In considerazione della prorompente ricchezza di opere d'arte prodotte lungo la storia del cristianesimo, così come delle vivaci discussioni circa la legittimità e le forme proprie dell'arte sacra, si comprende come non sia affatto un compito facile ripercorrere, seppure in forma sintetica, la complessa vicenda dell'arte cristiana. Giuliano Zanchi, dando seguito alla sua indagine sul rapporto tra estetica e teologia a cui ha già dedicato alcuni saggi di notevole interesse, si confronta nel presente volume con la questione del rapporto tra storia dell'arte cristiana e cultura visuale, alla luce di un mondo contemporaneo sempre più iconizzato. Si tratta della rielaborazione di un corso universitario, ragione per cui bene si comprendono tanto l'adozione di uno stile didattico, quanto la scelta di sintetizzare questioni teoriche piuttosto complesse, prima tra tutte il rapporto tra immagine, parola e sacramento.
Il volume si articola in cinque capitoli, completati da un excursus finale. Facendo seguito a una introduzione in cui viene sottolineata la funzione antropologica e sociale dell'immagine, il primo capitolo è dedicato anzitutto alla presentazione di quattro storie di immagini prodotte in epoche e contesti altamente variegati, per poi ricavarne alcune osservazioni circa l'attribuzione a particolari immagini dello statuto di icona. Sono quindi passate in rassegna le importanti acquisizioni di alcuni grandi teorici e storici dell'arte – W. Tatarkiewicz, R. Debray e H. Belting – grazie a cui la cultura visuale ha trovato un posto di tutto riguardo nell'ambito dell'indagine estetica. Risulta utile anche il "piccolo glossario" in conclusione del capitolo, in cui si precisa il significato di una serie terminologica impiegata in rapporto alle immagini.
Il secondo capitolo focalizza invece l'attenzione sulla prima parte della storia dell'arte cristiana, a partire dalle origini per giungere sino alla pietra miliare corrispondente al secondo concilio di Nicea del 787. Riguardo alla controversa questione degli inizi, Zanchi esprime con decisione la sua posizione, secondo cui «il mito del radicale aniconismo del primissimo cristianesimo è convintamente superato da studi che ne mettono in luce la sostanziale improbabilità» (p. 60). Tuttavia, che a questo proposito la discussione sia ancora largamente aperta lo dimostra, tra molti altri studiosi contemporanei, anche lo storico Jan van Laarhoven, allorché nella sua Storia dell'arte cristiana osserva che, seppure a riguardo delle origini dell'arte cristiana non si possegga ancora un quadro molto preciso, «sappiamo che le prime comunità cristiane tendevano a evitare l'espressione figurativa e che solo intorno al 200 cominciò ad affermarsi una concezione diversa» (p. 2). Come già per l'ebraismo, anche nel caso del cristianesimo la decisa condanna dell’idolatria ha ostacolato, almeno inizialmente, lo sviluppo di una cultura dell'immagine, e più specificamente dell’immagine di culto.
Il terzo capitolo mette quindi a fuoco le questioni teologiche per eccellenza in relazione alle immagini, e in particolare a quelle sacre: la differenza tra idolo e icona e il rapporto di quest'ultima con il sacramento. Se l'idolo è decisamente condannato nei testi biblici, quale spazio rimane ancora per l'immagine di culto? Il loro confine, sottolinea l’A., è molto sottile, ma allo stesso tempo decisivo, per cui occorre chiedersi «in che misura il cristianesimo può semplicemente rifiutare la visibilità delle immagini senza compromettere qualcosa di estremamente essenziale per la sua specifica visione religiosa» (p. 105). La risposta di Zanchi si mostra perfettamente in linea con la tradizione teologica ortodossa e cattolica: «Rinunciare alla forma significa rinunciare alla forma umana di Cristo, cioè negare l'incarnazione» (p. 106). Sicuramente la risposta di un teologo della Riforma sarebbe stata, e sarebbe ancor oggi, molto diversa. In effetti, a una semplice ricostruzione lineare del rapporto tra cristianesimo e arte si oppone la presa d'atto che tra le tradizioni ortodossa, cattolica e protestante si è realizzato un vero e proprio processo di disallineamento estetico, amplificato oltretutto dalle energiche contrapposizioni verificatesi in seno alle stesse confessioni.
Il capitolo quarto presenta ''un altro pezzo di storia", che va dall'epoca carolingia a quella contemporanea. Piuttosto che passare in rassegna sistematica le diverse tendenze di questo lungo periodo, l’A. si sofferma sul «nuovo iconoclasmo protestante» (è utile però precisare che in realtà solo alcune frange della altamente variegata galassia protestante hanno manifestato tendenze iconoclaste) per metterne in luce la spinta al primato della Parola sull'immagine, a cui il concilio di Trento dovrà dare risposta. Ma oramai, spiega Zanchi, stava per giungere l'ora in cui l'immagine sarà soggetta alla transizione «dal peso sacramentale al valore artistico» (p.171). Sarà questo il tempo della nascita di un nuovo mito, poiché l'immagine artistica assurge a «oggetto supremo della vita dello spirito».
Il capitolo conclusivo si confronta con il presente e il futuro dell'immagine. Questa, più che rappresentare il mondo reale, si costituisce come realtà in se stessa, «fondata su una trascendenza immanente che è la tecnologia a predisporre» (p. 188). In un tale contesto di disincarnazione dell'esperienza, di ritorno del «mito gnostico», l'oggetto di consumo è chiamato a sostituire il simbolismo del sacramento, ma per essere declinato in una forma molto vicina all'idolo. Nell'excursus finale l'A esplicita opportunamente le ricadute ecclesiali di quanto osservato in particolare in questa sezione conclusiva del volume, per indirizzare l'attenzione del lettore su due importanti nervi scoperti: il mantenimento dello spessore della parola e la restituzione al sacramento della sua corposità.
Accantonata sin da principio l'ambizione di passare in rassegna esaustiva la storia dell'arte cristiana, il volume si presenta nella veste di una sintetica ma puntuale riflessione sulle modalità con cui il cristianesimo si è confrontato con la potente questione delle immagini, e in particolare delle immagini sacre, modulando le proprie risposte a seconda degli interrogativi suscitati nei più diversi contesti storici e culturali. Zanchi traccia in tal modo una sorta di "biografìa” ragionata dell'arte cristiana, non tralasciando di mettere in luce le sfide derivate dalla moderna cultura visuale, e in particolare la sua tendenza a cancellare la differenza simbolica fra immagine e realtà, correndo però il rischio di generare nuovi preoccupanti idoli.
E. Riperelli, in
Studia Patavina 3/2025, 546-548