Disponibile
Cercare di capirsi
Jean Druel

Cercare di capirsi

Avvio al dialogo interreligioso

Prezzo di copertina: Euro 10,00 Prezzo scontato: Euro 8,50
Collana: Books
ISBN: 978-88-399-2888-7
Formato: 13,5 x 21 cm
Pagine: 88
Titolo originale: Je crois en Dieu! – Moi non plus. Introduction aux principes du dialogue interreligieux
© 2018

In breve

«Lo scopo di questo libriccino è aiutare persone che vorrebbero imbastire un dialogo con altri credenti (o con non credenti), ma non sanno bene come e da dove cominciare. Vorrei cercare di aiutare tutte queste persone a entrare progressivamente in una maggiore complessità, verità e bellezza». Jean Druel

Descrizione

La nostra epoca ha creduto di ottenere la pace mettendo a tacere le religioni e i credenti. Ha pensato che lo studio storico-critico dei dogmi e delle pratiche religiose avrebbe neutralizzato il potenziale di violenza delle fedi. Invece è accaduto il contrario. Sicché abbiamo bisogno più che mai di dialogare, di confrontarci con le nostre credenze e con i nostri racconti. Di divenire adulti nella fede, liberi e felici di essere diversi.
Se rispettiamo alcune regole semplici, come quella di prendere sul serio l’interlocutore, di ascoltarlo fino in fondo senza innervosirci, di dire davvero ciò che pensiamo, di distinguere i diversi livelli di discorso, possiamo superare le nostre paure reciproche e vivere meglio insieme.
La scommessa dell’autore è che il libro riesca a far imboccare davvero questa via a chiunque lo legga.

Commento

Un libro agile e pratico, non privo di humour, nato dall’esperienza vissuta, sul confronto con i non credenti (e i credenti di fedi diverse dalla nostra).

Recensioni

«Aiutare le persone che vorrebbero dialogare con altri, ma non sanno bene da dove iniziare». è questo che ha indotto un domenicano francese che da 15 anni vive a Il Cairo dovedirige l'IDEO, l'Istituto domenicano di Studi Orientali, a scrivere un breve saggio sul come parlarsi l'un l'altro, evitando errori grossolani e ancora più cocenti delusioni.

Jean Druel, nato ad Angers nel 1971, studi teologici a Parigi e di lingua araba a Nimega e a Il Cairo, dove è a contatto quotidiano con musulmani e copti, confessa di non avere ricette da offrire, né specifiche competenze di carattere psicologico, ma solo una grande passione per la relazione col prossimo, in tutta semplicità, senza pregiudizi di sorta, nella convinzione che ne valga sempre la pena, perché «il vero incontro non può lasciare mai indifferenti, e se vi partecipiamo onestamente, il dialogo fa di noi degli esseri migliori».

Accantoniamo quindi gli studi teorici e scendiamo sul piano pratico della testimonianza quotidiana e, di fatto, il libro è ricchissimo di esempi tratti dall'esperienza feriale, quello che si potrebbe definire, come per l'ecumenismo, il dialogo del quotidiano, possibile a ciascuno, anche in famiglia e in comunità come tra famiglie e tra comunità. Così fin dalla premessa, che titola con quello humor che riaffiora spesso tra le pagine "istruzioni per l'uso", aggiunge altri alla sua lista di destinatari: per esempio gli scettici, vale a dire tutti coloro che dubitano che il dialogo, soprattutto quello interrellgioso, presenti un minimo interesse (equindi non serva a nulla ascoltare gli altri), o quanti sono convinti di conoscere la verità e non riterranno opportuno ascoltare cosa pensano altre persone, o ancora quelli convinti che non vi sia nessuna verità, e che non avranno alcuna voglia di cercarla con gli altri.

