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Il decalogo
David L. Baker

Il decalogo

Vivere come popolo di Dio

Prezzo di copertina: Euro 25,00 Prezzo scontato: Euro 23,75
Collana: Biblioteca Biblica 28
ISBN: 978-88-399-2028-7
Formato: 16 x 23 cm
Pagine: 264
Titolo originale: The Decalogue. Living as the People of God
© 2019

In breve

«Questo manuale merita veramente di essere letto, perché esamina la cultura biblica in modo completo ma con tocco leggero e perché riflette magistralmente sull’importanza dei dieci comandamenti nella chiesa e nella società contemporanea» Cristopher J.H. Wright.

Descrizione

I dieci comandamenti, per secoli un pilastro indiscusso della cultura occidentale, in tempi più recenti sono stati oggetto di controversia nell’agorà pubblica. A un esame attento, tuttavia, risultano rivolti in particolare al popolo di Dio: cioè ai credenti. Prova ne sia che, nel racconto dell’esodo, la loro rivelazione sul Sinai è incorniciata da simboli religiosi e motivata nell’affermazione introduttiva: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla condizione servile».
Sul contesto vitale del decalogo Baker concentra la sua vasta ricerca e la sua riflessione. Inserendo ciascuna delle “dieci parole” nella sua collocazione originaria nel Vicino Oriente antico, ne fa risaltare chiaramente il profilo culturale. La cornice dell’alleanza, poi, illumina il loro significato biblico e teologico. Infine, vedendo ogni comandamento alla luce dell’ambientazione contemporanea, egli mostra come quelle prescrizioni e quei divieti siano culturalmente controcorrente.
Ne risulta un commentario accurato e di ampio respiro sul decalogo, ma anche una guida indispensabile alle “dieci parole” che Dio ha consegnato al suo popolo sul Sinai, facendo luce sul nostro cammino come popolo di Dio.

Recensioni

E se per capire il vero senso del Decalogo dovessimo partire dall’ultimo comandamento? Lo scriveva già René Girard nel volume Vedo Satana cadere come la folgore (Adelphi 2001). Se all’inizio di ogni società umana c’è la violenza, per il grande antropologo essa è fondata sull’imitazione, quello che lui chiama il “desiderio mimetico”: noi desideriamo ciò che l’altro possiede o desidera. Per questo a suo parere è fondamentale il contenuto dell’ultima prescrizione divina, che nella tradizione ebraica recita: «Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».

Proibizione che per Girard non è affatto repressiva, dato che se non viene rispettata apre la porta al trionfo della logica dell’homo homini lupus, la guerra di tutti contro tutti immaginata da Hobbes. Solo il Vangelo capovolge tutto questo: «Gesù non parla mai in termini di divieti ma costantemente in termini di imitazione e modelli. Egli non ci raccomanda di imitare lui stesso perché afflitto da narcisismo, bensì per distoglierci dalle rivalità mimetiche». Il Decalogo insomma assegna all’ultimo comandamento – il nono e il decimo nella versione cristiana, che ha anche preferito unire nel secondo quelli che nell’Antico Testamento sono in realtà il secondo e il terzo: Baker segue quest’ultima tradizione che proviene dai libri dell’Esodo e del Deuteronomio – lo scopo di proibire il desiderio dei beni del prossimo e lo fa perché si riconosce in questo desiderio l’elemento scatenante delle violenze proibite contenute nei quattro comandamenti che lo precedono. Bramosia e cupidigia sono la fonte della violenza e perciò il vero ostacolo alla convivenza umana basata sul rispetto e l’amore dell’altro voluti da Dio.

A suo modo anche il biblista inglese David L. Baker, che insegna Studi biblici a Ware, in Inghilterra, dopo averlo fatto in Indonesia e Australia, oltre che a Cambridge, fa propria senza citarla la tesi di René Girard: «Probabilmente – scrive – nessun altro comandamento ha un’importanza teologica ed etica maggiore tranne il primo. Perché il primo è fondamentale per la relazione con Dio, l’ultimo per il nostro atteggiamento verso gli altri esseri umani. Questo atteggiamento può essere riassunto nel sentirsi appagati da ciò che Dio ci dà anziché desiderare ciò che dà agli altri». Baker è autore di un saggio importante, la sua prima opera tradotta in Italia, dal titolo Il Decalogo. Vivere come popolo di Dio (Queriniana, pagine 260, euro 25,00). Libro in cui analizza il contesto storico e teologico di quello che è tutt’oggi considerato il pilastro della civiltà occidentale e che i filosofi hanno perlopiù fatto coincidere con la legge naturale, da distinguere dalla legge positiva, vale a dire il diritto e la legislazione varati dagli Stati nei secoli.

