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Chiesa contestata, chiesa contestante
Stefano Tessaglia

Chiesa contestata, chiesa contestante

Paolo VI, i cattolici e il Sessantotto

Prezzo di copertina: Euro 22,00 Prezzo scontato: Euro 18,70
Collana: Books
ISBN: 978-88-399-2889-4
Formato: 13,5 x 21 cm
Pagine: 288
© 2018

In breve

Presentazione di Maurilio Guasco

Descrizione

Al centro di questo saggio vi è un momento particolare della storia recente della Chiesa: i movimenti di contestazione sorti anche all’interno di gruppi cattolici attorno al 1968 e la reazione di Paolo VI di fronte ai fermenti di questa protesta tutta ecclesiale ed interna. In quegli anni una chiesa in aggiornamento – che usciva cioè dal Vaticano II trasformata nella liturgia, nell’organizzazione interna, nella comprensione di sé e del suo rapporto con la società moderna – incontrò i fermenti della contestazione sessantottina e assistette così alla nascita di un vero e proprio dissenso ecclesiale.
Si ripercorrono qui gli avvenimenti e si passano in rassegna i protagonisti, guardando anche al movimento generale di pensiero, alle sue radici, all’ancoramento al concilio da un lato e al Sessantotto dall’altro, ai principali temi emersi e agli sviluppi successivi.
Di fronte a questa straordinaria vitalità come reagiva il papa? L’autore coglie tutto il sentire di Paolo VI, ascoltando la sua viva voce e l’espressività sempre ricca, partecipe ed evocativa della sua parola. Nelle esortazioni di papa Montini emerge uno sforzo di comprensione raro e davvero umanissimo, che rende la sua figura molto più contemporanea a noi di quanto si possa pensare.

Recensioni

Quale fu l’atteggiamento di Paolo VI rispetto al Sessantotto? Alcuni discorsi pronunciati all’udienza generale del mercoledì nei mesi successivi alle proteste di maggio ci aiutano a capire la sua posizione. Il 15 gennaio 1969, ad esempio, il pontefice diceva: «L’età nostra segna una stagione storica di grandi cambiamenti e di profondo rinnovamento, che toccano ogni forma di vita: il pensiero, il costume, la cultura, le leggi, il tenore economico e domestico, i rapporti umani, la coscienza individuale e collettiva, la società intera». Montini poi specificava che «l’attuale generazione è come inebriata da questa mutazione», notando però in questa frenesia di cambiamento il manifestarsi di «segni di impazienza e di intolleranza». L’esaltazione della novità fine a se stessa portava a dimenticare il passato e ad abbandonare la tradizione in toto: «Così si parla sempre di rivoluzione, così si solleva in ogni campo la contestazione, senza spesso che ne sia giustificato né il motivo, né lo scopo». Poche settimane dopo, il 5 marzo, il papa cambiava i toni e ribadiva la visione positiva e ottimistica del mondo espressa dal Concilio: il mondo non è da intendere come il regno delle tenebre e del peccato, ma va identificato con l’umanità, e di fronte a esso la Chiesa «non evade, non si estranea dalla situazione esistenziale del mondo». Rivolgendosi poi ai fedeli il 10 settembre di quell’anno, riconosceva «il fondo di bontà che c’è in ogni cuore; conosciamo i motivi di giustizia, di verità, di autenticità, di rinnovamento, che sono alla radice di certe contestazioni, anche quando queste sono eccessive, ingiustificate e quindi riprovevoli», soprattutto «quelle dei giovani partono per lo più da reazioni e da aspirazioni che meritano considerazione e obbligano a rettificare il giudizio dell’etica sociale, viziato da abusi inveterati e al giorno d’oggi insostenibili».

