La giornalista francese Marie Lucile Kubacki ha scritto il libro Come germoglio nella steppa (editrice Queriniana, pagg 214, euro 26,00) quale reportage del suo recente viaggio in Mongolia. E un’opera che si legge sotto diverse luci: culturali, geografiche, antropologiche, e addentrandosi in quelle pagine ci si catapulta metaforicamente in quel lontano Paese.
«In realtà – mi racconta Marie Lucile – la Mongolia è un Paese con storia e tradizioni incomparabili, ci vorrebbe più di una vita per conoscerlo. Questo libro è il frutto di un incontro con delle persone, e in particolare col cardinale Giorgio Marengo, che mi ha fatto capire che cosa fosse un missionario e come la spiritualità missionaria potesse cambiare una vita».
Compresa la tua?
«Sì, adesso lavoro per Fides, l’agenzia di stampa delle Pontificie Opere Missionarie e del Dicastero per l’Evangelizzazione, e vivo come una grazia potere approfondire questo ambito. La Mongolia è fatta in gran parte di deserto, che rifiorisce ogni anno. È stato così per me: ho scritto partendo dal mio deserto, dalla mia ansia esistenziale, e l’ho visto rifiorire con gli incontri, alcuni dei quali sono diventati amicizie».
Uno degli scopi del libro è stato capire come i mongoli cattolici vivano la loro condizione di minoranza.
«Abbiamo bisogno di concetti per pensare e per trasmettere le nostre riflessioni, ma non sono a mio agio nell’usare l’espressione minoranza. Non ne farei una questione numerica, anche se si tratta veramente di una piccolissima parte perché i cattolici rappresentano meno dello 0,1% della popolazione, in una società che non è stata plasmata dal Cristianesimo, ma da altre tradizioni religiose e spirituali. Gli stessi cattolici mongoli non si qualificano come minoranza, nel senso che si sentono pienamente parte del popolo, con la sua cultura, i suoi paesaggi incredibili, il suo cibo, la sua musica, le sue strutture sociali e politiche, la sua storia. In tutte queste dimensioni non si sentono “a parte”. Per questo dico che il concetto di minoranza, benché comodo, è da usare con cautela».
Chi legge il tuo libro inquadra molto bene il contesto, Marie Lucile.
«Divenire cattolico rappresenta una scelta forte da un punto di vista culturale, suscita domande e, a volte, incomprensioni e difficoltà all’interno della famiglia, perché la Chiesa non è ancora ben conosciuta e le cose non ben conosciute, in tutte le società umane, attirano o spaventano, suscitano curiosità e a volte diffidenza. Non lasciano indifferenti. Però c’è una cosa… Trattandosi di un piccolo gregge, con tanto ancora da costruire, non hanno grandi piani e strategie né strutture, e c’è questo senso di adattamento alle situazioni umane che dà una vera freschezza e umanità a questa Chiesa. Penso che la cosa più bella nella vita sia l’autenticità, la relazione vera».
Cosa ti è rimasto più nel cuore?
«Forse, avere visto il cardinale, e altri missionari, visitare persone che li avevano invitati. Vedere il cardinale Giorgio scambiare notizie, condividendo, nelle ger (tradizionali abitazioni circlari, ndr), tè salato e squisiti ravioli alla carne di montone in brodo, mi ha riscaldato il cuore. Sono convinta che il cuore dell’evangelizzazione si trovi lì, in questo tempo condiviso, gratuito, che diviene sempre più un lusso».
Quali sensazioni ha provato nel sapere che, con molta probabilità, non avresti più incontrato alcune donne anziane, alla fine della loro vita?
«Quando sono andata via, piangevo. In aereo ho passato una parte del viaggio con le lacrime agli occhi, pensando: quando sarò in grado di tornare? Chi rivedrò? Pensavo soprattutto a una signora molto anziana che avevamo visitato con Giorgio Marengo e che aveva chiesto il sacramento degli infermi. Mi ricordava mia nonna. Le somigliava».
Coinvolge maggiormente la conversione di un anziano o di un giovane?
«Nel popolo mongolo, la conversione di un anziano suscita più interrogativi. Perché il giovane nasce in un mondo globalizzato dove, anche in una società molto tradizionale come quella mongola, c’è gente che viaggia e, ovviamente, anche nelle ger tante persone hanno uno smartphone. La globalizzazione porta l’idea che ci sia un’ampia possibilità di scelta nella vita».
Capisco cosa vuoi dire.
«Per un anziano che ha trascorso tutta la sua vita in una cultura plasmata da altre tradizioni, la conversione è più impressionante. Vuole dire che chi compie questa scelta ha fatto un’esperienza spirituale importante e che non lo fa per un colpo di testa. Di solito, le persone anziane che diventano cristiane pongono domande interessantissime dal punto di vista interreligioso e teologico».
