18/10/2021
497. REATO DI DISUMANITA' Quale ministero e quale chiesa dopo gli abusi? di Jean-Paul Vesco
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In questi giorni, con parole forti e coraggiose, sul suo profilo Facebook il domenicano Jean Paul Vesco, vescovo di Orano, ha preso posizione rispetto al rapporto sugli abusi nella chiesa francese, elaborato dalla commissione indipendente presieduta da Jean-Marc Sauvé. Vesco non solo denuncia con autorevolezza silenzi indegni, non solo critica l’organizzazione del potere nella chiesa, ma punta il dito su una sacralizzazione indebita del ministero ordinato che spesso va di pari passo con una stortura nell’identificazione ingenua del “sacerdote” come alter Christus.
Considerazioni alte di questo tenore possono saldarsi strettamente a considerazioni più pragmatiche, come quelle sviluppate – in prospettiva multidisciplinare e olistica – in un testo recentemente edito da Queriniana:
Combattere l’abuso sessuale sui bambini. Se Vesco si concentra sul versante intraecclesiale e teologico della questione degli abusi, nel suo saggio Stéphane Joulain indica come sia necessario e urgente operare anche dal versante clinico e intervenire sul piano psicologico e psichiatrico. Da quest’ultimo punto di vista «la lotta contro l’abuso sessuale dev’essere condotta su tre piani distinti e complementari: il primo piano è quello della vittimologia; il secondo riguarda coloro che commettono questi crimini e il loro posto nella società; il terzo riguarda il progetto comune delle società in cui viviamo».
Lo sguardo di Vesco è complementare e punta al progetto di chiesa e di ministerialità che siamo chiamati a realizzare, per essere discepoli autentici. Ecco le sue vibranti parole.

 

 

La Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella chiesa francese (CIASE), presieduta da Jean-Marc Sauvé, un alto funzionario di elevata statura, sia fisica che morale, ha presentato il suo rapporto lo scorso 5 ottobre: tredicimila vittime dichiarate, oltre tremila abusatori identificati, una previsione plausibile di oltre 330.000 vittime, pari al 25% del numero di abusi sessuali commessi in Francia negli ultimi settant’anni. Cifre da capogiro.

Il lato più oscuro del quadro, tuttavia, non è in numeri così terribili e rivelatori. Il lato oscuro è il flagrante reato di disumanità compiuto dalla gerarchia ecclesiale, composta da soli uomini, di cui anche io faccio parte. Il lato oscuro è che sapevamo e non ne siamo stati colpiti nella nostra carne. Le vittime hanno parlato e non sono state ascoltate, hanno testimoniato e non sono state credute. Hanno avuto l’incredibile coraggio di dire l’indicibile della sofferenza che pativano e questa sofferenza non è stata ascoltata, non è stata presa sul serio.

Come mai non siamo riusciti ad identificarci almeno un poco con queste vittime? Come si è potuto pensare, in maniera tanto diffusa e per così tanto tempo, che delle carezze e dei contatti fisici a carattere sessuale “non fossero poi tanto gravi”, quando questi gesti lasciano un bambino come paralizzato, per tutta la vita in uno stato d’implosione? Perché abbiamo dovuto aspettare questo lavoro della CIASE per scoprire l’entità di crimini di cui alcuni di noi si sono resi, direttamente o indirettamente, colpevoli e per i quali siamo tutti insieme responsabili? Perché…?

Il rapporto Sauvé si arrischia ad individuare le cause teologiche e strutturali che hanno favorito questo carattere “sistemico” degli abusi nella chiesa, per riprendere l’aggettivo usato dal cardinale Marx, arcivescovo di Monaco, nella sua lettera di dimissioni, poi respinte da papa Francesco. E anche a formulare delle raccomandazioni. Tra queste, la necessità di distinguere ancor più la funzione sacramentale del clero dalle funzioni di governo nella chiesa, essendo l’esercizio dell’una non necessariamente legato all’esercizio delle altre. Senza essere necessariamente trasferibile, a questo proposito la vita religiosa maschile e femminile offre un modello di autorità ecclesiale che ha saputo istituzionalizzare dei contropoteri – costituzioni, capitoli, consigli, mandati… – che non nuocciono all’autorità simbolica del superiore, e senza bisogno di fare ricorso a dei titoli onorifici di cui si fatica a scorgere il fondamento evangelico.

Più che l’organizzazione gerarchica della chiesa, ciò che è messo in questione è la sua connotazione monarchica. Sul piano giuridico, i tre poteri esecutivo, legislativo e giudiziario sono di fatto concentrati nelle mani di una stessa persona. In senso simbolico, i chierici possono facilmente trovarsi circondati da un’aura di sacralità che non è salutare per nessuno e che ne verrebbe a fare quasi degli esseri di diritto divino.

C’è una seconda stortura evocata dal rapporto Sauvé: la figura del sacerdote come alter Christus in tutte le azioni della sua vita. In quanto battezzato, ciascuno/a di noi è chiamato/a a conformarsi a Cristo – non al Cristo pantocratore, bensì al Cristo servo sofferente, al Cristo dei piccoli e degli umili, al Cristo delle vittime di abusi. 

C’è un’altra caratteristica che pone le basi per gli abusi di autorità (gli abusi sessuali sono abusi di questo genere), ed è il rapporto con la verità. Anche in questo caso la verità va ben oltre il suo quadro naturale, quello del deposito della fede. Troppa verità uccide la verità nello stesso momento in cui compromette l’alterità, il dibattito, la differenza, e quindi le condizioni stesse di una verità umanamente ricercata. Affrontare la radice degli abusi sessuali nella chiesa presuppone che vengano affrontati tutti gli abusi di autorità, e quindi anche l’abuso di verità.

Questa constatazione di un fallimento e l’analisi di alcune delle sue cause non hanno l’ultima parola su ciò che la chiesa porta di prezioso e unico in vasi di creta (cfr. 2 Cor 4,7). La caduta di alcuni non ha l’ultima parola sulla fedeltà di tantissimi uomini alla figura profetica del sacerdote e della vita consacrata, della quale il clericalismo denunciato da papa Francesco non è che una pallida caricatura. Lungi dal risolversi in un vicolo cieco, questo rapporto costituisce paradossalmente la convocazione più pressante al sinodo sulla sinodalità, iniziato proprio il 17 ottobre, nel quale papa Francesco vuole impegnare tutta la chiesa. È un’opportunità da non lasciar scappare!




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