11/01/2021
476. MINISTERI ISTITUITI: DALL'INSUCCESSO AL SUCCESSO? di Serena Noceti
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Con Spiritus Domini, il motu proprio di papa Francesco che modifica il can. 230 § 1 del Codice di diritto canonico, alle persone di sesso femminile viene consentito l’accesso ai ministeri istituiti del lettorato e dell’accolitato. Per fare chiarezza sui termini più squisitamente teologici della questione, ripubblichiamo qui un articolo di Serena Noceti, che originariamente compariva nel fascicolo 3-2012 di Rivista di pastorale liturgica, intitolato «Evangelizzare e celebrare: ministerialità e nuovi contesti». La teologa fiorentina, esperta di temi ecclesiologici e di ministerialità al femminile, anzitutto segnala nel suo testo che la questione della ministerialità dei laici nella chiesa si trova al cuore del processo di recezione e di ermeneutica del Vaticano II. Noceti fa quindi autorevolmente luce intorno alle ragioni della limitata accoglienza della proposta formulata da Paolo VI in Ministeria quaedam, che ora sembra appunto aver trovato nuove aperture e nuove prospettive grazie all’iniziativa dell’attuale pontefice.

 

 

Una chiesa tutta ministeriale?

Il riconoscimento della soggettualità di tutti i christifideles, sancita dal concilio Vaticano II in particolare nel secondo capitolo di Lumen gentium, e la nuova interpretazione che del ministero ordinato offre il terzo capitolo della stessa costituzione, orientano la chiesa del postconcilio in un profondo cambiamento, che tocca la sua figura complessiva, le relazioni intraecclesiali, le forme del servizio ecclesiale. Un’ampia fioritura di ministeri di fatto e una sempre più lucida autocoscienza dei laici di potere e dovere servire la crescita della comunità cristiana, nell’interpretazione del vangelo nella storia e nell’edificazione della chiesa, segnano la vita della chiesa cattolica fin dalla prima fase di recezione postconciliare e ne costituiscono uno dei tratti caratterizzanti, nella riscoperta di una comune radice carismatica battesimale e nella decisa affermazione di una comune partecipazione all’unica missione della chiesa che richiede di per sé pluralità di vie (AA 2).

In questo clima di riscoperta di una identità di “chiesa tutta ministeriale”, nel 1972 Paolo VI promulga il motu proprio Ministeria quaedam, con il quale sopprime gli ordini minori e stabilisce l’istituzione dei due ministeri del lettorato e dell’accolitato[1]. Sono passati quarant’anni dal documento e un mutato contesto socio-religioso e una differente situazione ecclesiale contraddistinguono l’attuale recezione del concilio. A quella prima fase ricca di entusiasmo, capace di sperimentazioni anche coraggiose, è seguita una fase di rideterminazione dei compiti intraecclesiali e, successivamente, una decisa rivisitazione critica della novità conciliare, non scevra da un lato da voci di disagio e lamento per la parziale attuazione del rinnovamento conciliare, per l’incapacità di molti ad accogliere fino in fondo le potenzialità che i documenti aprono, e dall’altro da nostalgie e appelli al ritorno alla pretesa sicurezza del modello tridentino che il concilio aveva decisamente abbandonato.

La questione della ministerialità dei laici nella chiesa si trova, in fondo, al cuore del processo di recezione e di ermeneutica del concilio: sono, infatti, evidenti le trasformazioni avvenute nella vita delle diocesi e delle parrocchie, con una presenza laicale attiva in molteplici forme e campi di azione e con un incompiuto, ma reale desiderio da parte di molti di una actuosa participatio ai momenti liturgici, in particolare all’eucaristia. Dall’altro lato il livello di formazione e di coscienza della maggioranza dei fedeli è ancora limitato e troppo poco si ricercano forme realmente efficaci di corresponsabilità tra ministeri ordinati e laici, soprattutto a fronte di nuove esigenze nate nel mutato contesto socio-religioso ed ecclesiale. Risulta utile quindi riflettere a quarant’anni di distanza sulle forme di attuazione di Ministeria quaedam e verificare la presenza e attività dei ministri istituiti nella comunità cristiana di oggi.