Leggendo queste e tante altre prese di posizione, si comprende come la riflessione di Paolo VI sia stata meditata e articolata. Da un lato egli cercava di valorizzare le giuste istanze di cambiamento, nella società e nella Chiesa, dall’altro si premurava di sottolineare come il processo di riforma non dovesse mai tralignare nel rigetto totale della tradizione o assumere forme violente. Le sue parole non sono mai dure o intransigenti, ma partecipi e a volte sofferte. In ogni caso, in lui nessun tentennamento, come qualcuno ingiustamente ha rilevato. Anche quando, alcuni anni più tardi, probabilmente addolorato per la rottura lefebvriana ed esasperato per alcune spinte del dissenso cattolico che arrivavano a mettere in discussione le fondamenta stessa della Chiesa, alluse al «fumo di Satana» che aveva portato incertezza, buio e tempesta all’interno del «tempio di Dio», egli non abbandonava il concetto di Ecclesia semper reformanda. La posizione di Montini rispetto al maggio ’68 e al postConcilio è assai ben ricostruita nel volume Chiesa contestata, Chiesa contestante. Paolo VI, i cattolici e il Sessantotto, appena pubblicato da Stefano Tessaglia per i tipi di Queriniana (pagine 282, euro 22,00; prefazione di Maurilio Guasco). Si tratta di un saggio storico-teologico che, senza operare un collegamento diretto, ci fa capire come il rapporto fra cattolici e ’68 sia stato determinato dalle aperture del Vaticano II: «Sebbene siano profonde – scrive l’autore – le differenze che separano circostanze prettamente ecclesiali, come l’applicazione di un concilio e le necessarie riforme, da fenomeni sociali, quali la contestazione operaia e le proteste studentesche, occorre rilevare una certa sovrapposizione fra i due movimenti».

È del resto innegabile la partecipazione dei cattolici al Sessantotto, così come i contenuti della protesta sono in gran parte desumibili da quanto emerso dal Concilio: l’aspirazione all’uguaglianza e alla giustizia, la messa in discussione di modelli autoritari e la richiesta di una partecipazione comunitaria, la condivisione con i poveri e gli emarginati, l’apertura verso il Terzo mondo. Il volume ripercorre vari eventi che scossero la società e la Chiesa italiana, dall’occupazione dell’Università Cattolica nel novembre 1967 alle proteste alla facoltà di Sociologia di Trento che videro protagonisti gli studenti cattolici, fino a gesti clamorosi come l’occupazione del Duomo di Parma. «Questo multiforme e complesso processo – scrive Tessaglia – non ebbe come esito immediato l’allontanamento dalla fede o da modelli di vita cristiani», anzi la spinta propulsiva era proprio il desiderio di un radicamento reale nel Vangelo e nella distanza dal potere, in nome del pauperismo. Così, il cardinale Pellegrino, arcivescovo di Torino, quando 150 operaie di una fabbrica occuparono una chiesa, disse: «Se hanno scelto la chiesa preferendola a una sede sindacale o di un partito perché convinti che la Chiesa è dei poveri, il loro gesto ci conforta. Cristo si sente più onorato dalla presenza di persone che riversano pene e reclamano riconoscimenti di diritti che dal silenzio dovuto all’assenza di gente». Sulla stessa linea Adriana Zarri: «Non ci lamentavamo delle chiese vuote e ci lamentiamo delle chiese occupate, non ci lamentavamo del disinteresse e ci lamentiamo della contestazione appassionata. Forse non meritiamo questo fenomeno stupendo e meriteremmo che tutto tornasse come prima: grigi fedeli devoti e assenti, che naufragano nel disinteresse generale. Staremmo tutti più tranquilli. Saremmo tutti più morti». Sulla scia del Concilio, si invocava una Chiesa che seguisse il modello delle Beatitudini, una Chiesa che stesse dalla parte dei poveri, degli oppressi e dei perseguitati. Ovvio ricordare che questi fermenti portarono pure a numerosi eccessi, quelli che fecero preoccupare Montini, sino all’abbandono della fede cristiana da parte di molti, anche preti, che scelsero l’impegno sociopolitico esclusivo. Tessaglia distingue tre fasi del dissenso ecclesiale: una prima, subito dopo il Concilio, la cui problematica è tutta interna alla Chiesa; una seconda, dopo il ’68, in cui prevale la politicizzazione e inizia la critica alla Chiesa vista come luogo di potere; una terza, dopo il 1970, che vede nascere i movimenti delle comunità di base e dei cristiani per il socialismo.

