01/08/2026
613. SERVIRE, NON DOMINARE: PER LA CHIESA DEL FUTURO di Michael Theobald e Jacqueline Straub
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In occasione della pubblicazione in lingua italiana del libro del prof. Theobald, Servire, non dominare, proponiamo ai nostri lettori e alle nostre lettrici ampi stralci di questa bella intervista, concessa all’agenzia stampa Katholische Medienzentrum. Si parla di Chiesa, ministeri, ruolo delle donne e comunità. Buona lettura!


 

Perché ha scritto il libro «Servire, non dominare. Il fondamento neotestamentario della ministerialità nella Chiesa»?

In qualità di studioso del Nuovo Testamento, non voglio né posso rimanere rinchiuso nella torre d’avorio della mia disciplina. Essendo stato più volte interpellato in qualità di esperto di teologia biblica, era mio desiderio, con questo libro, di infondere coraggio in un momento in cui la Chiesa, sia a livello locale che mondiale, si trova ad affrontare sfide immense. Dove, se non nel Nuovo Testamento, possiamo trovare un orientamento quando il collasso incombente dell’istituzione ecclesiale ci costringerà a reinventare la Chiesa nello spirito di Gesù?

[…]

Come si parla di Chiesa, cioè di Ekklesia, nel Nuovo Testamento?

Nel Nuovo Testamento, Chiesa si dice ekklēsía, un termine che, secondo la sua etimologia (kaléō = chiamare), indicava l’assemblea popolare di una polis come sua rappresentanza legittimamente convocata. Di conseguenza, la Chiesa esiste in quanto «si riunisce» secondo la chiamata di Dio (1 Corinzi 11,18): per l’eucaristia, per la preghiera e la lode a Dio, ma anche per regolare le questioni comuni. La parola tedesca «Kirche» (in alto tedesco antico kiricha) deriva da kyriakē ekklēsía. Significa: l’assemblea che appartiene al Signore. Di conseguenza, la Chiesa è là dove le persone formano una comunità nello Spirito di Gesù.

Già qui e ora essa permette di sperimentare cosa sia la «nuova creazione», come scritto in 2 Corinzi 5,17. La Chiesa, quindi, si manifesta innanzitutto a livello locale, come allora a Gerusalemme, Corinto o Efeso. Il Vangelo e la pratica dell’amore reciproco univano tra loro le Chiese locali.

Gesù non ha voluto fondare una Chiesa. In che misura i successivi tentativi messi in atto sono compatibili e coerenti con la visione di Gesù?

Gesù non voleva una comunità separata, ma riunire Israele sotto il segno del Dio che si fa vicinanza, il cui Regno egli annunciava con le parole e con le opere. Il suo interesse era rivolto ai membri più deboli del popolo: i poveri e i diseredati, i malati e gli emarginati, ma anche i non credenti.

Dopo la Pasqua, i suoi discepoli e le sue discepole cominciarono a comprendere: se Dio ha riabilitato il Crocifisso e lo ha elevato a «Signore di tutti» gli uomini (Romani 10,12), il suo messaggio non riguarda solo Israele, ma tutti i popoli. Da un movimento di riforma interno al giudaismo è nata una Chiesa con una vocazione mondiale.

La Chiesa cattolica rimane fedele a questa visione?

La Chiesa rimane fedele a questa visione se non si considera una comunità santa e separata, ma una testimone della misericordia di Dio incarnata da Gesù davanti al mondo intero. Non si tratta innanzitutto della Chiesa, della conservazione della sua istituzione, ma del fatto che essa annunci al mondo, in modo disinteressato, il Dio di Gesù, determinato alla salvezza di tutti gli uomini.

A questo devono essere subordinate le questioni di secondo e terzo ordine. Tutti noi, come Chiesa, ruotiamo fin troppo attorno a noi stessi. Ciò riguarda anche i ministeri e i servizi.

Il ministero ordinato è costitutivo dell’unità della Chiesa?

Innanzitutto, riguardo al termine «ministero ordinato»: il ministero servirà l’unità della Chiesa solo se sarà libero da una mentalità classista che sacralizza le posizioni. Soffriamo di una confusione cronica tra «sacralità» e «santità» – chiaramente distinte in francese: sacré e saint, in latino sacer e sanctus, e in modo simile in greco. Secondo il Nuovo Testamento, tutti i battezzati sono «santi» e ciò significa, nel senso inteso da Gesù, una «santità» che irradia e trasforma – come afferma Paolo a proposito dei «matrimoni misti» tra cristiani e pagani. Un clero sacro e distaccato contraddice la visione di Gesù.

Qual è il compito del ministero nella Chiesa?

Il compito principale del ministero è la salvaguardia dell’unità delle comunità, delle Chiese locali e anche della Chiesa universale. Ma il ministero non garantisce l’unità, che è già data in Cristo, bensì ne rende testimonianza, soprattutto nell’eucaristia, assemblea composta dalle persone più disparate riunite alla tavola del Signore. È fondamentale: l’unità non è il minimo comune denominatore, ma «unità attraverso la diversità» (Oscar Cullmann), una «reciproca tolleranza nell’amore».

Il processo sinodale dimostra che i cambiamenti e le riforme non sono attuabili contemporaneamente in tutti i paesi. Il Nuovo Testamento offre modelli di «unità nella diversità»?