Tra questi due estremi si collocano tutti coloro che intendono entrare in relazione con quanti incontrano e vorrebbero dialogare con altri, credenti, non credenti o diversamente credenti. Ma "ci sono molti modi di parlarsi…" (e basterebbe scorrere i commenti sui social per averne una conferma, anche quando si parla di religione). C'è chi parla in maniera polemica e, in tal caso, tutti i colpi sono permessi - attacchi personali, martellamento di fatti storici, dimostrazioni erudite, discorso seduttore o riduttivo - perché tutto può essere messo al servizio della polemica perché, in questo caso, «la finalità è far aderire l'altro al proprio punto di vista dopo avergli fatto toccare con mano i suoi errori». Assai diffuso è anche il proselitismo (troppo spesso solo un monologo) in cui si cerca di convincere l'interlocutore che il proprio modo di vedere sia migliore del suo, che i fatti esposti si impongano alla ragione, che i dogmi a cui si crede siano universali.

Non sono queste le modalità corrette, in quanto «il dialogo consiste molto di più nel cercare di capire che nel convincere». Un altro sbaglio è quello di ricorrere al discorso identitario, un vero dialogo tra sordi in cui ciascuno difende posizioni di principio, mostrando più spesso anche una grande debolezza, perché, temendo la discussione, si preferisce appellarsi alle formule preconfezionate o (tentazione pessima) alle frequenti citazioni: è chi parla da solo e si compiace di ascoltarsi, ma risulta anche terribilmente noioso fino a suscitare compassione, perché il suo non è altro che «la maschera mortuaria del vero dialogo».

«Per fortuna c'èun altro modo di parlarsi: il dialogo», ma non si creda che questo sia così facile da mettere in piedi. Certo la sua riuscita è direttamente proporzionale alla vicinanza degli interlocutori (meglio ancora se amici), ma esistono almeno due premesse imprescindibili: che si riconosca da entrambe le parti al proprio interlocutore la capacità di dire cose ragionevoli e che si riesca a sfatare il luogo comune che la finalità del dialogo sia quella di trovare un accordo, un punto di vista comune, mentre il dialogo è ciò che «permette di mettere in rilievo tutta la bella complessità e la grandezza sorprendente di ciò che ci separa», perché «nasce dalla differenza, se ne nutre, la sublima rendendola bella e amabile».

Fondamentali per parlarsi in maniera autentica sono i contenuti o argomenti che lui chiama "enunciati", suddividendoli non tanto in oggettivi e soggettivi, bensì in scientifici, dogmatici, simbolici e sentimentali e ricordando che «il fondamentalista è colui che appiattisce i diversi livelli di enunciazione ad un solo unico livello», dimenticando (magari con malizia) l'esistenza degli altri.

Il motivo della distinzione così netta non avrebbe neppure bisogno di spiegazione: un enunciato scientifico è dimostrabile in maniera razionale o sperimentale, e confutabile allo stesso modo, dipende dallo stato della conoscenza del momento, ma non può essere soggetto a convinzioni personali, e così un enunciato di carattere storico; all'opposto un enunciato di tipo sentimentale è soggettivo e verificabile solo da colui che lo enuncia, mentre uno dogmatico trae la sua verità da un'istanza esterna che enuncia il dogma e può, da sola, modificarlo, quasi un postulato di partenza (esistono anche gli assiomi scientifici, frutto però di un vasto consenso oggettivo). Per fare un esempio: la risurrezione di Cristo è il punto di partenza delle teologie cristiane, la profezia di Maometto di quelle musulmane. Intrecciare, confondere o alternare all'interno di un dialogo (o anche di una relazione che precede un dibattito) le diverse tipologie di enunciati, significa, di fatto, rendere impossibile interagire. E dobbiamo essere altresì convinti che la verità e l'errore non sono appannaggio di un tipo di enunciato perché tutti possono, a loro modo e secondo il proprio statuto, veicolare verità ed errori e ogni discorso può essere, a sua volta, vero o falso, ciascuno nel proprio registro.

