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Il decalogo
David L. Baker

Il decalogo

Vivere come popolo di Dio

Prezzo di copertina: Euro 25,00 Prezzo scontato: Euro 23,75
Collana: Biblioteca Biblica 28
ISBN: 978-88-399-2028-7
Formato: 16 x 23 cm
Pagine: 264
Titolo originale: The Decalogue. Living as the People of God
© 2019

In breve

«Questo manuale merita veramente di essere letto, perché esamina la cultura biblica in modo completo ma con tocco leggero e perché riflette magistralmente sull’importanza dei dieci comandamenti nella chiesa e nella società contemporanea» Cristopher J.H. Wright.

Descrizione

I dieci comandamenti, per secoli un pilastro indiscusso della cultura occidentale, in tempi più recenti sono stati oggetto di controversia nell’agorà pubblica. A un esame attento, tuttavia, risultano rivolti in particolare al popolo di Dio: cioè ai credenti. Prova ne sia che, nel racconto dell’esodo, la loro rivelazione sul Sinai è incorniciata da simboli religiosi e motivata nell’affermazione introduttiva: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla condizione servile».
Sul contesto vitale del decalogo Baker concentra la sua vasta ricerca e la sua riflessione. Inserendo ciascuna delle “dieci parole” nella sua collocazione originaria nel Vicino Oriente antico, ne fa risaltare chiaramente il profilo culturale. La cornice dell’alleanza, poi, illumina il loro significato biblico e teologico. Infine, vedendo ogni comandamento alla luce dell’ambientazione contemporanea, egli mostra come quelle prescrizioni e quei divieti siano culturalmente controcorrente.
Ne risulta un commentario accurato e di ampio respiro sul decalogo, ma anche una guida indispensabile alle “dieci parole” che Dio ha consegnato al suo popolo sul Sinai, facendo luce sul nostro cammino come popolo di Dio.

Recensioni

Il titolo del saggio di David L. Baker, Il Decalogo. Vivere come popolo di Dio, prima opera di questo studioso tradotta in Italia, sintetizza bene la prospettiva e lo scopo del lavoro. L’A., infatti, al momento professore di Studi biblici a Ware, in Inghilterra, dopo esperienze in Indonesia, Australia, e Cambridge, non si prefigge di presentare il testo del Decalogo solamente dal punto di vista biblico, ma intende evidenziare come esso sia il punto di partenza anche dell’etica cristiana e come contenga i principi essenziali della società, fondamentali e determinati pure nella nostra epoca, assumendo pertanto «una importanza attuale» (p. 7).

Tale prospettiva guida l’impianto del saggio che si articola in tre sezioni. Nella prima viene presentato il Decalogo dal punto di vista della struttura, della forma, dell’origine e dello scopo. La successiva, divisa in due parti, si occupa del commento dei singoli comandamenti; Baker propone una divisione in due serie di cinque comandi, la prima raccolta sotto il titolo “Amare Dio” e la seconda “Amare il prossimo”. Conclude l’esposizione una terza, più breve, sezione nella quale si declina il Decalogo oggi. Completa il lavoro una amplissima bibliografia (35 pagine), utilmente suddivisa in base ai temi trattati, in cui compaiono opere di diversa qualità ed epoca (alcune sono decisamente datate) in lingua inglese e tedesca con rarissime eccezioni.

