Chi pensasse, prendendo in mano questo libro, di trovarsi davanti a una presentazione della cristologia di J. Dupuis (1923-2004), si accorgerebbe che tale tema occupa solo le prime cento pagine del volume. Lo stesso titolo non proviene da un’opera del gesuita belga, ma riprende un’espressione del teologo A. Bertuletti e costituisce il cuore della valutazione che l’A., docente di teologia sistematica e missionario del Pime in Cambogia, offre della cristologia di Dupuis: nell’uomo Cristo non si dà una relativizzazione dell’assolutezza di Dio, ma la sua rivelazione costitutiva.
In vari modi, l’A. denuncia nel pensiero di Dupuis la subordinazione della storia di Cristo all’eternità di Dio e ne attribuisce la causa, in vari passi del volume, a ragioni diverse: il pregiudizio gnostico che sdoppia tra verità e storia (171), l’influsso della mentalità buddhista e induista per cui la storia si riduce ad essere epifenomeno irrilevante (45; 196) e il presupposto kantiano di una distanza tra fenomeno e noumeno (126; 193; 218).
Nella prima parte, viene presentata la cristologia di Dupuis come il tentativo di elaborare un cristocentrismo teocentrico, che non ricada negli estremi dell’esclusivismo particolarista o del pluralismo generalista (66): il gesuita preferiva le espressioni “pluralismo inclusivo” o “inclusivismo pluralistico” (91). In Cristo si dà una pienezza qualitativa che non esclude una rivelazione quantitativa nelle altre tradizioni religiose (53-54). Relegando l’assolutezza all’inesauribilità del mistero di Dio, Dupuis parla di un’unicità di Cristo, secondo un cristocentrismo costitutivo e normativo (75) che, però, ha un carattere inevitabilmente limitato e imperfetto, come dimostra la coscienza umana (e, perciò, storicamente situata) di Gesù (93). Questa limitazione viene sanata attraverso la distinzione tra il punto culminante di autocomunicazione divina, che è l’incarnazione del Verbo, e l’agire distinto del Verbo asarkos e dello Spirito, che con potenza universale operano una funzione mediatrice presso le altre tradizioni religiose prima e dopo l’incarnazione (85; 95). Si arriva così a giustificare un pluralismo religioso de iure e non solo de facto, all’interno di un’unica economia salvifica.
Nella seconda parte del volume si opera una confutazione serrata, talvolta con qualche ripetizione, del pensiero di Dupuis nel confronto col pensiero di alcuni teologi contemporanei: H.U. von Balthasar, G. Moioli, P. Coda, P.A. Sequeri, G. Barzaghi, A. Cozzi, A. Staglianò, S. Duchi e il già sopra menzionato A. Bertuletti. La critica, scandita secondo tre temi (la Trinità, il Logos, lo Spirito), scorre su un postulato fondamentale: la storicità di Cristo non si lascia pregiudicare da un principio esterno alla storia, che ne verrebbe a misurare la consistenza ontologica, come se fosse la copia inevitabilmente imperfetta o lo strumento ostensivo e didascalico di una verità eterna già data (118). L’unicità dell’evento cristologico pretende di determinare la verità dell’essere stesso di Dio e dell’uomo (112-114).
All’opposto di Dupuis, l’A. afferma che la coscienza di Gesù non è «l’ostacolo contro il quale ogni pretesa cristiana si è infranta» (130), ma, nella coincidenza tra coscienza e missione (e tra missione e processione: il richiamo è a von Balthasar, cfr. 130; 151), «l’essenza divina […] non può più essere pensata a prescindere dal legame dell’unio hypostatica» (135). In tal senso, l’evento cristologico richiede un necessario scavo ontologico, che conduce a riconoscere tutte le forme dell'agire divino (semina Verbi) nel darsi di Dio in Gesù. Perciò, non è possibile distinguere l’azione di Gesù da quella dello Spirito o del Verbo incarnato, dal momento che la carne assunta ha un valore salvifico universale e imprescindibile per tutte le creature (167).
Nell’ultima parte, l’A. prova a sviluppare, alla luce della critica operata, una propria «teologia cristiana degli impossibilia Dei», tale da poter comunicare la «verità teologica» di Gesù e la «verità cristologica» di Dio. Se in Cristo si dà un evento che detta il metodo, ciò significa che in quell’evento Dio vuole essere pensato e creduto, secondo una circolarità tra verità cristologica e verità trinitaria. In Cristo non si dà la semplice esegesi di qualcosa che avviene in Dio, ma la storia e la libertà del Figlio – seguendo da vicino Bertuletti – determinano l’identità e perciò costituiscono una novità per Dio stesso, che realizza in modo nuovo ciò che eternamente è (185-187). L’evento pasquale, in particolare, rivela l’unicità di Gesù quale insuperabile e normativa, singolare e assoluta: la verità vuole farsi riconoscere nella libertà di una storia non accidentale, ma costitutiva, in cui Dio si coinvolge personalmente e si identifica (209).