Nel 1968 il Vaticano II si era concluso da solo tre anni e la Chiesa cattolica era impegnata in un processo di riforma che è giunto fino a oggi. Inutile negare che vi furono ritardi, incomprensioni, fughe in avanti, come il cedimento di alcune correnti teologiche e di alcuni movimenti di base verso l’ideologia marxista. L’aveva ben capito Oscar Romero che nel 1965, alla chiusura del Concilio, scrisse: «La Chiesa è in un momento di aggiornamento, cioè di crisi della sua storia. E come tutti gli aggiornamenti emergono due forze antagoniste: da una parte un affanno smisurato di novità, definito da Paolo VI “sogni arbitrari di rinnovamenti artificiosi”; e dall’altra parte, un attaccamento all’immobilità delle forme rivestite dalla Chiesa lungo i secoli e il rifiuto dell’indole dei tempi nuovi. I due estremi peccano di esagerazione».
R. Righetto, in Avvenire 5 dicembre 2018

Don Stefano Tessaglia, alessandrino, classe 1981 e prete dal 2006, è attualmente cappellano presso l'ospedale civile, l'infantile e il Borsalino. Oltre a essere docente di storia della Chiesa è anche giornalista e collaboratore stabile del nostro settimanale diocesano da decenni. Il mese scorso è uscito un suo saggio storico su Paolo VI che vogliamo approfondire.

Don Stefano, perché questo titolo "Chiesa contestata, Chiesa contestante"?

II titolo, che ha sicuramente un intento "pubblicitario", vuole sottolineare il fatto che la Chiesa, come tutte le altre istituzioni, non soltanto venne contestata durante i movimenti del 1968, in quanto assimilata a tutte le altre istituzioni tradizionali, come la scuola, la famiglia, la fabbrica, ma vide anche al suo interno svilupparsi movimenti di contestazione portati avanti da cattolici, all'interno di istituzioni cattoliche, com'erano l'Università Cattolica di Milano o la miriade di gruppi parrocchiali e di gruppo spontanei. Per questo possiamo dawero parlare di un dissenso cattolico, di una contestazione portata avanti da cattolici. Per cui, appunto, una "Chiesa contestante".

Il sottotitolo del libro è: Paolo VI, i cattolici e il Sessantotto.

Una parte significativa del saggio è dedicata proprio alla figura di Paolo VI. Nei miei studi, guidato da don Maurilio Guasco, ho sviluppato un forte interesse per questo Pontefice spesso dimenticato, schiacciato tra due figure di forte impatto emotivo e mediatico come Giovanni XXIII e Giovanni Paolo Il. Inoltre Montini nell'opinione pubblica è spesso solo associato, e con un po' di livore, alle sue chiusure, per esempio nei confronti della regolazione artificiale delle nascite, del divorzio o del celibato dei preti.

Si parla anche del Concilio Vaticano II nel volume ...

Non serve che sia io a dire che il Vaticano II è stato il punto di svolta per tutta la Chiesa. Nel 1968 il Concilio si era chiuso soltanto da tre anni e soprattutto in Italia notiamo una significativa sovrapposizione tra il rinnovamento avviato dall'assemblea conciliare e i movimenti di contestazione del '68. Come a dire che in quegli anni, proprio grazie al Vaticano II, i cattolici erano quelli che avevano già le "antenne" alzate, o comunque avevano una percezione del cambiamento che stava atTivando ed erano pronti ad accoglierlo, come qualcosa di positivo. Se ci pensiamo bene, dal Concilio la Chiesa era uscita rinnovata: nella liturgia, con l'adozione della lingua italiana al posto del latino; in una certa sua struttura, e anche nella percezione di un rinnovato ruolo dei laici. Tutto questo non poteva che sposarsi alla perfezione con l'ondata di rinnovamento successiva, quella della contestazione.

Nel terzo capitolo del libro una parte è intitolata: "II contributo teorico: la teologia", in cui si parla anche, tra le altre, della teologia della liberazione.