La spiegazione dei singoli comandamenti è indubbiamente la parte più stimolante dell’opera, e lo studioso declina ogni commento presentando il contesto culturale e religioso dato dalla produzione letteraria e giuridica del Vicino Oriente Antico, il significato che assume questa parola nella Bibbia per finire con il rilievo che potrebbe o dovrebbe essere riconosciuto nel nostro tempo. Il riferimento alla letteratura orientale è indubbiamente un tema interessante e utile per chi studia il Decalogo, è un modo sensato di collocare la modalità originale del testo biblico ma anche di vedere i legami con la cultura e l’ambiente vicino; il pregio di questo sviluppo è anche nel riportare moltissimi testi delle tradizioni antiche, così che il lettore possa effettivamente apprezzare la ricchezza di questo patrimonio e avere strumenti utili per il confronto. Anche nell’analisi canonica del comandamento si avverte la ricchezza della conoscenza di Baker, che cita con disinvoltura e pertinenza testi delle diverse sezioni della Bibbia ebraica e del Nuovo Testamento. Proprio questa ampiezza di riferimenti sarebbe stata valorizzata da un approfondimento teologico più marcato. Talvolta, infatti, si percepisce la possibilità di un ulteriore sviluppo che invece si interrompe; è il caso del rapporto ascolto-visione, o del tema della liberazione-libertà in relazione al sabato e alla festa.

La scelta di declinare al positivo le norme formulate al negativo lascia presagire quale sia la posta in gioco di queste parole e dell’insieme del testo, unico nel suo genere per forma, origine e scopo e altamente significativo nella storia degli effetti. È senz’altro un punto di forza la ripetuta presentazione della categoria di parole del Decalogo e legge veterotestamentaria come «linee guida per rispondere con gratitudine alla grazia di Dio, che ama e salva il suo popolo prima che quello faccia qualcosa» (p. 67; cf. pp. 88; 200), e in questa prospettiva l’intuizione del Decalogo come Costituzione di Israele; una tale visione supera la dimensione rigidamente normativa e legalista del testo e lo apre a quel significato che ancora è attuale nel nostro tempo.

Lo sviluppo sulla contemporaneità, presente in ogni commento, è riassunto nell’ultima sezione del saggio. È sempre difficile riuscire a presentare una attualizzazione dei testi antichi, soprattutto quando questi hanno un impatto nell’ambito etico; a questa complessità non sfugge l’argomentazione di Baker che in alcuni passaggi – come quelli sulla idolatria e il desiderio – indulge su un tono più da predicatore che da teologo, mentre per alcuni temi – come quello della verità – offre spunti più validi e originali alla riflessione del lettore. Lasciano perplessi, nella prima sezione del saggio, le considerazioni relative all’origine del testo, e in parte insoddisfatti la trattazione del legame tra il Decalogo e l’alleanza. A quest’ultimo tema è dedicato sostanzialmente un breve paragrafo (pp. 21-22) in cui peraltro si cerca la struttura del formulario di alleanza nel Decalogo stesso, senza avanzare l’ipotesi che questo documento possa essere riconosciuto come la legge fondamentale di un trattato di alleanza. Uno sviluppo più ampio della questione, anche con il conforto o il confronto più ampio con alcuni autori che a questo tema hanno dedicato studi decisivi (come Perlitt, Bonora, Nicholson, Rendtorff, Beauchamp), avrebbe sicuramente permesso una visione e una lettura più teologica. A questo proposito, se è senz’altro interessante la suddivisione dei comandamenti in due unità ciascuna di cinque parole (mantenendo la tradizionale interpretazione delle due tavole), assumere l’inizio del testo come parte del primo comandamento fa perdere la forza della logica del testo stesso e il legame con l’azione divina di liberazione; non sembrerebbe, pertanto, un punto non importante (cf. p. 15), anche perché fonda la possibilità e l’origine della determinante relazione con Dio.

Per quanto riguarda le posizioni dello studioso sull’origine del Decalogo, la convinzione che esso abbia avuto origine da Mosè (p. 36 e p. 44) e che si tratti di «parole di Dio in senso specifico» (p. 44), «incise sulla pietra dal Legislatore supremo» (p. 203), sollevano alcune obiezioni. La motivazione addotta per una origine mosaica, per cui si dà per scontata l’esistenza del famoso personaggio, è presentata in questi termini:«Altrimenti, se Mosè non ha dato il Decalogo a Israele, chi fu la figura sconosciuta – presumibilmente ancora più grande di Mosè – capace di farlo e autorizzata a farlo? E perché non è identificata?» (p. 36). Non viene pertanto considerata una redazione del Pentateuco di epoca post esilica e, per quanto si presenti la storia della ricerca, essa si ferma agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, e si assume una posizione che difficilmente può risultare plausibile.