Baker rimarca come il Decalogo contenga i principi essenziali della società, indispensabili nel XXI secolo come quando furono dati per la prima volta a Mosè. Esso è il punto di partenza anche per l’etica cristiana, dato che Gesù non è venuto ad abolire la legge ma a completarla. Il volume di Baker passa poi in rassegna uno per uno i vari comandamenti divini definendoli con una parola: un solo Dio, il culto, la riverenza, il riposo, la famiglia, la vita, il matrimonio, la proprietà, la verità, la bramosia. Ma torniamo all’ultimo comandamento, che «ha disorientato ebrei e cristiani nel corso dei secoli». Una legge può forse proibire di desiderare? E come si può applicare una legge che si occupa dei pensieri e non delle azioni? Nel mondo antico solo nel Codice di Hammurabi si ritrova qualcosa di simile, quando in una clausola viene citato il desiderio dei beni presenti in una casa che sta andando a fuoco e la sua appropriazione, ma in gioco in questo caso è il furto, non la brama in sé. E anche nelle società moderne non esistono leggi contro il desiderio. Per Baker però, come per Girard, si tratta di un divieto cruciale: «Il desiderio smodato è pericoloso. Spesso è il primo passo verso l’inosservanza degli altri comandamenti: la lussuria porta all’adulterio, l’avidità porta al furto, e così via».

Il biblista non può infine esimersi dal notare come la società postmoderna sia fondata sul desiderio e sulla sua continua stimolazione attraverso la pubblicità. Tutta la cultura popolare e la pressione dei coetanei ci spingono a desiderare di possedere qualcosa e ad essere invidiosi verso coloro che già ne sono in possesso. Il decimo comandamento esprime un atteggiamento controculturale e di certo non è «economicamente corretto nel mondo materialistico».

Per Baker i Dieci comandamenti si possono dividere in due cinquine, la prima identificabile con l’espressione “Amare Dio” e la seconda riassumibile con la definizione “Amare il prossimo”. Si parte con il riconoscimento di una verità basilare su Dio, vale a dire la sua unicità: un monoteismo che si differenzia da tutte le civiltà antiche che erano politeiste, tranne l’eccezione del culto del dio Ra o Aton nel regno di Akhenaton in Egitto, che escluse tutti gli altri dei, ma si trattò di un fatto limitato nel tempo. Il monoteismo di Israele è perciò da considerare un unicum nella storia delle religioni.

Al primo comandamento fanno seguito altre due imposizioni, che vietano di costruirsi idoli o immagini di Dio e di non abusarne il nome. Baker si pone giustamente la domanda se sia in questione l’atto di costruire un’immagine per sé o l’uso di tali immagini nel culto: «In altre parole, sarebbe accettabile fare un’immagine per scopi puramente artistici o educativi?». Questione che tocca da vicino la sensibilità ebraica ed islamica e che nel cristianesimo è stata risolta nell’VIII secolo col Concilio di Nicea che pose fine alla controversia iconoclasta. A parere di Baker il comandamento non è pensato per escludere la raffigurazione di immagini o la creazione di modelli, è semmai un no all’idolatria, un invito ad ascoltare Dio più che a volerlo guardare. Riguardo poi al divieto di pronunciarne il nome, il biblista suggerisce che il riferimento va al falso giuramento pronunciato nel nome di Dio ma anche al divieto di usare tale nome per scopi magici. Infine, lancia un j’accuse verso noi cristiani occidentali tiepidi, sottolineando come «la banalità delle persone devote può essere un problema peggiore delle bestemmie degli atei». Seguono come noto l’elogio della festa e della famiglia. Nel primo caso è come diceva Heschel «un’occasione per rappezzare la nostra vita sbrindellata», nel secondo la pietà filiale, che implica il rispetto della dignità dei genitori e il loro sostegno nella vecchiaia, diviene la radice di tutte le virtù familiari e civili. Così come il richiamo a non commettere adulterio, che non ha tanto a che vedere col sesso quanto con la conservazione del matrimonio come unità fondamentale della società.

Riguardo a “Non uccidere” e “Non rubare”, comandamenti secchi e immediati, Baker annota come anche l’odio e l’ira possono uccidere il prossimo, mentre nel caso del furto sottolinea che il divieto va allargato a ogni forma di guadagno illecito o ai casi di corruzione finanziaria. Infine, il comando di dire sempre la verità: «Come gli altri comandamenti negativi, il nono non vieta semplicemente un crimine. Lo si può intendere anche positivamente per affermare l’importanza di parlare – e di scrivere – in modo veritiero per il popolo di Dio e per la società nel suo insieme». Un richiamo alla necessità della parresìa per i credenti, come ha detto Gesù: «Sia invece il vostro parlare sì, sì, no, no, il di più viene dal Maligno».


