In un’intervista in occasione della sua partecipazione al Salone di Torino scandì, senza remore: «Voglio riportare Dio al centro dei romanzi». Marilynne Robinson non ha mai fatto mistero della sua fede cristiana (è calvinista): i suoi libri incentrati sulla cittadina immaginaria di Gilead (come da titolo del romanzo che le è valso il Pulitzer) sono intrisi di fede cristiana e di un immaginario teologico, tracce di quella fede biblica che l’autrice vive e sente come motivo di vita.
Ora una studiosa di americanistica, Maria Nisii, pubblica il primo libro-inchiesta sulla teologia di Robinson, La casa dell’invisibile. Marilynne Robinson e la teologia del quotidiano (Queriniana, pagine 240, euro 24), opera molto ricca di studio, di passione e di competenza – Nisii insegna Letteratura e teologia all’ISSR di Torino. Certo è un’opera critica, questa, e di lettura non facile. Ma è di certo un aiuto per enucleare quali sono gli spunti teologici nelle storie di Gilead, ovvero due principalmente: la teologia del quotidiano e la grazia. Il tutto dentro un quadro di riferimento biblico che Nisii rintraccia così: «I romanzi di Robinson fanno rivivere alcuni dei grandi racconti biblici in varie modalità. Casa è una riscrittura (obliqua) della parabola del figlio prodigo; i sermoni del reverendo John Ames sono una rilettura (esegetica) alla luce del proprio vissuto; i pensieri di Jack si misurano (drammaticamente) con la teologia della predestinazione; la vita di Lila rappresenta il (felice) riconoscimento del valore degli ultimi alla luce della cura divina e del Vangelo di Cristo».
Ma non è tanto nel “contenuto” religioso delle vicende narrate che si evince la “teologia narrativa” robinsoniana, quanto invece nell’affrontare, e mettere in pagina, una teologia della grazia divina che intesse le sue opere. Come affermato dalla stessa Robinson in un’intervista a Andrew Cunning, richiamata così da Nisii: «Facendo esperienza delle storie di Ruth, Ames, Glory, Lila e Jack, il lettore in fondo legge e vive il conflitto morale come meglio non potrebbe essere spiegato: «Non avrei saputo come articolarlo se non attraverso la funzione» spiega Robinson a Cunning che le chiede come si possano integrare la visione divina e quella umana delle cose.
Ed eccolo qui quel “teologico” nel quotidiano che Nisii rintraccia come uno dei contributi teologici più rilevanti nella narrativa robinsoniana: «Oltre alla storia in sé, tanto dipende dal modo di raccontarla. Perché nei romanzi di Robinson si fa esperienza della bellezza – in quel che resta di un antico splendore (Gilead), nella percezione del proprio fallimento (Glory e Jack in Casa), nel ricordo delle vite sbandate (Lila), nell’attrazione per il danno (Jack). Le storie dei suoi personaggi hanno ampliato il nostro orizzonte, arricchito il nostro sguardo, allargato la nostra coscienza d’essere. Ciascuno ha raccontato quella porzione di bellezza che ha scelto di riconoscere (la prateria, la pioggia, un volto dimesso, le risate infantili, l’amore inatteso, una benedizione, la grazia) e il lettore ha goduto di vite che non potrebbero essere più lontane dalla propria, ma in cui vi è un’umanità pulsante e vera che valeva la pena incontrare».
Nisii, attraverso un’analisi diacronica dei romanzi, mostra chiaramente i riferimenti religiosi e teologici della narratrice dell’Iowa, puntando più sul “non detto” letterario che sull’esplicitazione contenutistica di fatti e personaggi religiosi: «Se Casa si chiude con la meraviglia – “Il Signore è meraviglioso” – Jack nientedimeno che con la grazia. Il divino entra nella vita dello scettico Jack per opera di due donne amorevoli, la sorella e la donna amata. Ma in Gilead era stato pur sempre benedetto dal padrino, mentre Lila lo fa rientrare nel novero dei salvati per il fatto che qualcuno non potrebbe concepire la vita eterna senza di lui».
La teologia dell’ordinario è l’altro filone che l’indagine di Nisii mette in risalto nei testi di Robinson. Per esempio, «la visionarietà di Ames sta nella sapienza di cogliere la verità profonda del reale. Non più una visione soprannaturale, ma una totalmente quotidiana, ordinaria. Non il Santo, ma il sacro presente nelle cose del mondo». E questa teologia quotidiana ha un ancoraggio preciso, quello dell’incarnazione: «Corpo spezzato, spina e ferita nella carne sono alcune tra le tante immagini adottate per parlare dell’umanità toccata dal male, di natura fisica o morale che sia. Perché a questo punto è ormai chiaro quanto l’incarnazione sia tema centrale del romanzo, declinato nella caducità della vita (ritratta, tra gli altri, nei capelli della nonna malata) o nel pieno vigore. Una “carne” segnata dal limite e aperta all’infinito. Un corpo immensamente amato e teneramente preservato nella memoria».
L. Fazzini, in
Avvenire 17 dicembre 2025