In conclusione, il saggio del prof. Baker è un testo interessante, ricco di stimoli per chi vuole conoscere il Decalogo, aperto a ulteriori sviluppi e riflessioni, con qualche aspetto di criticità che un lettore accorto può individuare e con cui utilmente confrontarsi.


G. Papola, in Studia Patavina 2/2020, 344-346

[…] Che il Decalogo sia simile a una stella polare morale nel cielo della cultura occidentale è dimostrato, ad esempio, dai mirabili dieci film che il regista polacco Krzysztof Kieslowski ha proposto nel 1988. Ora, prima di aprire il sipario e far scorrere i vari precetti, Baker affronta una serie di questioni preliminari che riflettono altrettante domande: perché si hanno due redazioni non del tutto coincidenti? Possiamo ricostruire una forma originaria? Che rapporto c'è con la figura di Mosè? Che valore assegnare alla loro pretesa di essere «parola di Dio»? È legittimo considerarli come una sorta di «costituzione» dell'ebraismo biblico? Il Decalogo formalizza la risposta umana richesta da Dio nella stipula dell'alleanza al Sinai?

Alzato il sipario, ecco sfilare icomandamenti, intruppati in due schiere. La prima porta un'insegna «teologica»: amare Dio. E comprende l'affermazione dell'unicità divina, il culto, il riposo sabbatico e la famiglia voluta dal Signore. Il secondo gruppo reca come vessillo l'amore per il prossimo e si articola nei temi della vita, del matrimonio, della proprietà, della verità, della «bramosia» (che, come è noto, crea qualche imbarazzo a una lettura superficiale, eppure è, sì, l'ultimo ma «non meno importante comandamento»). Il testo di Baker rivela in filigrana un'adeguata competenza esegetica, ma la sua finalità è l'ascolto da parte di un pubblico anche «generalista».

Proprio per questo, all'analisi di ogni comandamento viene associata una «riflessione» dai risvolti concreti e fin contingenti. Tanto per citare a caso, il commento al precetto che condanna la falsa testimonianza ed esalta la verità si apre con la menzione del volo 730 della Malaysia Airlines disperso nel 2014 e mai ritrovato, oppure si cita un proverbio russo secondo il quale «è meglio lo schiaffo della verità che il bacio di una bugia», e si giunge persino al Watergate, alle accuse nei casi Clinton e Archer e persino all'inganno pubblico di Tony Blair sulla guerra in Iraq, per non parlare del ricorso agli eufemismi ipocriti e alle fake news. Siamo, quindi, davanti a una lettura motivata criticamente, ma anche a una vivace attualizzazione nella contemporaneità, dimostrando la perenne «giovinezza» e vitalità di questo grande codice etico che forse ogni giorno violiamo ma che rimane infisso - come dicevamo-nel cielo della morale universale, non solo religiosa.


G. Ravasi, in Il Sole 24 Ore 6 settembre 2020, X

Il decalogo – come sottolinea l’autore nella prefazione del libro (pp. 5-7) – è alla base della cultura occidentale, e, benché nelle società secolarizzate sopporti contrapposizioni ed emarginazioni, è tutt’ora uno dei punti di riferimento per l’etica sociale e la vita cristiana. Il professor David L. Baker è docente di Sacra Scrittura al All Nations Christian College, Hertfordshire, in Inghilterra. In precedenza è stato docente in Australia, alla Tyndale House di Cambridge, e per più di vent’anni in Indonesia. Nelle sue pubblicazioni ha sempre avuto uno stile ermeneutico di dialogo tra Bibbia ebraica e Bibbia cristiana.

