17/12/2018
419. NATALE, «FESTA DELLA VITA DIVINIZZATA» Paolo VI di Rosino Gibellini
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Riproponiamo qui di seguito un testo poco noto di Giovanni Battista Montini: un piccolo gioiello letterario-spirituale sul mistero dell’Incarnazione che, seguendo l’intuizione del commentatore, potremmo definire a suo modo un “Canto di Natale”. Il breve componimento reca una data anteriore al 1955. Lo rileggiamo volentieri – e quasi con commozione – nell’anno della canonizzazione dello stesso Paolo VI. Facciamo seguire il testo dal prezioso commento di Rosino Gibellini, commissionatogli dalla Rivista dell’Istituto Paolo VI di Brescia in occasione del Natale 2005. 

 


Natale
di mons. Giovanni Battista Montini

1 – (Il mistero in sé)

La generazione di Cristo su la terra
rivela quella del Verbo in Cielo
mostra quindi la grandezza dell’Incarnazione


2 – (Modalità da parte di Cristo)

Dio che viene nel suo ordine creato
non prende che il minimo possibile per sé
ma il fiore dell’umanità
umiltà e grandezza (cfr. Pascal)


3 – (Modalità da parte umana)

Il primo pensiero umano in ordine a questo
mistero è di cercare le relazioni degli
uomini con l’Uomo di Gesù,
Gesù, Figlio dell’Uomo, nuovo Adamo
Salvatore,
a cui l’umanità, ormai consapevole d’una
solidarietà che tutta l’assimila e la unisce,
si dirige per essere salvata, o condannata.

Salvata dovrebbe essere, nelle intenzioni di Dio;
perciò è gaudio grande
questa pace fra cielo e terra
festa della vita
divinizzata.

Purché l’uomo voglia accettare Dio fatto uomo,
riconoscersi bisognoso di salute,
e non far dell’uomo un Dio,
ma offrir a Cristo l’omaggio della
povertà, umiltà
fede ed amore
e voglia Cristo rivivere in sé.




Commento
di Rosino Gibellini

Questo inedito, tripartito, di mons. Giovanni Battista Montini, può rappresentare la stesura di appunti provvisori per un più ampio e articolato discorso pubblico, ma anche, data la sua ordinata fattura – grafica, ritmica e concettuale – un breve componimento letterario-spirituale sul Natale, quasi un Canto di Natale. La meditazione è scandita in tre punti.
Il primo punto parte dal mistero in sé, parte dall’alto, presentando la generazione di Cristo sulla terra come rivelazione del Verbo in cielo: è un modo di procedere discendente, come si dice in teologia, modellato sul modo di procedere del Prologo di Giovanni. È un procedere teo-logico del pensiero, che si differenzia dalla narrazione storica di Matteo e Luca, che viene presupposta e interpretata, svelando il segreto di quella nascita, il fascino di quel nuovo inizio, la grandezza dell’Incarnazione. Il pensiero meditativo presuppone la narrazione e la investe con la luce chiaro-oscura del mistero rivelato.

Il secondo punto è focalizzato sul Cristo, sul Verbo, che assume, nel Natale, la natura e la condizione umana; assume il «minimo possibile per sé», e cioè «il fiore dell’umanità», il fiore della creazione, che è l’umanità. È questa un’espressione certamente non pascaliana, che riesce a dare il senso della lenta preparazione all’evento della nascita di Cristo. Ma, subito, l’essere umano, assunto nell’Incarnazione, è interpretato secondo la dialettica dei Pensieri di Pascal, secondo il quale pensare è sete di trascendenza, è grandezza e miseria insieme, è contraddizione che ci apre a Dio, perché consoli e sani. Nell’interpretazione montiniana la dialettica di grandezza e miseria è riferita al contesto del Natale: grandezza dell’umanità, che è stata assunta dal Verbo; miseria dell’umanità, nella sua indigenza bisognosa di salvezza.

È sorprendente l’impiego della categoria del «minimo», alla quale ricorre il testo inedito per esprimere l’abissalità dell’incontro avvenuto sulla terra a Natale. Essa mi richiama una pagina penetrante dell’opera maggiore del teologo Joseph Ratzinger / Benedetto XVI, Introduzione al Cristianesimo (1968). In un capitolo di questo libro – posteriore come data al testo montiniano – il teologo di Tubinga individua i sei principi strutturali del cristianesimo, che ne costituiscono l’identità nel pluralismo di culture e religioni. Il terzo principio è enunciato come «la legge dell’incognito»: per il cristianesimo – argomenta il teologo tedesco – Dio è il totalmente Altro, è il Massimo, ma si manifesta nel Minimo (reso ancora più visibile nella povertà della nascita cui corrisponde la nudità della croce), rimanendo così misteriosamente sconosciuto. È la legge dell’incognito, da integrare con la legge della sovrabbondanza: il Minimo rimanda al Massimo della sovrabbondanza; il Cristo è l’infinita prodigalità e sovrabbondanza di Dio. Sintonia di pensieri, che pensano con radicalità la realtà del Cristo e l’identità «in-comparabile» (von Balthasar) del cristianesimo.

Nel terzo punto, l’in sé del primo pensiero teo-logico, dopo la contemplazione cristologica del secondo pensiero, si espande sul terreno soteriologico e antropologico, sul per noi, sulla solidarietà di Dio con l’uomo e sulla risposta alla quale è chiamato l’uomo. Con intensa espressione: «l’umanità [è] ormai consapevole d’una solidarietà che tutta l’assimila e la unisce».
È la solidarietà di Dio con l’uomo, che assimila l’umanità alla solidarietà di Dio, la pervade di solidarietà, e fa scoprire agli umani la solidarietà che li unisce. Sorprendente, oltre che la categoria del minimo, l’assunzione della categoria di solidarietà, in un tempo in cui era prevalente l’uso linguistico della grande categoria biblica dell’amore del prossimo. Si tratta, allora, di riconoscere, nella «fede» e nell’«amore», il mistero che ci avvolge, la pace sancita tra cielo e terra, la solidarietà di cui l’umanità è intessuta e tessuta.

È il dono del Natale, che reca «grande gaudio», da accogliere nella nostra «povertà» e «umiltà», così da «rivivere il Cristo» in noi. La meditazione montiniana, che aveva iniziato nell’alto della riflessione teo-logica, rimanda, nell’ultima riga, alla vita di Cristo, alla sua storia, narrata nei Vangeli, ri-narrata nella Chiesa, da ri-vivere nella nostra storia. Certo, la nostra storia, pur nella sua molteplice progettualità, è «povera», è «umile», è «minima». Ma, vissuta come inserita nella storia di Cristo, del Massimo che si rivela nel Minimo, essa riceve consolazione e destinazione, sovrabbondanza di senso, ed è posta in salvo nello scorrere del tempo e oltre il finire del tempo.

 


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Forum teologico a cura di Rosino Gibellini
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