Troppo spesso, oggi come nel passato, si sono confusi i livelli di enunciazione: si è fatto teologia pur non essendo credenti, si è preteso di fare storia, quando in realtà si emettevano giudizi di valore, si è riversato il proprio sentimento in una discussione di carattere scientifico, o peggio ancora, si è confusa la teologia con la scienza delle religioni. «Quello che ci occorre è una maggiore finezza epistemologica!» conclude Druel perché è da stolti rispondere con argomenti dogmatici a questioni scientifiche, o con argomenti sentimentali o simbolici: se lo facciamo, dobbiamo essere ben consapevoli di andare a sbattere contro un muro.

L'autore allarga poi riflessione e consigli ben oltre il campo del dialogo interreligioso - peraltro di grande attualità in particolare con quanti, islamici, bussano alle nostre porte - e tocca il più vasto campo della cultura e dell'attualità, dalla lettura di un'opera d'arte all'analisi dell'attualità, un contesto sempre più intricato, ma in cui occorre “esserci" perché «se ci chiudiamo comeostriche di fronte a queste occasioni di dibattito trincerandoci dietro le nostre certezze o alle nostre conoscenze, ai nostri sentimenti offesi o alla nostra ignoranza oziosa, ci condanniamo a restare al grado zero dei pensiero, alla presa di parola identitaria».

La conclusione non può essere allora che questa: «II vero dialogo è più frutto di studio e ascolto che di parola», un avviarsi «verso nuove avventure dogmatiche», non senza fatica e studio. Ma, nel momento della riuscita, il dialogo, se autentico, è in grado di ridonarci molto di più in termini di relazioni umane (il dono più importante), di ampliamento dei propri orizzonti e di acquisizione di una nuova libertà nel vivere la propria fede. I polemisti, prevede Druel, cercheranno in questo libro qualunque aggancio per arrivare al loro scopo e per questo afferma tra il serio e il faceto: «Chiedo venia per averli aiutati mio malgrado».


M.T. Pontara Pederiva, in Presbyteri 2/2019, 155-157

Se uno è convinto di conoscere la verità, non riterrà opportuno ascoltare cosa pensano altre persone; se uno è convinto che non vi sia nessuna verità, non avrà alcuna voglia di cercarla con gli altri. Tra questi due estremi si collocano tutti coloro che intendono entrare in relazione con quanti incontrano e vorrebbero dialogare con loro, siano essi credenti o non credenti o – come diciamo oggi – diversamente credenti. Il problema diventa allora: come fare? Perché non sempre basta la buona volontà, o quantomeno la disponibilità del carattere, o forse del cuore.

Un aiuto potrebbe arrivare da un piccolo saggio di un religioso domenicano francese che vive in Egitto da 15 anni, a contatto con musulmani e copti, Jean Druel, nato ad Angers nel 1971, studi teologici a Parigi, e di arabo a Nimega nei Paesi Bassi e a Il Cairo dove ora dirige l’Ideo, l’Istituto domenicano di Studi orientali.

Un testo agile, tradotto da Queriniana, un saggio dal linguaggio essenziale, non privo di humour, che entra subito nelle corde del lettore per condurlo all’azione, una volta esplicitate con chiarezza le doverose premesse.

Tanti i modi di parlarsi, uno solo il “dialogo”

Perché, è vero, «ci sono molti modi di parlarsi…», e basterebbe scorrere i commenti sui social per averne una conferma, anche quando si parla di religione (dove si aggiunge, purtroppo, la triste abitudine del nascondere o mistificare la propria identità, presupposto imprescindibile al dialogo). Può accadere, infatti, che ci si parli in maniera polemica e, in tal caso, tutti i colpi sono permessi – attacchi personali, martellamento di fatti storici, dimostrazioni erudite, discorso seduttore o riduttivo –, perché tutto può essere messo al servizio della polemica in quanto, scrive Druel, «la finalità è far aderire l’altro al proprio punto di vista dopo avergli fatto toccare con mano i suoi errori». Un altro modo è il proselitismo in cui si cerca di convincere l’interlocutore che il proprio modo di vedere sia migliore del suo, che i fatti che espone si impongano alla ragione, che i dogmi a cui crede siano universali.