Va subito detto come questo libro sia un’ottima introduzione – di taglio tradizionale − alle questioni di interpretazione dei dieci comandamenti. Il libro si presenta come uno studio completo di carattere esegetico, teologico e di sociologia religiosa. L’esposizione è chiara, nella linea della manualistica anglosassone, ma con un apparato scientifico aggiornato sulla ricerca contemporanea soprattutto anglofona e tedesca sia in campo riformato, sia in campo cattolico, nonché con riferimenti all’interpretazione ebraica. Un’accurata bibliografia finale, suddivisa per ciascun comandamento, attesta il serio approccio scientifico dell’opera.

L’autore parte dallo studio della struttura del decalogo sia nella sua presentazione biblica ebraica (le «dieci parole» distribuite nelle «due tavole» di pietra: Es 31,18; 34,1.4.29; Dt 4,13; 5,22; 9,10-11), sia nelle ripresentazioni catechistiche delle chiese protestanti e cattolica. Pur con alcune differenze di lettura interpretativa, il decalogo accomuna le due religioni ebraica e cristiana. In un successivo capitolo Baker affronta le questioni esegetiche legate al decalogo: la sua forma nelle due versioni di Es 20 e Dt 5, il rapporto tra queste due versioni e il loro riverbero in altri testi dell’Antico Testamento, nonché la parentela con altre liste normative del Vicino Oriente antico.

Ovviamente l’autore si dedica anche alla vexata quaestio dell’origine mosaica del decalogo, indiscussa fino alla prima metà del XX secolo, messa in crisi dopo gli anni Cinquanta del Novecento che attribuiva al decalogo una composizione tardiva, pur con riferimento a formule “primitive” addirittura pre-mosaiche (Rowley). Dagli anni Settanta ci si concentrò piuttosto sulla formulazione deuteronomistica del decalogo, dando per assodato un suo radicamento più antico, ma riformulato nel periodo storico della monarchia e, poi, in periodo postesilico. Baker propende per una posizione tradizionale che fa risalire il decalogo allo stesso Mosè (p. 36).

Di particolare interesse – e non privo di importanti risonanze teologiche – è la discussione di Baker sullo scopo del decalogo. Egli lo interpreta come un testo riferito al popolo di Dio, cioè a Israele (p. 48) in quanto testo di alleanza tra Dio e il suo popolo: una sorta di “costituzione” dell’Israele biblico, fondamentale per l’elaborazione di un’identità storica, etica e religiosa di quel popolo. La sua struttura rivolta ai doveri verso Dio e verso gli uomini delinea una sorta di identikit del popolo ebraico e poi – secondo l’ermeneutica neotestamentaria – del popolo cristiano.

A questo punto Baker affronta nel suo libro ciascun comandamento: è la parte più ricca e accattivante del volume. Ogni comandamento è inquadrato nel suo contesto storico del Vicino Oriente antico e liberato – quindi – da letture interpretanti della catechesi delle ere successive e delle seguenti trasformazioni nelle varie confessioni cristiane. Ogni capitolo si sofferma in conclusione sul valore teologico del comandamento esaminato. Interessante l’inserimento del quarto comandamento sul rispetto dovuto ai genitori nella serie dei comandamenti riguardo a Dio (pp. 112-128).

L’ultima sezione del libro (da p. 197) riguarda il valore del decalogo oggi. Anzitutto Baker ne delinea un valore religioso in chiave di identità del popolo di Dio, espressione con cui l’autore abbraccia ebrei e cristiani. In definitiva, un buon libro, di lettura lineare, utile per affrontare la tematica, nonché per un approfondimento personale.