Agli occhi di chiunque prenda visione dell’attuale situazione pastorale, già sul piano del puro dato quantitativo, appare evidente la parziale e limitata accoglienza della proposta formulata dal motu proprio: il numero di lettori e accoliti è estremamente ridotto, soprattutto se messo a confronto con il crescente numero di operatori pastorali, impegnati a vario titolo e con diversificato impegno, nella vita delle parrocchie. Si tratta in massima parte di giovani che stanno vivendo la preparazione all’ordinazione presbiterale o di persone adulte che stanno compiendo un cammino formativo in vista del diaconato permanente. Perché una così scarsa presenza? Perché essa risulta così “ininfluente” quanto alla forma ecclesiale e alla concreta vita delle parrocchie?Quali resistenze si sono date? E in quali soggetti ecclesiali? E perché, dopo i ricorrenti riferimenti ai ministeri istituiti nei documenti della Conferenza episcopale italiana[2] oggi non sono praticamente più ricordati?

 

Innegabili limiti

Il primo elemento che colpisce chiunque rifletta sul tema è il fatto che Ministeria quaedam aveva determinato ministeri afferenti al solo ambito liturgico, correlati prevalentemente al servizio rituale seppure con un rimando ad attività pastorali similari; il resto della vita cristiana ed ecclesiale – che pur è contraddistinta da una ampia ministerialità laicale – non prevede, infatti, istituzione di ministeri ad hoc e finisce oggi per non essere che marginalmente toccata dalla presenza di lettori e accoliti. Inoltre, per lo stesso contesto liturgico, contemporaneamente, nel postconcilio si è assistito al sorgere e alla promozione di “ministeri di fatto” che ricoprono lo stesso campo di funzioni (la proclamazione della parola di Dio, il servizio all’altare, il ministero straordinario della comunione).

Il primo limite da rilevarsi è quello di una fisionomia e statuto non adeguatamente definiti in rapporto ai bisogni ecclesiali: non appare chiara la differenza tra ministeri istituiti e ministeri di fatto esercitati dai laici, sulla base per altro dello stesso fondamento battesimale. La differenza non si colloca, infatti, sul piano delle funzioni e delle attività esercitate, che sono analoghe, ma sul piano della radice liturgica con cui i primi sono posti in essere e sulla stabilità dell’identità ministeriale che li contraddistingue: il rito liturgico di istituzione non è reiterabile e l’assunzione è «stabiliter» (can. 230, § 1). Nel caso di ministeri di fatto, invece, si dà una temporanea deputazione e, in molti casi, un mandato episcopale per l’esercizio dell’attività di servizio. D’altra parte è innegabile il fatto che, limitando l’istituzione ai servizi liturgici del lettore e dell’accolito, si è finito per separare – indebitamente, rispetto alla visione ecclesiologica conciliare – il modo di pensare e organizzare il momento celebrativo rispetto al resto della vita ecclesiale, laddove invece una ministerialità poliedrica e ricca andava sviluppandosi senza che venisse effettivamente posta (o meglio, recepita) la questione di istituire altri ministeri, la cui rilevanza pastorale e influsso per la vita di chiesa, sono indubbi. Penso al ministero del catechista, soprattutto nelle chiese dell’Africa e dell’America latina, del coordinatore di comunità, del responsabile della formazione, dei pastoralreferenten e pastoralreferentinen in Europa. Le richieste avanzate da alcune Conferenze episcopali nazionali, nella linea di quanto suggerito da Ministeria quaedam stesso, non hanno trovato accoglienza e realizzazione effettiva.