Ma il dialogo autentico è tutt’altro: «il dialogo consiste molto di più nel cercare di capire che nel convincere». Un altro modo di parlarsi è quello di ricorrere al discorso identitario, ma allora abbiamo a che fare con un dialogo tra sordi in cui ciascuno difende posizioni di principio. Si tratta perlopiù di una posizione di debolezza, di chi teme di farsi menare per il naso nelle discussioni e preferisce rifugiarsi nelle formule preconfezionate o nelle citazioni: è quella di chi parla da solo e si ascolta parlare (e magari si stizzisce se nessuno gli risponde), ma risulta terribilmente noioso. È «la maschera mortuaria del vero dialogo».

«Per fortuna c’è un altro modo di parlarsi: il dialogo» scrive il domenicano che al dialogo autentico ha dedicato il suo libro. Il dialogo si svolge tanto meglio quanto più gli interlocutori sono vicini (meglio ancora se amici) o perlomeno che si riconosca da entrambe le parti al proprio interlocutore la capacità di dire cose ragionevoli. Ma c’è ancora un luogo comune da sfatare: che la finalità del dialogo sia quella di trovare un accordo, un punto di vista comune. Al contrario, «il dialogo permette di mettere in rilievo tutta la bella complessità e la grandezza sorprendente di ciò che ci separa. Il dialogo nasce dalla differenza, se ne nutre, la sublima rendendola bella e amabile».

Tanti anche gli argomenti (“enunciati”) e le modalità

Druel non si limita alla premessa sui termini e prosegue su un’analisi dei contenuti o argomenti oggetto del dialogo, che lui chiama «enunciati», suddividendoli con intento sistematico, non tanto in oggettivi e soggettivi, bensì in scientifici, dogmatici, simbolici e sentimentali. Precisa la sua analisi: un enunciato scientifico è dimostrabile in maniera razionale o sperimentale, e confutabile allo stesso modo, dipende dallo stato della conoscenza del momento, ma non può essere soggetto a convinzioni personali, e così un enunciato di carattere storico; all’opposto un enunciato di tipo sentimentale è soggettivo e verificabile solo da colui che lo enuncia. Un enunciato dogmatico, invece, trae la sua verità da un’istanza esterna che enuncia il dogma e può, da sola, modificarlo, quasi un postulato di partenza (esistono anche gli assiomi scientifici, ma frutto di un consenso oggettivo più largo). In questo senso, la risurrezione di Cristo è il punto di partenza delle teologie cristiane, la profezia di Maometto di quelle musulmane. Intrecciare, confondere, alternare le diverse tipologie di enunciati, e relative modalità di trattamento («non si sommano le mele con le nuvole»), significa, di fatto, rendere impossibile il dialogo, come spiega l’autore con l’esempio dell’ostia consacrata: fermarsi alla composizione chimica rischia di vanificare la presenza del Corpo di Cristo, ma non è affatto in contraddizione con essa. Una cosa però è certa: la verità e l’errore non sono appannaggio di un tipo di enunciato perché, tutti, possono, a modo loro, veicolare verità ed errori. «Uno degli scogli che il dialogo interreligioso deve affrontare risiede nel fatto che coloro che vi partecipano credono di parlare scientificamente delle religioni e dei dogmi, mentre in realtà hanno un discorso confessante che si rifiuta di giudicare con il necessario distacco rispetto alle proprie convinzioni, per esempio, citando le loro fonti» e spesso non ne citano alcuna, limitandosi a parlare d’autorità, proponendo la «propria» comprensione.