G. Benzi, in Parole di Vita 4/2020, 57-58

Per secoli si è dato per scontato nel mondo occidentale che i Dieci Comandamenti fossero importanti per ogni tempo e in ogni luogo. Gli esempi possono essere tanti. Basti pensare che in alcune liturgie riformate sono inseriti dopo la confessione dei peccati come guida per la vita cristiana. Questa evidenza e centralità dei comandamenti è andata via via scemando nella cultura occidentale. David Baker, nell’introdurre il suo volume Il Decalogo. Vivere come popolo di Dio,tradotto dall’inglese per i tipi della Queriniana, parla di questa marginalizzazione soprattutto nell’ambito dell’etica nazionale e internazionale. «Nelle società occidentali moderne – scrivere Baker –l’importanza dei Dieci Comandamenti è meno ovvia. Le chiese in Gran Bretagna hanno fallito ampiamente nell’opporsi alla liberalizzazione delle normative sul lavoro di domenica. Negli Stati Uniti si è discusso vigorosamente sul fatto che i comandamenti dovessero essere esposti nelle scuole e nei luoghi pubblici, e in varie occasioni è stato stabilito dai giudici che i monumenti su cui fossero incisi i comandamenti dovessero essere rimossi» (p. 5).

Con un approccio allo stesso tempo documentale ed esistenziale, Baker cerca di mostrare l’attualità dei comandamenti. Per svolgere questo compito, l’a. segue una metodologia uguale nella presentazione di ognuno dei comandamenti: come primo passo, colloca ciascun comandamento nel contesto della legislazione e della cultura del Vicino Oriente antico. In secondo luogo spiega ogni comandamento nel contesto della Bibbia stessa (contesto canonico). Terzo, riflette su ciascun comandamento nel contesto mondiale attuale. Ed è questo terzo tratto che costituisce l’originalità di questo testo.

Prima di addentrarsi nei singoli comandamenti, l’a. dedica una prima parte del libro a introdurre i Dieci Comandamenti con un’analisi della loro struttura e forma, origine e scopo. Per cominciare, il termine «Dieci Comandamenti» deriva da un’espressione ebraica che letteralmente significa “dieci parole”. Ricorre solo tre volte nell’Antico Testamento (Es 34,28; Dt 4,13; 10,4) e non vi sono altre attestazioni fino agli scritti greci di Filone di Alessandria e di Flavio Giuseppe nel I secolo d.C. L’a. specifica che il termine Dieci Comandamenti «è piuttosto fuorviante perché il testo è molto più di un elenco di comandi a cui obbedire» (p. 12). Per questo motivo, molti studiosi e predicatori preferiscono il termine Decalogo (dal greco, “dieci parole”).

Il Decalogo è riportato due volte nell’Antico Testamento, in contesti diversi e con formulazioni leggermente diverse. La prima è in Esodo 20,1-21, dove Dio parla direttamente al popolo di Israele sul monte Sinai dopo l’esodo dall’Egitto. Questo è integrato da Deuteronomio 5,1-22, dove il Decalogo è ripetuto come parte del discorso di Mosè al popolo prima di entrare nella Terra Promessa. La particolarità del Decalogo all’interno dei precetti dell’AT è quanto viene sostenuto dalla narrazione, ovvero, che queste parole «non solo furono pronunciate da Dio, ma furono anche scritte da lui sulle tavole; tale affermazione non ha paralleli altrove nella Bibbia, tranne forse nella scrittura sul muro in Daniele 5» (p. 43). «Il Decalogo – continua l’a. – è l’unico ad essere ascritto a Dio. Diversamente dal Libro dell’Alleanza, dal Codice di Santità e dalle Leggi deuteronomiche – dove si sottolinea il ruolo di Mosè come mediatore – il Decalogo è presentato come parole dirette di Dio» (p. 44).

Già queste specificazioni mostrano l’importanza che le Dieci Parole rivestono all’interno del corpo dei precedetti dell’AT e quanto, per chi accoglie la rivelazione giudeo-cristiana, tali parole devono rivestire nel vissuto quotidiano e, quindi, l’importanza dello sforzo di attualizzazione che il libro di Baker propone.


