Lorenzo Voltolin ha pubblicato per Queriniana L’algoritmo dell’anima. Corpo, coscienza e trascendenza nella rivoluzione digitale, un saggio aperto dalla Prefazione di Federico Faggin, il quale distingueva fra informazione-come-calcolo e informazione-come-significato.
All’epoca, quando il panorama magisteriale sull’intelligenza artificiale era ancora dominato dalla nota vaticana Antiqua et nova, Voltolin già si spingeva oltre il perimetro di quel documento: interrogava la coscienza, la corporeità, la liturgia, il rapporto tra esperienza immersiva e trascendenza, chiedendosi se il digitale potesse diventare non solo un problema da governare ma uno spazio da abitare teologicamente. Ora, con l’enciclica Magnifica humanitas, papa Leone XIV ha compiuto il passo ulteriore che molti attendevano: collocare l’intelligenza artificiale al centro della dottrina sociale della Chiesa, non come appendice tematica ma come res nova del nostro tempo.
Chi ha letto L’algoritmo dell’anima ritroverà nell’enciclica diversi temi familiari: il rifiuto di ridurre la persona a dato computabile, la critica al transumanesimo come riedizione moderna della volontà di potenza, il richiamo alla corporeità come luogo irriducibile dell’incontro con il sacro, la necessità di un discernimento che non sia né rifiuto timoroso né adozione acritica della tecnologia. Ecco perché abbiamo chiesto a Voltolin di introdurre i lettori del blog, offrendo alcuni spunti, nella lettura dell’enciclica e dei suoi argomenti di maggiore novità.

Con l’enciclica Magnifica humanitas, papa Leone XIV offre una chiave di lettura teologico-sociale che colloca l’intelligenza artificiale e la digitalizzazione al cuore stesso della dottrina sociale, non accanto ad essa. Celebrando il 135° anniversario di Rerum novarum, l’attuale pontefice non si limita ad aggiornare l’elenco delle “cose nuove”: inquadra la transizione digitale come una trasformazione che tocca da vicino i cardini del magistero, come la dignità della persona, il lavoro, la libertà, la pace (cfr. nn. 4-6). Se Leone XIII si trovò a curare le ferite dell’alienazione operaia causata dalle macchine, Leone XIV mette in luce lo shock di una rivoluzione che scompone il soggetto umano dentro processi di astrazione matematica. L’enciclica, va detto, si muove con un equilibrio non scontato: rifiuta sia il neoluddismo – la tentazione di chiudersi nella nostalgia – sia la fede acritica nel progresso illimitato (cfr. nn. 26s.).
Le nuove geografie del potere
Uno degli aspetti più rilevanti dell’enciclica è la mappatura del potere nell’era digitale. Il pensiero sociale cattolico del Novecento si è sempre confrontato con la sovranità degli Stati, intesi come garanti primi della giustizia (cfr. nn. 59-64). Leone XIV prende atto che questo quadro è saltato: i vettori dello sviluppo tecnologico e il controllo delle narrative collettive sono ormai nelle mani di pochissimi attori privati globali (cfr. nn. 95 e 109). L’enciclica non usa giri di parole: parla di un imperium transnazionale che sfugge alla rappresentanza democratica e al confronto sindacale (cfr. nn. 102s.).
Il punto merita attenzione. Approfondendo le intuizioni di Francesco in Laudato si’, il testo mostra come il paradigma tecnocratico si sia saldato al capitalismo della sorveglianza, producendo linguaggi digitali che non sono affatto neutri. Sono piuttosto architetture morali – sistemi di valori incorporati nel codice – che ridefiniscono i concetti di verità (cfr. nn. 131-134), di scelta consapevole (cfr. nn. 139-142) e di partecipazione democratica (cfr. nn. 135-138). L’utente non è un cliente: è un soggetto la cui interiorità viene mercificata (cfr. nn. 93 e 104s.).
