27/07/2020
465. TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE NERA E CAMMINI DI SINODALITA' di LaReine-Marie Mosely
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Presentiamo alcuni passaggi dall’articolo della prof.ssa Mosely, pubblicato in Concilium 3/2020. Nel suo testo, parlando dalla prospettiva della black theology, LaReine-Marie Mosely colloca al centro gli oppressi. Si chiede quale sia il comportamento della chiesa statunitense nei confronti degli oppressi e lo concretizza nella discussione di due assemblee episcopali, una risalente a circa centocinquant’anni fa e l’altra molto più recente (del 2019). Al riguardo, si pone la domanda su chi venga in modo particolare designato come oppresso, considerato vulnerabile e riconosciuto come tale. E documenta le opportunità mancate dai vescovi statunitensi, perché in vari modi non si osa nominare i gruppi di persone oppresse. Contro questo silenzio, l’autrice reclama una chiesa sinodale che sappia chiamare per nome l’ingiustizia e l’esclusione, in modo creativo e responsabile.

La lettura del saggio punta i riflettori sulla situazione di oppressione in cui tutt’oggi le minoranze afroamericane vivono negli Stati Uniti, come ampiamente documentato dai recenti fatti di cronaca portati alla ribalta internazionale sulla scia dell’uccisione di George Floyd durante un fermo di polizia a Minneapolis. Cosa potrebbe fare – e non sta facendo – la chiesa cattolica statunitense, in questo contesto?

 


 

La teologia della liberazione nera ha molto da offrire alla più ampia comunità cristiana. James H. Cone, il padre di tale teologia, ha dimostrato in ogni momento della sua vita e ovunque nelle sue opere straordinarie cosa significhi riconoscere l’esperienza delle persone nere come fonte ineludibile del fare teologia. Cone sosteneva che «essendo una teologia della sopravvivenza, la teologia nera deve parlare con una urgenza che sia coerente con la profondità delle ferite degli oppressi». La storia attesta l’odio e l’ingiustizia subiti dalla comunità afroamericana negli Stati Uniti e in altre aree del commercio schiavistico atlantico. La stessa passione teologica ha alimentato anche la chiesa nera. Per Cone il linguaggio della teologia deve essere appassionato, «un linguaggio dell’impegno: perché è con il linguaggio che si possono vendicare gli oppressi e condannare coloro che infliggono il male».

Troppo spesso, dopo l’omicidio di uomini, donne e bambini afroamericani disarmati da parte delle forze dell’ordine, non esiste un luogo dove i cattolici neri possano andare per poter fare i conti con la violenza psichica e il terrorismo autoctono che hanno subito. I leader religiosi cattolici o rimangono silenti o parlano senza passione, alcuni insinuando di non voler incitare alla violenza; e, ogni volta che prendono la parola, si affrettano sempre a prendere le difese delle forze dell’ordine. Cone conclude che «la teologia americana è razzista; pensa la teologia come un’analisi fredda e distaccata della “tradizione”, slegata dalle sofferenze degli oppressi».

Il moralista B. Massingale ha sostenuto una tesi più ampia, affermando che «dire che l’ingiustizia razziale non è una questione rilevante per la dottrina sociale cattolica è una forma di minimizzazione». Una simile testimonianza rende difficile credere che questi leader abbiano il cuore di un vero pastore o comprendano la gravità della situazione per le persone che stanno “andando in giro, guidando o studiando mentre sono nere” o per quelle che aspettano al confine con il Messico alla ricerca di protezione e di una nuova vita. Fortunatamente, alcune lettere scritte da singoli vescovi alle proprie diocesi e arcidiocesi contengono un po’ di passione, compassione, speranza e cura verso le pecore del loro gregge. […]

Stando a Massimo Faggioli, «negli Stati Uniti prosegue il tentativo di neutralizzare il messaggio di papa Francesco», parole con cui lo storico e teologo di origini italiane dà voce all’idea che la conferenza episcopale statunitense sia in conflitto con il papa. È diffusa l’idea per cui i vescovi nominati da san Giovanni Paolo II e da papa Benedetto XVI siano di un conio diverso da quelli nominati da papa Francesco. Mentre doveva essere inclusa nel testo una nota a pie’ di pagina che rinviava il lettore al n. 101 di Gaudete et exsultate, la difficoltà stava secondo alcuni nel fatto che la Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti aveva reso l’aborto la propria preoccupazione principale, mentre papa Francesco esortava ad abbracciare una visuale più ampia. Nel suddetto passo Francesco non avrebbe potuto essere più esplicito nello spiegare che tutta la vita è sacra e che è l’umanità sofferente, prima di ogni altra cosa, ciò che richiede la risposta appassionata della chiesa. Queste sorelle e questi fratelli sono l’humanum in pericolo in mezzo a noi di cui parla Edward Schillebeeckx e che merita una risposta profetica ed etica che affermi che queste condizioni di vita non dovrebbero esistere e vanno trasformate. 