Quando il concilio Vaticano II parla della «gerarchia delle verità», occorre prenderla sul serio: cosa è prioritario e cosa è secondario? Al cosiddetto Concilio degli Apostoli a Gerusalemme tutti erano d’accordo sul Vangelo, ma stabilirono che la missione tra i popoli e in Israele dovesse seguire percorsi distinti, in base alle diverse condizioni delle persone. Così dichiararono secondaria la circoncisione degli uomini, senza per questo sminuirne il valore per i cristiani provenienti dal giudaismo.

Anche le strutture ministeriali nella Chiesa primitiva non erano uniformi: esistevano forme di guida carismatiche, collegiali e, ben presto, anche monoepiscopali. Per citare un esempio significativo ai giorni nostri: il ministero diaconale non è stato introdotto ovunque nella Chiesa universale. Perché, laddove esiste, non dovrebbe essere aperto anche alle donne?

Nel suo libro lei scrive che ogni Chiesa locale possiede una propria dignità ecclesiologica. Cosa significa questo concretamente nella pratica della vita ecclesiale? 

Le Chiese locali possiedono ciascuna la propria storia, la propria tradizione e anche la propria «pietà popolare». A livello mondiale è necessaria una «delatinizzazione» della Chiesa. Inoltre, dopo il concilio Vaticano II, Roma si è riservata troppi diritti sulle Chiese locali. […] Il discorso del concilio Vaticano II sulla dignità delle Chiese locali è ancora ben lungi dall’essere recepito a livello giuridico.

Cosa ci dice Efesini 4 riguardo ai ministeri nella Chiesa?

Secondo questo capitolo, i ministeri menzionati nel versetto 11 – «apostoli, profeti, evangelisti, cioè missionari, pastori e maestri» – sono doni del Cristo risorto, un’affermazione di notevole peso, anche ecumenico. Essi hanno «origine divina e non umana», come spiegava il grande esegeta svizzero del Nuovo Testamento Ulrich Luz, scomparso pochi anni fa. Di conseguenza, non derivano semplicemente da un interesse pratico, poiché il ministero dell’annuncio e dell’amministrazione dei sacramenti deve essere ordinato, ma hanno un valore spirituale intrinseco, fondandosi sulla chiamata di Cristo. Il secondo insegnamento tratto da Efesini 4 è il seguente: i ministeri non risalgono a una presunta istituzione da parte di Gesù, con presunte conseguenze giuridiche vincolanti, ma sono di epoca successiva alla Pasqua. Gli apostoli e i profeti sono in prima linea, poiché la Chiesa è edificata su di loro (cfr. Ef 2,20; 3,5), seguiti dai missionari che diffondono il Vangelo. Infine vengono menzionati i «pastori e dottori» locali, che guidano le comunità con la Parola e i sacramenti nello spirito della testimonianza apostolica.

E in che modo ciò si collega alle affermazioni del magistero sui dodici apostoli, che sono maschi – e per questo motivo solo gli uomini possono diventare sacerdoti?

In Marco 3,14 si legge che Gesù «costituì i Dodici». Un gruppo di uomini citati per nome, che doveva documentare in modo evidente, attraverso un gesto simbolico, la sua affermazione di appartenenza al popolo delle dodici tribù, rappresentato fin dall’antichità dai patriarchi. Così come Gesù non intendeva creare con questo segno un ministero permanente per il futuro, altrettanto poco esso dice riguardo al riservare i successivi ministeri ecclesiastici al genere maschile. La decisione papale, investita di alta autorità, secondo cui la Chiesa non avrebbe il potere di ordinare le donne, non solo poggia su basi fragili, ma è anche palesemente errata dal punto di vista argomentativo.

Quindi il Nuovo Testamento è a favore del sacerdozio femminile?

L’attuale dibattito richiede un ribaltamento dell’argomentazione, quindi non limitarsi a dire: «Dal punto di vista del Nuovo Testamento non c’è nulla da obiettare contro l’apertura del ministero sacramentale alle donne», ma esprimersi con un’affermazione: «Il Nuovo Testamento, in particolare il messaggio di Gesù e il suo operato, si pronuncia decisamente a favore dell’apertura del ministero alle donne». Come è noto, la loro successiva esclusione dalle funzioni di guida fu una conseguenza dell’inserimento delle comunità all’interno delle strutture patriarcali e sociali dell’epoca. Già nel 1977 Karl Rahner sosteneva che l’onere della prova per le loro affermazioni spettasse agli oppositori dell’ordinazione delle donne, non ai suoi sostenitori.

Con riferimento al Nuovo Testamento: come sarà il sacerdote del futuro?

Nessuno può sapere come saranno i preti di domani. Il Nuovo Testamento può fornire spunti, ma la definizione dei ruoli non rientra nelle sue competenze. In futuro, l’opera e l’azione sacerdotale si distribuiranno tra molti attori, affinché la vita della comunità locale possa prosperare – e ciò nella piena sequela di Gesù e nello spirito dei Vangeli.

Cosa propone per la situazione attuale che stiamo vivendo?

Per il periodo di transizione che stiamo attraversando, posso solo raccomandare: trattate con misericordia coloro che ricoprono ruoli di responsabilità nelle comunità. Non metteteli su un piedistallo. Lavorate in squadra, decidete insieme, per quanto possibile. E cercate di entusiasmare gli altri al Vangelo – non dominando, ma servendo.






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