R. Cheaib, in Theologhia.com 20 maggio 2020

E se per capire il vero senso del Decalogo dovessimo partire dall’ultimo comandamento? Lo scriveva già René Girard nel volume Vedo Satana cadere come la folgore (Adelphi 2001). Se all’inizio di ogni società umana c’è la violenza, per il grande antropologo essa è fondata sull’imitazione, quello che lui chiama il “desiderio mimetico”: noi desideriamo ciò che l’altro possiede o desidera. Per questo a suo parere è fondamentale il contenuto dell’ultima prescrizione divina, che nella tradizione ebraica recita: «Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».

Proibizione che per Girard non è affatto repressiva, dato che se non viene rispettata apre la porta al trionfo della logica dell’homo homini lupus, la guerra di tutti contro tutti immaginata da Hobbes. Solo il Vangelo capovolge tutto questo: «Gesù non parla mai in termini di divieti ma costantemente in termini di imitazione e modelli. Egli non ci raccomanda di imitare lui stesso perché afflitto da narcisismo, bensì per distoglierci dalle rivalità mimetiche». Il Decalogo insomma assegna all’ultimo comandamento – il nono e il decimo nella versione cristiana, che ha anche preferito unire nel secondo quelli che nell’Antico Testamento sono in realtà il secondo e il terzo: Baker segue quest’ultima tradizione che proviene dai libri dell’Esodo e del Deuteronomio – lo scopo di proibire il desiderio dei beni del prossimo e lo fa perché si riconosce in questo desiderio l’elemento scatenante delle violenze proibite contenute nei quattro comandamenti che lo precedono. Bramosia e cupidigia sono la fonte della violenza e perciò il vero ostacolo alla convivenza umana basata sul rispetto e l’amore dell’altro voluti da Dio.

A suo modo anche il biblista inglese David L. Baker, che insegna Studi biblici a Ware, in Inghilterra, dopo averlo fatto in Indonesia e Australia, oltre che a Cambridge, fa propria senza citarla la tesi di René Girard: «Probabilmente – scrive – nessun altro comandamento ha un’importanza teologica ed etica maggiore tranne il primo. Perché il primo è fondamentale per la relazione con Dio, l’ultimo per il nostro atteggiamento verso gli altri esseri umani. Questo atteggiamento può essere riassunto nel sentirsi appagati da ciò che Dio ci dà anziché desiderare ciò che dà agli altri». Baker è autore di un saggio importante, la sua prima opera tradotta in Italia, dal titolo Il Decalogo. Vivere come popolo di Dio (Queriniana, pagine 260, euro 25,00). Libro in cui analizza il contesto storico e teologico di quello che è tutt’oggi considerato il pilastro della civiltà occidentale e che i filosofi hanno perlopiù fatto coincidere con la legge naturale, da distinguere dalla legge positiva, vale a dire il diritto e la legislazione varati dagli Stati nei secoli.

Baker rimarca come il Decalogo contenga i principi essenziali della società, indispensabili nel XXI secolo come quando furono dati per la prima volta a Mosè. Esso è il punto di partenza anche per l’etica cristiana, dato che Gesù non è venuto ad abolire la legge ma a completarla. Il volume di Baker passa poi in rassegna uno per uno i vari comandamenti divini definendoli con una parola: un solo Dio, il culto, la riverenza, il riposo, la famiglia, la vita, il matrimonio, la proprietà, la verità, la bramosia. Ma torniamo all’ultimo comandamento, che «ha disorientato ebrei e cristiani nel corso dei secoli». Una legge può forse proibire di desiderare? E come si può applicare una legge che si occupa dei pensieri e non delle azioni? Nel mondo antico solo nel Codice di Hammurabi si ritrova qualcosa di simile, quando in una clausola viene citato il desiderio dei beni presenti in una casa che sta andando a fuoco e la sua appropriazione, ma in gioco in questo caso è il furto, non la brama in sé. E anche nelle società moderne non esistono leggi contro il desiderio. Per Baker però, come per Girard, si tratta di un divieto cruciale: «Il desiderio smodato è pericoloso. Spesso è il primo passo verso l’inosservanza degli altri comandamenti: la lussuria porta all’adulterio, l’avidità porta al furto, e così via».