R. Righetto, in Avvenire 5 febbraio 2020, 20

David L. Baker ha studiato a Sheffield e Oxford e ora insegna al All Nations Christian College, Hertfordshire, England. Fino al 2014 è stato docente di Antico Testamento al Trinity Theological College a Perth, Western Australia. In precedenza è stato vicedirettore alla Tyndale House, Cambridge, England, dove ha tenuto omelie sui Dieci Comandamenti. Ha insegnato in Indonesia per più di vent’anni.

Nella prima parte del suo volume (pp. 11-56) egli presenta un’introduzione generale sul Decalogo, illustrandone la struttura, la forma, le origini e lo scopo. Studia le leggi del Deuteronomio e le parole di Mosè, confrontandole con la formulazione del Decalogo. Analizza quindi le due forme in cui sono arrivate a noi (Es 20,2-17 e Dt 5,6-21) e le considera parole di Dio e leggi per il popolo di Dio, la costituzione per Israele ma avente un valore universale.

Nella seconda parte (pp. 57-130) Baker analizza le prime quattro “Parole”, poste sotto il titolo di “Amare Dio”. Studia l’unicità di Dio, il culto e le immagini, la riverenza dovuta al nome di Dio, il tema del riposo e della famiglia, con l’onore dovuto ai genitori. Lo studio di ogni singola “parola” a livello filologico e di teologica biblica è sempre accompagnato da una serie di riflessioni che, dopo aver contestualizzato la “parola” biblica nel più vasto contesto del Medio Oriente Antico, la analizza nell’ambito “canonico” proprio della Bibbia.

Vengono, infine, avanzate delle proposte per far comprendere l’importanza e la validità attuale di queste parole per l’ordinata sopravvivenza anche delle società moderne che pensano di poterne fare a meno. Secondo Baker non si può pretendere che lo Stato appoggi materialmente la messa in pratica letterale della proposta biblica, ma non si deve neppure pensare che queste parole non abbiano niente da dire al vissuto degli uomini e delle società odierne.

Questo sforzo emerge con maggior forza nella seconda parte (pp. 131-198), dove, sotto il titolo di “Amare il prossimo”, vengono analizzate le altre “Parole”: la vita (e l’omicidio), il matrimonio (e l’adulterio), la proprietà (e il furto) la verità (e lo spergiuro); ultimo, ma non meno importante, il comandamento sulla bramosia.

Il saggio si conclude con un capitolo su “Il decalogo oggi” (pp. 199-204), dove l’autore tenta un’ulteriore attualizzazione delle “dieci parole” bibliche. Il Decalogo è proposto come una legge di vita, proveniente da un Dio che ha favorito la vita del suo popolo liberandolo dall’Egitto. Gesù l’ha ripreso e approfondito.

Il testo è scritto con la chiarezza e l’assenza di ogni ampollosità tipicamente anglosassoni. Ha un ottimo taglio di valore scientifico (per chi vuol approfondire con le note e la bibliografia finale) e un benemerito tentativo di mostrare l’attualità e l’attuabilità del Decalogo nelle società moderne.

Nelle note la bibliografia è citata all’americana: autore e anno. “Risparmiosa” di spazio ma molto scomoda nella sua utilizzazione. Una vasta bibliografia ragionata è posta alla fine del volume (p. 205-239): sul Decalogo in generale e poi riguardo a ogni singola “parola”. È seguita dalle abbreviazioni (pp. 240-243), dall’indice degli autori (pp. 244-250) e da quello analitico (pp. 251-256).


R. Mela, in SettimanaNews.it 27 dicembre 2019

Il saggio delinea l'intricata rete di interpretazioni delle due versioni dei 10 comandamenti o delle 10 parole (Es 20,1-21, Dt 5,1 -22). L'esame ha tenuto conto del contesto storico e legislativo del tempo della loro redazione, della posizione che occupano nelle Scritture e del contributo critico che offrono al mondo attuale. Quali siano le origini delle due redazioni è questione assai controversa. Origini sacerdotali o profetiche? Le tavole hanno un valore cultuale, ma anche catechistico e legislativo. Sicuramente stabiliscono la distinzione fra giusto e sbagliato verso Dio e verso il prossimo. E anche se queste parole sono rivolte ad adulti, maschi, proprietari terrieri dell'antico Israele, hanno rivestito e rivestono ancor oggi importanza per il singolo e per la comunità universale.


G. Azzano, in Il Regno Attualità 22/2019, 672