Il problema grosso è che spesso si sono confusi i livelli di enunciazione: si fa teologia pur non essendo credenti, si è preteso di fare storia, quando in realtà si emettevano giudizi di valore, si è riversato il proprio sentimento in una discussione di carattere scientifico, o peggio ancora, si è confusa la teologia con la scienza delle religioni. I discorsi sono veri o falsi, ma ciascuno nel proprio registro: «È estremamente importante considerare al tempo stesso i quattro livelli di enunciazione, e imparare da ciascuno ciò che ha da dirci. Senza confonderli, senza evitarli, senza idolatrarli. In una parola – sottolinea Druel –, ci occorre una maggiore finezza epistemologica!». Non rispondere con argomenti dogmatici a questioni scientifiche, né con argomenti sentimentali o simbolici. E, se lo facciamo, dobbiamo essere ben consapevoli di andare a sbattere contro un muro e «il fondamentalista è colui che appiattisce i diversi livelli di enunciazione ad un solo unico livello».

Il testo si arricchisce di esempi concreti, frutto dell’esperienza quotidiana e professionale dell’autore, ma si allarga altresì al campo della cultura (la lettura di un’opera d’arte) e dell’attualità, perché, «se ci chiudiamo come ostriche di fronte a queste occasioni di dibattito, trincerandosi dietro le nostre certezze o alle nostre conoscenze, ai nostri sentimenti offesi o alla nostra ignoranza oziosa, ci condanniamo a restare al grado zero del pensiero, alla presa di parola identitaria».

«Il vero dialogo più frutto di studio e ascolto che di parola»

Quale via intraprendere allora? Incamminarsi «verso nuove avventure dogmatiche» scrive Druel, che mette in guardia anche da «una delle realtà più frustranti del dialogo»: quella di ritrovarsi «bloccati in un dialogo delle ignoranze». Perché il dialogo interreligioso è fatto molto più di studio e ascolto che di parola e dibattito, perché non tutto ciò che un credente dice della propria religione si rivela essere corretto e ben informato. La conclusione ha il sapore scientifico: occorre «una pazienza geologica» per non cadere nel fondamentalismo che «ci tenta perché è bello, perché è semplice, perché ci risparmia lo sforzo di mettere in prospettiva tutte le dimensioni del reale». Ma il problema è che la realtà non si può costringere e occorre imparare ad integrare il tutto, non senza fatica e studio.

«Il vero dialogo rende migliori e più liberi»

Resta il traguardo, esaltante, che «il vero incontro non può lasciare mai indifferenti, e, se vi partecipiamo onestamente, il dialogo fa di noi degli esseri migliori». E quali frutti possiamo sperare in un dialogo onesto con persone di cui non condividiamo le convinzioni? Innanzitutto l’ampliare i propri orizzonti, ma anche l’acquisizione di una nuova libertà nel vivere la propria fede, di capire meglio ciò in cui si crede o il motivo per cui non credo. E non è poco.

Un testo che, come accenna l’autore nell’introduzione, può adattarsi anche al dialogo filosofico, ecumenico, e a ruota a quello interpersonale, comunitario, politico…


M.T. Pontara Pederiva, in SettimanaNews.it 25 gennaio 2019

L’a., attualmente direttore dell’Istituto domenicano di Studi orientali con sede al Cairo, illustra le condizioni necessarie a un proficuo dialogo interreligioso. Condizione previa è che ciascuno ritenga il proprio interlocutore capace di dire cose ragionevoli e interessanti. Il breve testo approfondisce ciascuno dei livelli del discorso presenti nel dialogo interreligioso inteso in senso ampio: scientifico, dogmatico, sentimentale e simbolico. La mancata distinzione tra questi livelli caratterizza il fondamentalismo; così come la mancanza di sufficienti conoscenze storiche e teologiche fa prevalere in molti dialoghi interreligiosi il piano sentimentale o testimoniale del discorso, lasciando così ogni interlocutore fermo al proprio punto di partenza.
In Il Regno Attualità 18/2018