Il biblista non può infine esimersi dal notare come la società postmoderna sia fondata sul desiderio e sulla sua continua stimolazione attraverso la pubblicità. Tutta la cultura popolare e la pressione dei coetanei ci spingono a desiderare di possedere qualcosa e ad essere invidiosi verso coloro che già ne sono in possesso. Il decimo comandamento esprime un atteggiamento controculturale e di certo non è «economicamente corretto nel mondo materialistico».

Per Baker i Dieci comandamenti si possono dividere in due cinquine, la prima identificabile con l’espressione “Amare Dio” e la seconda riassumibile con la definizione “Amare il prossimo”. Si parte con il riconoscimento di una verità basilare su Dio, vale a dire la sua unicità: un monoteismo che si differenzia da tutte le civiltà antiche che erano politeiste, tranne l’eccezione del culto del dio Ra o Aton nel regno di Akhenaton in Egitto, che escluse tutti gli altri dei, ma si trattò di un fatto limitato nel tempo. Il monoteismo di Israele è perciò da considerare un unicum nella storia delle religioni.

Al primo comandamento fanno seguito altre due imposizioni, che vietano di costruirsi idoli o immagini di Dio e di non abusarne il nome. Baker si pone giustamente la domanda se sia in questione l’atto di costruire un’immagine per sé o l’uso di tali immagini nel culto: «In altre parole, sarebbe accettabile fare un’immagine per scopi puramente artistici o educativi?». Questione che tocca da vicino la sensibilità ebraica ed islamica e che nel cristianesimo è stata risolta nell’VIII secolo col Concilio di Nicea che pose fine alla controversia iconoclasta. A parere di Baker il comandamento non è pensato per escludere la raffigurazione di immagini o la creazione di modelli, è semmai un no all’idolatria, un invito ad ascoltare Dio più che a volerlo guardare. Riguardo poi al divieto di pronunciarne il nome, il biblista suggerisce che il riferimento va al falso giuramento pronunciato nel nome di Dio ma anche al divieto di usare tale nome per scopi magici. Infine, lancia un j’accuse verso noi cristiani occidentali tiepidi, sottolineando come «la banalità delle persone devote può essere un problema peggiore delle bestemmie degli atei». Seguono come noto l’elogio della festa e della famiglia. Nel primo caso è come diceva Heschel «un’occasione per rappezzare la nostra vita sbrindellata», nel secondo la pietà filiale, che implica il rispetto della dignità dei genitori e il loro sostegno nella vecchiaia, diviene la radice di tutte le virtù familiari e civili. Così come il richiamo a non commettere adulterio, che non ha tanto a che vedere col sesso quanto con la conservazione del matrimonio come unità fondamentale della società.

Riguardo a “Non uccidere” e “Non rubare”, comandamenti secchi e immediati, Baker annota come anche l’odio e l’ira possono uccidere il prossimo, mentre nel caso del furto sottolinea che il divieto va allargato a ogni forma di guadagno illecito o ai casi di corruzione finanziaria. Infine, il comando di dire sempre la verità: «Come gli altri comandamenti negativi, il nono non vieta semplicemente un crimine. Lo si può intendere anche positivamente per affermare l’importanza di parlare – e di scrivere – in modo veritiero per il popolo di Dio e per la società nel suo insieme». Un richiamo alla necessità della parresìa per i credenti, come ha detto Gesù: «Sia invece il vostro parlare sì, sì, no, no, il di più viene dal Maligno».


R. Righetto, in Avvenire 5 febbraio 2020, 20

David L. Baker ha studiato a Sheffield e Oxford e ora insegna al All Nations Christian College, Hertfordshire, England. Fino al 2014 è stato docente di Antico Testamento al Trinity Theological College a Perth, Western Australia. In precedenza è stato vicedirettore alla Tyndale House, Cambridge, England, dove ha tenuto omelie sui Dieci Comandamenti. Ha insegnato in Indonesia per più di vent’anni.

