Dopo il successo dell’edizione francese, arriva in Italia Gesù in Mongolia di Marie-Lucile Kubacki, un libro che è molto più di un reportage di viaggio. È un’inchiesta giornalistica, un racconto umano e un percorso spirituale che conduce il lettore alla scoperta di una delle chiese cattoliche più piccole e meno conosciute del mondo, con appena poche migliaia di fedeli sparsi in un territorio immenso.
Il Italia il titolo completo è Come germoglio nella steppa. Gesù in Mongolia. Seguendo il cardinale Giorgio Marengo, missionario della Consolata e prefetto apostolico di Ulaanbaatar, Kubacki intraprende una duplice ricerca. Da un lato cerca di comprendere come si viva la fede cristiana in un contesto asiatico plurireligioso, segnato dalla tradizione buddhista e dalla cultura nomade; dall’altro si interroga su ciò che questa giovane chiesa può insegnare a un Occidente sempre più secolarizzato e spesso affaticato nel proprio rapporto con il cristianesimo.
Tra steppe sconfinate, montagne innevate e ger trasformate in luoghi di preghiera, emergono storie di donne e uomini che scelgono il battesimo in un contesto sociale e familiare non sempre favorevole. Si incontrano missionari che annunciano il vangelo con discrezione, evitando ogni forma di protagonismo, e comunità ancora fragili ma capaci di crescere lentamente, come suggerisce l’immagine del germoglio che dà il titolo ideale a questo viaggio.
Uno dei meriti maggiori del libro è quello di intrecciare testimonianze personali e approfondimenti storici e culturali. Lo sottolinea anche Giorgio Marengo nella prefazione, definendo l’opera il frutto di ascolto attento, verifica delle informazioni e costante ricerca delle radici storiche e spirituali del Paese.
La prefazione insiste inoltre sull’effetto che questo Paese esercita su chi lo visita. La Mongolia, scrive il cardinale, è una terra che cambia interiormente chi la attraversa: per il suo «lungo silenzio», per l’accoglienza della sua gente e per la ricchezza delle sue tradizioni spirituali. È un Paese che, nelle parole di papa Francesco, è «ricco di storia e di cielo» e che invita a guardare la realtà con occhi nuovi.
Ma la domanda più interessante che attraversa l’intero libro riguarda il significato stesso della fede quando viene privata di ogni sostegno culturale e istituzionale. Cosa rimane del cristianesimo quando non può contare sull’abitudine, sul prestigio sociale o su strutture consolidate? La risposta che emerge dalle pagine di Kubacki è semplice e insieme radicale: rimane l’essenziale. Rimane la forza dell’incontro umano, della testimonianza personale, di una comunità che cresce non attraverso il potere ma attraverso relazioni autentiche.
Per questo Gesù in Mongolia non è una lettura rivolta soltanto ai credenti. È un libro che interroga chiunque sia interessato a comprendere come nascono le comunità, come si trasmettono i valori e quale significato possa assumere oggi una fede vissuta in condizioni di assoluta minoranza. Nelle vaste steppe mongole, lontano dai grandi centri del cristianesimo mondiale, l’autrice scopre una chiesa giovane e fragile che proprio nella sua povertà sembra custodire qualcosa di prezioso: il volto umano dell’essenziale.
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Donne Chiesa Mondo 1 luglio 2026