Sicuramente anche il Sessantotto cattolico ha avuto le sue ispirazioni teoriche. È vero che i giovani non venivano immediatamente a contatto con la riflessione teologica o con gli studi specialistici. Tuttavia le nuove pubblicazioni, con le aperture della teologia nordeuropea e latinoamericana, influenzavano almeno i giovani sacerdoti, che spesso poi erano le guide, i leader, di questi gruppi. Significativa fu tutta la riflessione che si sviluppò in Francia già prima del Concilio con la cosiddetta "Nouvelle théologie", che rivalutava il ruolo del lavoro umano, sviluppando una vera e propria "Teologia delle realtà terrene". Poi certamente fu molto importante quella grande "Teologia di popolo", come preferisce oggi chiamarla papa Francesco, che fu la "Teologia della liberazione". Si tratta forse del più significativo frutto teologico del '900, sorto in America Latina come movimento di liberazione globale, che partendo da una matrice religiosa e spirituale puntava alla liberazione di tutti i popoli oppressi. Anche in Europa e in tutto il mondo i gruppi giovanili e di contestazione nel 1968 sostennero questo tipo di rivendicazioni, come a livello più generale sostennero tutte le aspirazioni di giustizia e di pace. Da ultimo, non possiamo dimenticare le manifestazioni per la fine della guerra in Vietnam.

E Paolo VI, in tutto questo?

Montini fu senza dubbio preoccupato da certi movimenti di contestazione che sembravano voler spazzare via tutte le istituzioni, e quindi anche la Chiesa. Nelle sue parole noi possiamo proprio leggere come egli temesse, a un certo punto, per la soprawivenza stessa della Chiesa, così come la tradizione gliel'aveva consegnata. D'altro canto, però, in lui conviveva un altrettanto forte sentimento di apertura, di ricerca a ogni costo della positività che poteva esserci in ogni movimento contemporaneo, anche del più duramente contestatore. In Paolo VI troviamo così, in una continua oscillazione e secondo il suo carattere complesso, parole di angoscia e di preoccupazione, insieme con sentimenti di grande fiducia nell'uomo e nelle sue capacità. Questo è dawero il suo grande spirito.

Giovanni XXIII, subito dopo la sua elezione, sorprese la Chiesa e il mondo indicendo il Concilio Vaticano II. Che "sorpresa" è stata la figura di Paolo VI?

Probabilmente non è stato una sorpresa. Sebbene una certa parte della curia romana da molti anni lo avesse allontanato e gli fosse ostile, Montini, che era l'arcivescovo di Milano, godeva della grande stima dell'episcopato mondiale. E dunque fu ritenuto dai cal'dinali quella guida sicura, alcuni storici lo chiamarono a regione il "timoniere", adatta a portare a termine, con il suo stile attento, quel Concilio che Giovanni XXIII aveva lanciato, come una bomba, nella Chiesa. La sorpresa può esserci per noi oggi, se con un po' di obiettività ci mettiamo a fare quello che papa Francesco ha invitato a fare: rileggere i suoi testi, le sue omelie, le sue catechesi. Non potremo che cogliere in Paolo VI un uomo sincero, davvero appassionato del mondo e degli uomini, ai quali si rivolgeva sempre con affetto, stima e grande, grande partecipazione. Un uomo davvero moderno, molto più contemporaneo a noi di quanto pensiamo.


A. Antonuccio, in La Voce Alessandrina 29 ottobre 2018

Il saggio mette a fuoco non solo le dinamiche che determinarono la nascita dei gruppi cattolici, ma anche la reazione di papa Montini davanti agli avvenimenti di quella contestazione che fu interna e coinvolse le gerarchie ecclesiastiche. Se Tessaglia ripercorre le vicende non tralasciando di far emergere i protagonisti, come i teologi Gongar o Chenu della Nouvelle théologie che impostarono la loro disciplina al di fuori degli schemi della neoscolastica, per quanto riguarda Paolo VI sceglie di far ascoltare al lettore, tramite ampi brani, le parole vive del pontefice di cui quest’anno ricorre l’anniversario della morte.