Nella prima parte del suo volume (pp. 11-56) egli presenta un’introduzione generale sul Decalogo, illustrandone la struttura, la forma, le origini e lo scopo. Studia le leggi del Deuteronomio e le parole di Mosè, confrontandole con la formulazione del Decalogo. Analizza quindi le due forme in cui sono arrivate a noi (Es 20,2-17 e Dt 5,6-21) e le considera parole di Dio e leggi per il popolo di Dio, la costituzione per Israele ma avente un valore universale.

Nella seconda parte (pp. 57-130) Baker analizza le prime quattro “Parole”, poste sotto il titolo di “Amare Dio”. Studia l’unicità di Dio, il culto e le immagini, la riverenza dovuta al nome di Dio, il tema del riposo e della famiglia, con l’onore dovuto ai genitori. Lo studio di ogni singola “parola” a livello filologico e di teologica biblica è sempre accompagnato da una serie di riflessioni che, dopo aver contestualizzato la “parola” biblica nel più vasto contesto del Medio Oriente Antico, la analizza nell’ambito “canonico” proprio della Bibbia.

Vengono, infine, avanzate delle proposte per far comprendere l’importanza e la validità attuale di queste parole per l’ordinata sopravvivenza anche delle società moderne che pensano di poterne fare a meno. Secondo Baker non si può pretendere che lo Stato appoggi materialmente la messa in pratica letterale della proposta biblica, ma non si deve neppure pensare che queste parole non abbiano niente da dire al vissuto degli uomini e delle società odierne.

Questo sforzo emerge con maggior forza nella seconda parte (pp. 131-198), dove, sotto il titolo di “Amare il prossimo”, vengono analizzate le altre “Parole”: la vita (e l’omicidio), il matrimonio (e l’adulterio), la proprietà (e il furto) la verità (e lo spergiuro); ultimo, ma non meno importante, il comandamento sulla bramosia.

Il saggio si conclude con un capitolo su “Il decalogo oggi” (pp. 199-204), dove l’autore tenta un’ulteriore attualizzazione delle “dieci parole” bibliche. Il Decalogo è proposto come una legge di vita, proveniente da un Dio che ha favorito la vita del suo popolo liberandolo dall’Egitto. Gesù l’ha ripreso e approfondito.

Il testo è scritto con la chiarezza e l’assenza di ogni ampollosità tipicamente anglosassoni. Ha un ottimo taglio di valore scientifico (per chi vuol approfondire con le note e la bibliografia finale) e un benemerito tentativo di mostrare l’attualità e l’attuabilità del Decalogo nelle società moderne.

Nelle note la bibliografia è citata all’americana: autore e anno. “Risparmiosa” di spazio ma molto scomoda nella sua utilizzazione. Una vasta bibliografia ragionata è posta alla fine del volume (p. 205-239): sul Decalogo in generale e poi riguardo a ogni singola “parola”. È seguita dalle abbreviazioni (pp. 240-243), dall’indice degli autori (pp. 244-250) e da quello analitico (pp. 251-256).


R. Mela, in SettimanaNews.it 27 dicembre 2019

Il saggio delinea l'intricata rete di interpretazioni delle due versioni dei 10 comandamenti o delle 10 parole (Es 20,1-21, Dt 5,1 -22). L'esame ha tenuto conto del contesto storico e legislativo del tempo della loro redazione, della posizione che occupano nelle Scritture e del contributo critico che offrono al mondo attuale. Quali siano le origini delle due redazioni è questione assai controversa. Origini sacerdotali o profetiche? Le tavole hanno un valore cultuale, ma anche catechistico e legislativo. Sicuramente stabiliscono la distinzione fra giusto e sbagliato verso Dio e verso il prossimo. E anche se queste parole sono rivolte ad adulti, maschi, proprietari terrieri dell'antico Israele, hanno rivestito e rivestono ancor oggi importanza per il singolo e per la comunità universale.


G. Azzano, in Il Regno Attualità 22/2019, 672