Vi sono testi che o ancora in forma manoscritta, o parzialmente pubblicati, hanno avuto effetti teoretici che mostrano la classicità dell’autore. È il caso dei manoscritti di Edmund Husserl sulla religione e Dio, conservati a Lovanio, sui quali si sofferma Klaus Held in L’origine e il futuro della fede. Un’indagine biblica e fenomenologica (a cura di Vincenzo Costa, Queriniana, pagine 208, euro 18,00).
L’autore (1936-2021), tra i maggiori studiosi tedeschi di Husserl e Heidegger, presenta un testo articolato in tre momenti, come fosse una propedeutica alla fenomenologia quale esercizio filosofico per ripensare i fondamenti della fede biblica. Il primo capitolo, “Il dispiegarsi dell’epochè fenomenologica”, è inteso dall’autore come una introduzione al significato della epochè, della sospensione delle evidenze quotidiane.
Un metodo per illustrare il dispiegarsi, a partire dalla intenzionalità della coscienza, della costituzione delle cose. Se di epochè parla lo scetticismo antico, in Husserl il termine assume una radicalità ulteriore: si tratta di sospendere il proprio assenso non solo alle certezze del senso comune, ma anche a ogni evidenza filosofica che non abbia superato il tribunale della coscienza trascendentale come legittimazione ultima del costituirsi del mondo. In questa prospettiva, quella di Husserl è una fenomenologia non dell’essere, ma del mondo: il mondo come intreccio universale di orizzonti e rimandi, mai esauriti.
Di qui il tema del secondo capitolo, dedicato al concetto di Dio in Husserl. Se ogni coscienza, in quanto intenzionalità di un oggetto, attende il suo riempimento per scoprire la verità del ricercato, Dio in Husserl appare come il polo ideale che garantisce il compimento del lavoro infinito della conoscenza. Ma Dio, avverte Husserl, non può essere ridotto a un fondamento gnoseologico: in quanto assoluto che si rivela nella storia è un Dio che accompagna la vita prospettica delle coscienze degli uomini. «Un tale Dio – scrive Held – è afflitto dalla “debolezza” di una garanzia limitata e quindi, può fallire in caso di catastrofi». Per Husserl questo Dio va “de-idealizzato”, così come va riscoperto l’orizzonte del mondo della vita nel quale il Dio monoteista si rivela.
Di qui l’ultima parte del libro, la più originale. Non solo perché, partendo della fenomenologia del mondo, Held rilegge l’affinità profonda tra la scoperta greca del mondo come Kosmos (Eraclito) e l’affermarsi del monoteismo biblico contro il politeismo pagano. Come scrive Costa nel suo editoriale, Gerusalemme doveva incontrare Atene, e viceversa, in questa conquista di una concettualità filosofica in grado di render conto della universalità del Dio unico; quella universalità che eticamente si rivela nel comandamento dell’amore del prossimo, senza alcun vincolo etnico.
In pagine nelle quali la lezione di Husserl si coniuga con quelle di Heidegger sul carattere veritativo delle tonalità emotive, Held mostra come la lenta affermazione del Dio biblico significhi l’affermarsi di un Dio la cui potenza, nel rispondere alle domande degli uomini, è superiore comparativamente a quella degli dèi. Il Dio prima di Israele e poi cristiano è il guadagno esistenziale, tra sconcerto e meraviglia, della fede nel Dio che libera prima un popolo e dopo tutti gli uomini dalla schiavitù di una esistenza mortale. Il mondo della vita è proprio di una fede che risponde al Dio del deserto e della promessa di risurrezione. Ma la stessa fede biblica – essendo una esperienza dei predicati del Dio del deserto, innanzitutto del suo nascondersi, che libera dal naturalismo e dalle impotenze delle credenze politeistiche – ha in sé una dialettica.
Se la desertificazione del divino politeista è paradossale scoperta della ricchezza del mondo della vita nel quale si rivela il Dio unico, nel contempo v’è il pericolo che la negazione della naturalità si trasformi essa stessa in devastazione del mondo della vita.
È la dialettica del Dio biblico: rappresenta un momento di ateismo verso il naturalismo del paganesimo, ma con la speranza della risurrezione, che va sotto il nome di Gesù Cristo, pone la possibilità di trascendere la tragedia di un mondo senza senso quale rischia sempre di essere la storia. In fondo, sta qui l’importanza del libro di Held: le sue pagine sono colpi di sonda nella filosofia della religione per mostrare la fecondità di Husserl «pensatore insolitamente sperimentale».
I. Bertoletti, in
Avvenire 4 agosto 2026, 21