14/06/2021
488. RICONOSCI IL PROSSIMO TUO COME TE STESSO, SENZA CONDIZIONI di Christoph Böttigheimer
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Che cosa significa “riconoscimento”, essere riconosciuti dall’altro? L’essere umano è senza dubbio un essere-in-relazione; ma questa relazione spesso è funzionale a qualcosa, mentre per la fede cristiana, è Dio a promettere un riconoscimento incondizionato dell’uomo.
Lasciamo ora la parola a Christoph Böttigheimer, con le stimolanti riflessioni contenute nella Conclusione del suo libro, Riconosciuti da Dio. il contributo della fede cristiana alla formazione della personalità.

 

 

Senza riconoscimento l’uomo non può trovare sé stesso, né è in grado di formare e sviluppare il suo sé in interazioni umane. Un contributo essenziale alla formazione della personalità sta di conseguenza nel praticare il riconoscimento reciproco, apprendere una cultura del riconoscimento e creare uno spazio nel quale si danno simmetriche relazioni di riconoscimento esenti da disegni di dominio. Il fatto che questo processo non riesca completamente risulta evidente per la contingenza umana. L’uomo dotato di libertà è infatti in tutto e per tutto un essere di relazione, ma egli tende continuamente a usare la sua libertà in modo autonomo ed egoistico, e a usare perciò l’altro come mezzo, invece di riconoscerlo come fine in sé, e così è portato ad approfittare di lui.

In questo contesto diventa impossibile voler attribuire incondizionatezza al riconoscimento intersoggettivo, anche se è desiderio dell’uomo essere riconosciuto e affermato incondizionatamente ed essere amato per quello che è. Questo bisogno perciò può trovare il suo compimento solo in rapporto a un Assoluto. La fede cristiana promette un riconoscimento incondizionato dell’uomo da parte di Dio. In quanto immagine di Dio, l’essere umano possiede una dignità inalienabile, che non gli può essere tolta da alcuna umiliazione, offesa, degradazione subita da altri suoi simili. Per mezzo di questa fede, le ferite prodotte da disprezzo, disconoscimento e rifiuto umani non sono solamente eliminate, ma è anche posta una base per cui l’uomo non perde la sua autostima e non viene prostrato nella sua personalità. Anche lì e proprio lì dove l’uomo prende cattive strade, perde ogni diritto di riconoscimento e si mette nel torto, egli può comunque sapere di essere riconosciuto e affermato da Dio. Infatti, il Dio di Gesù Cristo lo giustifica per la grazia di Cristo. Nella sua proesistenza Gesù rivela la giustizia di Dio; Dio, nella sua fedeltà, segue l’uomo fino all’ultimo e non lo priva del suo riconoscimento. Per recuperarlo, espia per lui, e suo Figlio prende il posto dell’impotente peccatore. Questo incondizionato essere riconosciuto conferisce adesso al credente la forza di praticare, a sua volta, un riconoscimento incondizionato, di stimare l’altro in modo incondizionato, di apprezzarlo e, se necessario, di perdonarlo.

In questo modo il contenuto del messaggio di salvezza e di redenzione può essere reso comprensibile, con la teoria del riconoscimento, nel tempo attuale. In questo modo si può rinunciare a concetti come “sacrificio” ed “espiazione”, che sono usati male e dei quali si è spesso abusato nel corso della storia della chiesa. La necessità di questa trasformazione, tuttavia, si manifesta solo se i testi ecclesiastici e liturgici vengono ripuliti, facendo autocritica, dalle loro a volte irritanti formulazioni. Come possono oggi gli uomini essere formati nella loro personalità dalla fede, se non riescono più ad essere in sintonia con i concetti usati, se non si dischiudono più a loro i pensieri collegati a tali concetti e se, di conseguenza, i contenuti della fede cristiana non si riflettono più nella realtà della loro vita?

La ripresa teologica dei princìpi della teoria del riconoscimento, che sono stati elaborati soprattutto nella filosofia sociale e in sociologia, la loro esplicitazione con l’aiuto della fede cristiana, nel contesto delle società postmoderne, devono sempre avvenire in modo critico, come si è cercato di fare qui. Infatti il compito della religione e della teologia non può consistere semplicemente nella soddisfazione di deficit umani che sono derivati dai mutamenti sociali, economici, politici ecc. Se così fosse, sarebbe controproducente il contributo della fede cristiana alla formazione della personalità. Il loro compito piuttosto deve consistere nell’indicare prospettive di formazione di una personalità riuscita partendo dai contenuti della fede cristiana e, inoltre, nel gettare sempre una luce critica sulle situazioni sociali. Il riferimento teologico al bisogno di riconoscimento dell’uomo deve prendere in considerazione quindi anche l’ambivalenza del riconoscimento e la problematica attuale delle situazioni di riconoscimento, come qui – almeno a grandi linee – si è cercato di fare.






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