01/11/2026
619. QUANDO DIO NON CI MANCA La sfida dell'indifferenza religiosa a cura della Redazione
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Fulda, 23 settembre 2024. Nel duomo della città, dove è sepolto san Bonifacio, si apre l’assemblea plenaria d’autunno della Conferenza episcopale tedesca. Il presidente, Georg Bätzing, vescovo di Limburgo, prende la parola e invita a essere onesti. Continuiamo a ripeterci – dice in sostanza – che, nel profondo, ogni essere umano ha nostalgia di Dio. Ma le cose non stanno necessariamente così: oggi, alla maggior parte delle persone non manca nulla, anche quando costruiscono la propria vita senza religione e senza fede. E spesso lo fanno in modo responsabile, rispettoso degli altri e attento al bene comune.
Bätzing non sta improvvisando. Le sue parole riprendono, quasi alla lettera, il titolo di un libro uscito sette mesi prima per i tipi di Herder: Wenn nichts fehlt, wo Gott fehlt, letteralmente “Se non manca nulla dove manca Dio”. L’autore è Jan Loffeld, teologo e prete della diocesi di Münster. Il suo saggio, Chi ha bisogno di Dio? Essere cristiani nel tempo dell’indifferenza religiosa, esce ora per Queriniana, con una prefazione di Tomáš Halík e una postfazione di Armando Matteo.


 

Il libro: quando Dio smette di essere una domanda

Loffeld ha cinquant’anni, è un prete della diocesi di Münster, ha studiato a Münster e a Roma, insegna teologia pratica a Utrecht, nei Paesi Bassi. Due dettagli spiegano perché il suo libro sia diventato un caso in Germania: è consulente della Commissione pastorale dell’episcopato tedesco e fa parte del Comitato scientifico della grande indagine sull’appartenenza ecclesiale.

Non è la voce di un contestatore esterno alla Chiesa, ma uno che ha visto i dati prima degli altri e che ha deciso di trarne la conseguenza che nessuno voleva trarre, ossia che per decenni la nostra pastorale ha lavorato su un presupposto mai messo in discussione: che l’essere umano sia incurabilmente religioso, che prima o poi la domanda su Dio si affacci alla mente e al cuore, che il compito missionario della Chiesa sia rendere le persone consapevoli di un vuoto che già hanno.

Loffeld prende in esame quel presupposto e, verificandolo sui numeri, si accorge che non regge: molte persone non avvertono alcun vuoto da colmare, non cercano una risposta religiosa e conducono comunque un’esistenza responsabile, ricca di relazioni e aperta agli altri. Per descrivere questa condizione, Loffeld usa il termine “apateismo”, distinguendolo dall’ateismo; non si tratta di negare l’esistenza di Dio, bensì di una totale mancanza d’interesse per la questione religiosa. Dio è una presenza irrilevante o addirittura estranea all’orizzonte entro cui si costruisce la propria vita. E questa indifferenza, per chi la vive, non coincide necessariamente con un’esperienza di mancanza o di sofferenza.

È qui che la riflessione di Loffeld diventa una sfida per la Chiesa. Se le persone non percepiscono l’assenza di Dio come un problema, non basta insistere sulla necessità di riscoprire la fede. Occorre interrogarsi sul modo stesso in cui il cristianesimo si presenta e sul significato che può assumere in un contesto profondamente secolarizzato.

 

Ottimizzare o trasformare?

Da qui la distinzione che ha fatto discutere più di ogni altra: “ottimizzazione” o “trasformazione”. Ottimizzare significa fare meglio le stesse cose di prima: unità pastorali più efficienti, liturgie più curate, comunicazione più professionale. È necessario, ma è anche insufficiente: perfezionare gli strumenti rischia di non modificare la sostanza della questione, e di rivelarsi dunque una fatica di Sisifo.

Trasformare, invece, significa accettare che il vuoto resti vuoto e chiedersi che cosa sia il cristianesimo a quelle condizioni. Significa accettare che il contesto sia cambiato e che non sia più possibile dare per scontato il desiderio religioso delle persone. Significa rinunciare all’idea che ogni esistenza nasconda necessariamente una domanda di Dio e chiedersi che cosa possa significare essere cristiani quando quella domanda non viene avvertita.