Il prezzo della disincarnazione
C’è poi un passaggio dell’enciclica che colpisce per la sua concretezza quasi fisica e che sfida la retorica del cloud immateriale. Leone XIV squarcia il velo sulla violenza che si nasconde dietro lo sviluppo dell’AI: i corpi sfruttati nelle miniere di terre rare, le condizioni dei moderatori di dati nel Sud del mondo, i meccanismi di tracciamento che riducono l’individuo a merce (cfr. nn. 173-175). Niente, nell’economia digitale, è immateriale. 
L’analisi assume qui un’impronta cristologica. Le tendenze prometeiche all’auto-potenziamento – come il transumanesimo, nelle sue varie declinazioni – vengono lette come riedizioni della libido dominandi agostiniana (cfr. nn. 115s. e 232). All’illusione di un’immortalità tecnica che interpreta la fragilità biologica come un difetto da correggere, l’attuale pontefice oppone quello che potremmo chiamare un umanesimo della vulnerabilità (cfr. nn. 231-233). Vale la pena rileggere, in questo contesto, le parole di Romano Guardini richiamate dall’enciclica stessa: «L’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza» (n. 93); sono parole del 1951, ma descrivono il nostro presente con un’esattezza che dovrebbe inquietarci.
Una conseguenza meno evidente, ma forse più insidiosa, è quella che l’enciclica descrive al n. 192: il confinamento della persona entro metriche statistiche genera una “povertà relazionale” che esaspera i conflitti e cristallizza la logica amico-nemico, anche nello spazio digitale.
Due icone bibliche e un canto
Il tessuto biblico dell’enciclica è costruito su due immagini che dialogano tra loro per contrasto. Da un lato la “sindrome di Babele”: l’ideologia dell’efficienza a tutti i costi, l’appiattimento culturale dei grandi modelli linguistici standardizzati, la ricerca di un’unità che si confonde con l’omologazione ecc. Dall’altro la “via di Neemia”: la sussidiarietà vissuta dal basso, la cura della comunità ferita che precede la ricostruzione delle strutture, ciascun soggetto sociale a cui viene affidato il proprio tratto di mura (cfr. nn. 7-10). Non è difficile riconoscere in Babele i tratti di certe piattaforme globali; è più impegnativo – ma è questo che l’enciclica chiede – riconoscersi nel cantiere di Neemia.
Il cuore biblico dell’insegnamento di Leone XIV batte, però, nella conclusione. In un mondo digitalizzato e smaterializzato, il papa sceglie come ultimo punto di riferimento il Magnificat (cfr. nn. 230-232; 243-245). Non è una chiusa devozionale. Il cantico di Maria non si perde in astrazioni: detta le condizioni della giustizia sociale, sazia gli affamati, destabilizza le rendite di posizione dei potenti. Declinato nel contesto tecnologico, il monito di Maria diventa un criterio esigente: l’opzione preferenziale per gli ultimi si traduce nel dovere di guardare lo sviluppo dalla prospettiva delle vittime, delle nuove marginalità, di chi viene “scartato” – parola cara a Francesco e ripresa con forza da Leone XIV – dall’algoritmo che ottimizza il profitto.
La dignità dell’uomo nell’era digitale non si misura dalla velocità dei processori. Si misura dalla capacità di custodire il limite biologico, riconoscendo nel volto del prossimo un mistero che nessun codice sorgente potrà replicare.
Conclusione
Magnifica humanitas è un punto di continuità e, insieme, di svolta per il pensiero cristiano contemporaneo. Leone XIV non ha scritto un codice deontologico per tecnocrati: ha ricordato a noi tutti/e che l’unico garante del cammino dell’essere umano resta il Dio comunione. L’attuale scommessa – perché di scommessa si tratta, con tutto il rischio che la parola comporta – non consiste allora nel frenare la ricerca, ma nell’impedire la dissoluzione dell’umano nel progresso tecnologico. Solo una fede che non ha paura dei segni dei tempi può indicare al progresso la direzione della fraternità.
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