Dagli anziani ai bambini: vogliamo anticipare uno spunto, a chi vorrà leggere il libro, su Sanjaa-Peter?
«Grazie all’incontro con le suore di Madre Teresa, lui ha avuto una svolta nella sua vita. Aveva 13 anni, non era mai andato a scuola. Le suore lo hanno accolto: ha cominciato a frequentare la scuola a 15 anni, con un’uniforme cucita da loro. Ho colto in loro quell’impegnarsi umanamente attraverso gesti di tenerezza concreta. È stato anche allora che Sanjaa-Peter ha scoperto la Messa e l’Eucaristia. Ha chiesto il Battesimo a 21 anni e poi è maturata la vocazione al sacerdozio, che lo ha portato a studiare per un decennio in Corea. Quando l’ho incontrato, mi ha detto: La mia vita è l’esempio stesso che per Dio nulla è impossibile. E lo diceva senza enfasi, con un sorriso!».
Mi stai facendo commuovere anche se ho letto la sua storia.
«Quando racconta la sua storia ai bambini e agli adolescenti, alcuni gli rispondono: Oh, allora Dio esiste davvero!. Un bambino che aveva bisogno di essere accolto è diventato un sacerdote capace di dare speranza ad altri ragazzi».
Rovescio della medaglia: è l’unico mongolo ad avere intrapreso il sacerdozio.
«Divenire cattolico è già un grande passo per un mongolo, figurati divenire sacerdote! Ci vorrà tempo. Ma trovo bello che la sua vocazione sia nata proprio dai primi passi della Chiesa in Mongolia, perché i primi missionari cattolici, arrivati nel 1992, si sono impegnati con i bambini di strada. Rivincita dei laici, dici? Non è così, perché i missionari, che sono sacerdoti, religiosi e religiose, lavorano pienamente in dialogo con loro e anche perché non ho avvertito alcun bisogno di rivincita da parte dei laici mongoli»
Non c’è dunque il predominio del clero quantunque solo costituito da missionari?
«Parlando col cardinale Giorgio, uomo di ascolto, di fede e di cultura, non ho mai avvertito alcuna sua espressione di superiorità. Vive il suo sacerdozio, il suo episcopato, il suo cardinalato in uno spirito di servizio, ed è una persona che si interessa agli altri e che considera quindi di avere tanto da imparare dai mongoli. La Chiesa locale ha questa sua impronta come lui viene plasmato dal popolo che gli è affidato».
Hai dedicato pagine intense sulle donne mongole.
«Sono donne forti, che sostengono la famiglia, che lavorano, che hanno spiccate personalità: ad Arvaikheer, sono loro a guidare la preghiera, prima della Messa. Sono loro a evangelizzare nelle famiglie. Sono loro ad alzare la voce nelle riunioni della parrocchia, anche di fronte ai missionari. Si sentono molto legate a Maria, la madre di Gesù, donna che ha avuto questa forza e questa fede immensa di pronunciare quel “sì” di fronte all’angelo e di camminare accanto a suo Figlio».
La gioia di condividere la propria fede, nella sua Francia o in Italia sembra essersi affievolita a differenza che in Mongolia.
«In diversi Paesi europei, abbiamo con noi la storia e le strutture, che sono una grande e bella cosa, ma possono anche divenire “gabbie dorate”. Proprio come Don Chisciotte, per riprendere una riflessione di Leone XIV durante il suo viaggio in Spagna, nel pieno di un cambiamento d’epoca noi europei siamo tentati dalla nostalgia di un mondo che forse non è mai esistito, anziché guardare in faccia la realtà. Secondo me, la cosa che ci insegnano la Mongolia e anche Papa Leone XIV è che la storia è bella quando ci dà una spinta verso il futuro e non diventa un rifugio nostalgico. Le strutture, i riti, le tradizioni sono importanti, anche solo per la trasmissione della fede, ma, è come quando si preparano i bagagli: bisogna fare in modo di prendere l’essenziale, senza riempire troppo lo zaino, rischiando di non riuscire più a camminare!».
Quindi adottiamo il modello mongolo per rivitalizzarci?
«Non si può copiare e incollare il modello ecclesiale mongolo sulle nostre società. Non avrebbe senso. Ma possiamo pensare a tre cose importanti che ci insegna quel modello: lottare per salvare il tempo per l’incontro con le persone; adattarsi alla realtà così com’è, mantenendo le cose che ci fanno vivere nella nostra fede; ripensare l’inculturazione nei nostri Paesi, plasmati dal Cristianesimo ma che se ne sono allontanati, senza pensare che l’attenzione alla cultura sia una cosa riservata alle Chiese del Sud del pianeta».
E. Lombardo, in
Il Cittadino di Lodi17 ottobre 2026, 32