Alla luce di questa visione, si può offrire una valutazione delle altre religioni e di altre forme di mediazione partecipata, in cui l’ordo mediationis di Cristo si pone come il paradigma del riconoscimento del dono di Dio. Le mediazioni sono partecipate nella misura in cui rendono effettiva nella vita dell’uomo quella figliolanza propria della coscienza del Figlio incarnato. L’A. ritrova perciò nella coscienza di Gesù e, a livello formale nell’unio hypostatica, il luogo in cui convergono «trinitaria, pneumatologia, fenomenologia, mantenendo la vicenda storica di Gesù come il vero e unico referente [...]; luogo drammatico dove si consuma una comunione indeducibile e ineguagliabile che è “pericoresi delle nature”, secondo una reciprocità per la quale economia e teologia, uomo e Dio, creato e creatore, libertà e Spirito non sono più due piani o due mondi» (231). Lo Spirito non ha un’azione distinta, ma si presenta come il legame in perpetuo, soprattutto nei momenti di massima distanza tra il Figlio e il Padre, che ha il compito di trasformare in comunione la separazione, realizzando così il ripristino della taxis trinitaria (243).
Nelle lunghe conclusioni (quasi quaranta pagine), l’A. esplora la categoria di possibilità necessaria, come via per una rilettura in tensione tra Dominus Iesus e il Documento di Abu Dhabi del 2019. Da una parte la libertà religiosa, propria dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio, risulta necessaria. Dall’altra la storia di Cristo dice di una verità che si dona ogni volta alla coscienza credente in modo unico e costitutivo, stabilendo una nuova relazione con l’origine. Portando avanti le potenzialità semantiche dell’affermazione di Bertuletti che dà titolo al libro (l’uomo che fa differenza in Dio), l’unicità di Dio si dà nell’unicità della persona, come rivela lo scambio tra divino e umano in Cristo. L’uomo fa una differenza in Dio, in quanto l’eterna generazione del Figlio è la garanzia dell’unicità di ogni uomo (266). Si giunge a questa rivelazione sull’umano attraverso l’unicità di un evento: l’evento Cristo è possibilità necessaria che svela potenzialità di umano e di Dio (273). La coscienza di Gesù è perciò la possibilità necessaria, in cui assumono forma gli impossibilia Dei, offerta all’unicità e alla necessità di ogni figlio d’uomo.
Certamente, secondo questo percorso, come già affermava J. Ratzinger, Dio pensa tante vie per la salvezza quanti sono gli uomini. Tali vie possono anche passare attraverso le culture e le religioni, ma resta in qualche modo insoluta la valutazione del valore salvifico in sé delle culture e delle religioni. Per quanto si debba apprezzare la ricchezza di riferimenti, non solo teologici, ma anche letterari, avrebbe avvalorato lo studio un maggiore rigore formale che può essere ravvisato a tre livelli. Anzitutto, andrebbe segnalato meglio nel titolo e nella presentazione la natura ibrida dello studio: a cavallo tra valutazione critica del pensiero di Dupuis e proposta sistematica di una cristologia delle religioni grazie ad autori, in qualche modo, estranei ai paradigmi teologici dello stesso Dupuis. In secondo luogo, si sarebbero potute evitare le numerose ripetizioni delle tesi di fondo che accompagnano le critiche mosse al pensiero di Dupuis a favore di una maggiore ampiezza concessa alla proposta sulla possibilità necessaria, lasciata alle sole ampie conclusioni. Da ultimo, sarebbe stato interessante declinare come la risoluzione della separazione (di varia derivazione: gnostica, orientale, moderna) tra verità universali e contingenti attraverso la singolarità dell’unio hypostatica rivelata nella singolare coscienza di Gesù non possa diventare a sua volta principio riduttivo con cui concettualizzare la cristologia a prescindere dall’effettivo darsi della storia del cristianesimo e delle altre religioni. In questo senso, credo che potrebbe tornare utile un approfondimento sul ruolo dello Spirito non solo in relazione alla coscienza di Gesù nel suo rapporto col Padre, ma anche alla coscienza credente di ogni tempo.
P. Banna, in
Teologia 3/2025, 547-549