eserciteranno soprattutto san Paolo e il fiume maestoso della successiva teologia (Agostino ne è il primo vessillo).

Entra, allora, inazione non solo la libertà umana ma anche Dio in una interazione che può essere di contrappunto armonico o di accesa dialettica. Per questo, è necessario integrare alla malvagità radicale dell'umanità anche la santità di un Abele o di Enoc o Noè. Da discutere è anche l'interporsi di Satana, per altro assente nel racconto della Genesi,a meno che lo si identifichi col serpente, come farà il tardo libro biblico deuterocanonico della Sapienza(2,24). Come è evidente, mistero divino, figura umana libera, orizzonte comunitario, categorie morali come bene e male, bontà e colpa s'intrecciano tra loro in una trama fitta che Smith cerca di esplorare, assediato dalla marea esegetico-teologica elaborata fino ad oggi, rimanendo alla fine con un utile paniere di domande sottilmente venate di risposte.

Lasciando a parte le sue pagine, si deve riconoscere che una legione di teologi e di filosofi fino ai nostri giorni ha identificato in quel capitolo della Genesi un palinsesto dispersivo di tesi, spesso «mettendo nel testo ciò che l'autore aveva lasciato fuori», come sopra ammoniva Alonso Schökel. Il paradigma teologico classico ha letto nel peccato originale una solidarietà interpersonale nel peccato, fondata nell'unità e identità della natura umana, per cui il racconto biblico sarebbe un'eziologia metastorica di taglio sapienziale riguardante l'antropologia teologica. Detto in altri termini, si risalirebbe a un archetipo universale (Adamo-Uomo) per spiegare la situazione dell'intero arco storico dell'umanità; e questo verrebbe fatto attraverso una riflessione sapienziale, cioè filosofico-teologica.

Una particolare riflessione contemporanea ha aperto un'altra direzione ermeneutica, quella logica per cui il peccato originale sarebbe da individuare nell'ingiustizia strutturale della società umana a cui il singolo partecipa e di cui è vittima. Ecco, però, farsi strada anche l'approccio psicologico che fiorisce dal concetto di angoscia kierkegaardiano e che riceve gli opposti variegati e spesso dissonanti della psicoanalisi freudiana o junghiana. Né si può ignorare lo sforzo cosmologico-metafisico di Pierre Teilhard de Chardin con la sua visione evoluzionistica escatologico-cristologica, per cui l'itinerario della storia e del creato procedono verso una progressiva catarsi che nel Cristo finale avrebbe la sua meta suprema. Si dovrebbe, poi, parlare anche di alcune ramificazioni tematiche settoriali legate al femminismo secondo cui il nucleo centrale della colpa è nel sessismo patriarcale e maschilista.

Comunque sia, nel delta sterminato di esegesi e interpretazioni, rimane vero quello che osservava il critico letterario Stephen Greenblatt nella sua Ascesa e caduta di Adamo ed Eva(Rizzoli 2017): «La storia di Adamo ed Eva parla a tutti noi. Riguarda il nostro essere, la nostra origine, perché amiamo e soffriamo... Sono un'incarnazione della responsabilità e vulnerabilità umana».


G. Ravasi, in Il Sole 24 Ore 28 agosto 2022