Il rifiuto dei vescovi statunitensi di integrare l’intero paragrafo di Gaudete et exsultate è un’altra «occasione d’oro» mancata per dimostrare la larghezza di vedute della chiesa e la sua scelta preferenziale per i poveri e le persone vulnerabili. Le vite di quelle sorelle e di quei fratelli sono segnate dalla lotta per la sopravvivenza e vengono spesso prematuramente interrotte dalla violenza, dalla povertà e dalla scarsità di cure mediche. Quando i vescovi statunitensi rendono l’aborto la questione “preminente” rispetto alla difesa della vita, dimostrano di voler insistere sul tema dell’interruzione della gravidanza e sulla campagna Fortnight for Freedom, mentre raramente scrivono o discutono di altri problemi sociali. […]

La sinodalità e il cammino che essa apre possono offrire uno spazio dove il popolo di Dio può condividere «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce» (GS 1) vissute, in un modo tale che sia capace di creare comunità. I cattolici neri e altri fedeli emarginati vogliono sapere che il loro papa, i loro vescovi e le loro sorelle e fratelli non sono indifferenti all’ingiustizia e che prenderanno la parola «con un’urgenza che sia coerente con la profondità delle ferite degli oppressi».

In un coinvolgente saggio intitolato Synodality. A Process Comitted to Transformation [Sinodalità. Un processo volto alla trasformazione], Elissa Roper avanza un’interpretazione inedita di cosa significhi essere sinodale per la chiesa. Tale trasformazione ha a che fare con il «mettersi in cammino, con creatività e responsabilità». Quando le persone sono disposte a sviluppare una nuova coscienza rinnovando il loro modo di pensare (cf. Rm 12,2) non fanno altro che approfondire la loro vocazione battesimale e la loro sequela di Gesù Cristo.

Tale trasformazione può rendere la nostra comunità ecclesiale capace di affrontare l’aspra realtà della nostra connivenza istituzionale e personale con il razzismo, il nativismo, il sessismo, l’eterosessismo, il clericalismo e tutti i tipi di esclusione. A quel punto, ci basterà voltarci a guardare in faccia i crudi fatti che avvolgono lo scandalo globale degli abusi sessuali da parte del clero e il loro insabbiamento man mano che le accuse continuano a venire a galla, alimentando la nostra giusta indignazione e la nostra passione «coerenti con le profondità delle ferite degli oppressi».

[…]

Roper afferma che «la trasformazione verso una chiesa sinodale a livello universale inizia con il riconoscimento dell’autorità battesimale e della responsabilità di tutti i suoi membri». È con questo spirito di compartecipazione che le singole persone e i gruppi possono venire a patti con i peccati commessi “in parole, opere, omissioni” rispetto alla promozione del regno di Dio. I peccati del razzismo, del nativismo, dell’eterosessismo e del clericalismo sono buoni punti da cui partire: ciascuno può riflettere sulla propria complicità, nel contesto della sinodalità e dell’impegno a camminare come una sola comunità ecclesiale, anche quando ciò è scomodo e mette a disagio.

Un modo per essere responsabili è avere coscienza del proprio posizionamento sociale, concreto e simbolico. Per esempio, Baltimora è la prima diocesi cattolica degli Stati Uniti ed è anche una città piagata da un alto tasso di omicidi, dalla dipendenza dalle droghe, da un’amministrazione inefficiente, dai disordini seguiti alla morte di Freddie Gray nel 2015, da una tradizione di discriminazione abitativa e dalla vicenda dei bambini colpiti dagli effetti a lungo termine dell’avvelenamento da piombo. Si aggiungano a tutto ciò le scuole pubbliche in difficoltà e il radicalizzarsi del divario sociale tra ricchi e poveri, e non è difficile capire come questa città pianga per l’ingiustizia. Prestando ascolto al luogo in cui si svolgono i loro incontri, i vescovi potrebbero far sì che questo loro messaggio ne influenzi lo spirito. E qualcosa di simile vale per tutti noi.

Come può il nostro posizionamento sociale influire sulle scelte che facciamo e su ciò a cui dedichiamo il nostro tempo?



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