La spiritualità che Loffeld propone per questo passaggio non è la Pasqua: è il Sabato santo, il giorno in cui l’assenza va sopportata e l’impotenza può diventare luogo di esperienza di Dio. Non si tratta di rinunciare alla speranza, ma di imparare a sostare in una condizione nella quale la fede non può limitarsi a offrire risposte già pronte.

 

I numeri che hanno preparato il terreno

Il saggio di Loffeld esce nel febbraio 2024, tre mesi dopo la sesta indagine sull’appartenenza ecclesiale condotta dalla Chiesa evangelica tedesca – una rilevazione che dal 1972 si ripete ogni dieci anni e che questa volta, per la prima volta, ha interrogato anche i cattolici, con la partecipazione della Chiesa cattolica. Oltre cinquemila intervistati, quasi seicento domande.

I dati restituiscono l’immagine di una trasformazione profonda: nel 1972 i tedeschi “senza confessione” (che cioè non aderiscono ad alcuna confessione cristiana) erano il 5% della popolazione; nel 2022 sono il 43%. Si tratta di una percentuale superiore a quella dei cattolici, pari al 25%, e dei protestanti, pari al 23%, considerati separatamente. E fra i cattolici intervistati, il 96% ritiene che la Chiesa avrà un futuro solo se saprà trasformarsi radicalmente.

Questi numeri mostrano quanto sia cambiato il rapporto tra la società tedesca e le istituzioni religiose, e perché una riflessione come quella di Loffeld abbia trovato un terreno così fertile.

 

Il dibattito: manca Dio o manca la religione? 

Un libro diventa un caso quando le sue tesi provocano risposte e obiezioni. Tra gli interventi più significativi c’è quello di Christian Bauer, docente di teologia pastorale a Münster, pubblicato sulla rivista online feinschwarz.net. Bauer riconosce a Loffeld il merito di aver portato al centro del dibattito una questione decisiva, pur osservando che la riflessione sulla secolarizzazione non nasce con lui. La sua critica riguarda soprattutto il titolo del libro. Dio e religione non sono la stessa cosa: Dio è presente anche dove religione e Chiesa non compaiono; da un punto di vista teologico, Dio non può essere considerato semplicemente mancante là dove viene meno l’appartenenza religiosa.

Il titolo del libro, secondo Bauer, andrebbe dunque riformulato: Se non manca nulla dove manca la religione, o dove manca la Chiesa.

Non è un cavillo terminologico, a ben vedere, ma rappresenta la tesi opposta e simmetrica: non sono i secolarizzati a doversi convertire, sono i cristiani – nel nome di un Dio che manca anche a loro: che cosa significa cercare Dio in una società secolarizzata? E come può il cristianesimo riconoscere la propria possibile distanza da Dio, anziché limitarsi a denunciare quella degli altri?

All’apateismo degli indifferenti alla religione, propone Bauer, si risponde con un anateismo dentro il mondo secolare: ricominciare daccapo dalla domanda su Dio, senza dare per scontate le risposte né identificare la fede con l’appartenenza ecclesiale.

 


Una domanda per la Chiesa

Il confronto tra Loffeld e Bauer mette in luce una questione che va oltre il contesto tedesco. Che cosa può significare annunciare il Vangelo a persone che non sentono di avere bisogno di Dio? E come può la Chiesa evitare di interpretare ogni forma di distanza dalla religione come un vuoto da colmare?

La provocazione di Loffeld non consiste nel dichiarare inutile la fede, ma nel chiedere che cosa accada quando la sua necessità non è più evidente. È una domanda che obbliga la pastorale a misurarsi con la realtà, senza ridurla a un problema organizzativo o a una semplice perdita di consenso.

Forse è proprio qui che il Sabato santo evocato dal teologo acquista il suo significato più profondo: nella capacità di non colmare immediatamente il silenzio, di non imporre risposte prima ancora di aver ascoltato le domande. Non per rinunciare all’annuncio cristiano, ma per interrogarsi nuovamente sul suo senso.

Se alla maggior parte delle persone non manca nulla, la sfida per la Chiesa non può consistere soltanto nel convincerle del contrario. Deve cominciare dall’ascolto di questa realtà e dalla ricerca di un modo di testimoniare la fede che non presupponga ciò che dovrebbe contribuire a riscoprire.




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