16/01/2018
387. RADICI CULTURALI DI BERGOGLIO di Giovanni Santambrogio
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Si avvicina il compimento del quinto anno di governo di Papa Francesco (13 marzo 2013), un periodo storico dove è successo di tutto nel mondo: dall’ascesa e caduta dell’Isis all’elezione di Trump, dalle guerre devastanti alle rivoluzioni tentate e subito spente, dalle migrazioni ininterrotte ai muri alzati. Anche il pianeta ha fatto sentire la sua voce con uragani, inondazioni, carestie, terremoti e devastazioni. La chiesa ha avviato cambiamenti e, seppur lentamente, lo “stile Francesco” offre un approccio diverso agli eventi e all’impegno dei cristiani nel mondo. Due encicliche, Lumen fidei e Laudato sì; due esortazioni apostoliche, Evangelii gaudium e Amoris laetitia. La prima, con il suo dettagliato programma di lavoro dai toni forti e dalle parole chiave, ha subito contrassegnato il linguaggio, l’azione e l’immaginario del pontificato: Chiesa in uscita, pietà popolare, realtà superiore all’idea, opzione per i poveri, periferie esistenziali, misericordia. E poi l’insistente condanna della nuova idolatria del denaro. Molto altro si potrebbe aggiungere. Eppure, dopo cinque anni, persiste nella chiesa europea e in quella italiana in particolare una sorta di resistenza all’uomo Bergoglio e al pontefice Francesco.

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La pubblicistica italiana su Bergoglio è ininterrotta, ma finora è mancato un saggio che entrasse nelle origini e nella formazione di una vocazione, soprattutto collocandole nella cultura e nelle vicissitudini storiche di un paese e di un continente, rilevanti per le vicende ecclesiali del ’900. Si pensi al ruolo politico e di pensiero della teologia della liberazione oppure alle conferenze di Puebla e di Aparecida, che con i loro documenti stanno tuttora segnando il cammino nel Sud del mondo; non solo, sul dramma della povertà e dello sviluppo diseguale incalzano le scuole di pensiero occidentali. La biografia intellettuale, edita da Jaca Book (M. Borghesi, Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale, Jaca Book, Milano 2017), scandaglia in modo chiaro e minuzioso il percorso di fede e di studi dell’uomo Bergoglio che si misura ininterrottamente con la modernità: una questione tutta aperta che trova molto mondo cattolico culturalmente disarmato e in ritardo oppure diviso tra chi si rifugia in nostalgie del passato e chi opta per una accettazione acritica. Proprio il rapporto Chiesa e modernità costituisce uno dei fronti più delicati del pontificato. Due figure, anche su questo tema, si rivelano determinanti nella formazione di Bergoglio: il filosofo gesuita Gaston Fessard e il principale pensatore cattolico latinoamericano della seconda metà del ’900, Alberto Methol Ferré. Dal saggio emerge un pensiero originale in un uomo non comune.



 



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