[…]Adriano Virgili si è cimentato su di un soggetto ambizioso nel suo La Biblioteca della Bibbia, Una guida pratica per lettori coraggiosi (Queriniana, 368 pagine, 27 euro). L’intento è sicuramente meritorio e viene conseguito con successo nella parte di inquadramento generale e nell’approfondimento, di necessità contenuto, riguardo all’Antico Testamento, del quale Virgili riesce a informare sulle origini, le scansioni, i risultati della ricerca e le ipotesi di interpretazione dei testi in maniera utile per il lettore e senza affaticarlo con dettagli tecnici troppo approfonditi a con la proposizione di teorie teologiche estreme. Ottima la presentazione della vicenda della cacciata dal Paradiso terrestre.
Meno efficace risulta la seconda parte del libro, dedicata al Nuovo Testamento. Infelice appare la decisione di continuare a proporre la tesi dell’esistenza di tre figure di riferimento: il Gesù della storia, il Cristo delle fede e il Gesù storico, eredità di una teologia poco disponibile a piegarsi alle regole della storiografia. Se infatti è corretto sostenere che «Il Gesù in carne e ossa (…) nella sua irripetibile e completa realtà esistenziale è per noi per sempre inaccessibile» e che il Cristo della fede è «una figura intrisa di teologia, il cui significato trascende la sua biografia terrena», la pretesa di ricostruire attraverso le testimonianze di cui disponiamo una terza figura di Gesù dai contorni precisi alla quale attribuire la definizione di «storica» appare destinata all’insuccesso. I vangeli non possono darci di più di quello che offrono gli altri libri della Bibbia: il pensiero, pur ispirato, dei loro autori materiali.
Lo sforzo di alcune generazioni di teologi di individuare frasi, eventi, parabole, gesti di Gesù da considerare «sicuramente autentici» è fallito, per giungere ad ammettere, come Virgili riconosce, che la nostra attività di ricostruzione degli eventi si deve limitare a «restituirci il contesto più plausibile da cui il movimento cristiano ha avuto origine». Altro non è possibile sapere: la ricerca storica non può dirci delle nozze di Cana, dell’emorroissa guarita o delle parole pronunciate nel discorso della montagna nulla più di quello che ci comunicano i vangeli, e cioè che la comunità dei primi cristiani credeva nella concreta storicità di questi avvenimenti.
Gesù non volle lasciare niente di scritto, anche se ci viene tramandata la sua piena alfabetizzazione. Da uomo riteneva non fosse necessario farlo, da Dio ha giudicato che il suo rapporto con l’umanità dovesse svilupparsi senza vincoli o dogmatismi troppo stringenti. Immaginare «criteri di autenticità» che stabiliscano maggiore o minore attendibilità dei vangeli è un atteggiamento ormai superato. Come scrive Virgili «il loro uso è complesso e dibattuto» e «c’è infatti chi ne ha contestato la correttezza metodologica».
S. Valzania, in
Toscana Oggi 21 giugno 2026, 20