Sono esortazioni che restituiscono un ritratto attualissimo di un papa tutto teso nello sforzo di comprendere i segni dei tempi toccatigli in sorte, i quali sconvolsero a livello socio-antropologico consolidati ruoli definiti da secoli secondo determinati canoni.
D. Segna, in Il Regno Attualità 18/2018, 548

Nel libro “Chiesa contestata, Chiesa contestante. Paolo VI, i cattolici e il Sessantotto”, don Stefano Tessaglia analizza minuziosamente il contesto storico, la vita della Chiesa, il Concilio e il ruolo di Giovanni Battista Montini in un periodo molto complicato. Negli anni successivi al dopoguerra, segnati dal boom economico, i cattolici erano ben radicati sul terreno sociale e culturale ed erano rappresentati a livello politico. Nonostante questo, «in diversi ambienti – racconta l’autore – s’iniziava a percepire il progressivo distacco dalla fede tradizionale e dalla pratica religiosa, soprattutto nelle aree urbane ed economicamente più sviluppate: si assisteva all’affermazione di valori materialisti e secolarizzati, al diffondersi di comportamenti e di costumi (soprattutto in materia morale) diversi dal magistero».  

Paolo VI si ritrovò a guidare una nave nel mare in tempesta. E l’ha fatto a partire dalla sua capacità di dialogare con il mondo. Basta rileggere la sua prima enciclica, la Ecclesiam suam, che avrà un’influenza profonda sul Concilio. «Il fenomeno della contestazione e del dissenso giunto anche all’interno del mondo cattolico suscitava chiaramente – spiega – l’apprensione del Papa, forse addirittura per le sorti della fede e della Chiesa come istituzione. Il tono delle parole di Paolo VI non era duro né intransigente, e se a volte poteva apparire polemico, era perché angosciato e partecipe. Vi era sempre nel Papa lo sforzo di comprendere, di cogliere anche gli aspetti più nascostamente positivi di avvenimenti che apparivano senza dubbio distruttivi della tradizione della Chiesa».  

 Sullo sfondo c’è il ritratto di un leader carismatico: «Oggi, a distanza di cinquant’anni, possiamo affermare che chi lo accusava di debolezza o di mancanza di comprensione dei problemi non arrivava a comprendere la grandezza spirituale e il messaggio alla Chiesa di una figura complessa come quella di Montini, molto più contemporanea all’uomo d’oggi di quanto si possa pensare».  

 Difficile allora comprendere le motivazioni che hanno catalogato il Papa bresciano, nonostante i suoi testi e le sue parole siano ancora oggi una bussola importante, come una persona grigia. «È stata una figura spesso trascurata, schiacciato tra due personalità di grande impatto emotivo e mediatico come Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, soltanto di recente rivalutata con la beatificazione e ora la canonizzazione. Per lungo tempo, Paolo VI è stato rimosso, ritenuto una figura scomoda, associandolo ad esempio alla chiusura nei confronti della regolazione artificiale delle nascite e del divorzio o con l’indisponibilità ad aperture sulla questione del celibato dei preti».  

 Il Concilio grazie a lui aiutò a «riconoscere che le attività umane e temporali – come il lavoro o il matrimonio – non sono soltanto dei mezzi (profani) di cui l’uomo può servirsi per raggiungere il suo fine ultimo (sacro), ma hanno un valore in sé, una connotazione positiva che deriva dalla creazione di Dio. Ogni impegno umano, così concepito, si inserisce per sua natura nel piano di Dio e contribuisce all’edificazione della società».  Lo stesso Pontefice nella Gaudium et spes spiegava lo studio del mondo moderno apportato dal Vaticano II: «Forse mai come in questa occasione la chiesa ha sentito il bisogno di conoscere, di avvicinare, di comprendere, di penetrare, di servire, di evangelizzare la società circostante, e di coglierla, quasi inseguirla nel suo rapido e continuo mutamento».  

 Il Sessantotto ha segnato una generazione di persone. Anche la Chiesa, seppur con le sue fatiche, si è dovuta confrontare con questa rivoluzione culturale. «Negli anni ‘60 e ‘70 possiamo cogliere un momento fondamentale per lo sviluppo della società e anche della Chiesa del nostro tempo. Ad esempio, il tema del rapporto tra Chiesa e mondo contemporaneo, che il Concilio pone alla ribalta, è – conclude Tessaglia – la linea rossa che percorre tutta l’epoca successiva, fino ai giorni nostri. Infatti cos’altro propone continuamente ai fedeli Papa Francesco se non un rinnovato stile di presenza della Chiesa nel mondo di oggi?».


L. Zanardini, VaticanInsider 12 ottobre 2018