Ma è soprattutto l’esclusiva attribuzione dei ministeri istituiti agli uomini il limite maggiore: motivata nel 1972 rimandando alla «veneranda tradizione della chiesa»[3], quarant’anni dopo – in un volto di chiesa e di società mutato – appare incomprensibile, sul piano teologico e su quello della prassi ecclesiale. Il ministero istituito si radica, infatti, sulla condizione battesimale (la stessa per uomini e donne) e l’esclusione delle donne si scontra in modo evidente con la presenza attiva delle donne, maggioritaria nei ministeri di fatto. Il fatto che la proposta di allargare il ministero istituito del lettore alle donne, formulata dal sinodo dei vescovi sulla parola di Dio (Propositio 14), non sia stata accolta suscita perplessità e interrogativi; il rifiuto non è stato motivato e rimane inspiegabile, infondato teologicamente, pastoralmente limitato e limitante.

Così pure sulla limitata chiarificazione dello specifico dei ministeri istituiti pesa il fatto che siano stati mantenuti come passaggi obbligatori nel cammino di preparazione ai ministeri ordinati del diaconato e dell’accolitato (Ministeria quaedam, n.9), in funzione pedagogica, «per meglio disporre [i seminaristi] ai futuri compiti della Parola e dell’altare».

I limiti prima richiamati diventano però comprensibili alla luce della motivazione che ha mosso la redazione di Ministeria quaedam: il documento giunge a pubblicazione al termine di un iter lungo, mosso da motivazioni non immediatamente pastorali, come frutto di un non facile compromesso tra diversi modi di pensare la preparazione al ministero ordinato[4]. Si può concordare con il giudizio espresso da Tullio Citrini, «la reistituzione ha un valore archeologico»[5]e non vuole rispondere immediatamente in modo propositivo alla questione della ministerialità laicale. Si tratta di ministeri dei laici, radicati sulla soggettualità battesimale e le sue implicazioni per la vita della chiesa, ma è indubbio il rischio di clericalizzazione, ritualizzazione, sacralizzazione che l’attuale forma di comprensione e di esercizio comporta, proprio perché la reistituzione di lettorato e accolitato non è stata collocata nell’insieme del ripensamento della ministerialità nella chiesa e del rapporto tra ministero ordinato, nei tre gradi, e ministeri dei laici. 

 

Una chance da non sottovalutare

Che cosa rimane del motu propriodi Paolo VI e delle intuizioni che portava con sé? Certamente la fenomenologia ecclesiale ci pone davanti a una fioritura di ministeri di fatto esercitati da laici che ha percorso vie altre rispetto a quanto pensato da Ministeria quaedam. Giovanni Paolo II già nel 1988 auspicava una revisione, «tenendo conto dell’uso delle chiese locali e soprattutto indicando i criteri secondo cui debbano essere scelti i destinatari di ciascun ministero»[6]. È avvertito come necessario rivisitare le modalità di appartenenza alla comunità cristiana, determinare in modo creativo e coraggioso le forme di corresponsabilità di laici e ministri ordinati per la missione ecclesiale, delineare in modo nuovo il ruolo degli attori delle assemblee liturgiche (non sempre o solo quella eucaristica). Assistiamo ormai al declino, per ragioni culturali (urbanizzazione, secolarizzazione) e teologiche (ecclesiologia del Vaticano II), del modello tridentino di parrocchia e la “questione ministeriale” costituisce uno degli snodi di trasformazione più rilevanti.

In questo orizzonte Ministeria quaedam consegna alcune preziose suggestioni: la griglia interpretativa adottata (parlare di “ministero” per i laici, indicare il momento generatore in una liturgia di istituzione per garantire stabilità e riconoscimento ecclesiale) può essere utilmente accolta e applicata ad altre figure ministeriali, che sono nate o si sono affermate nel postconcilio. La prospettiva adottata rimanda al processo di edificazione strutturale delle relazioni ecclesiali; l’istituzione è un riconoscimento pubblico ed ecclesiale di una funzione necessaria in questo caso in rapporto a una duplice dimensione qualificante la vita liturgica della chiesa.

Oggi partecipazione e corresponsabilità nel servizio ecclesiale percorrono vie che oltrepassano il solo ambito della vita liturgica, ma portano indubbiamente con sé una analoga domanda sulle forme di istituzionalizzazione di tali servizi. Ciò che va superato è la disgiunzione che si è data in questi quarant’anni tra i ministeri istituiti proposti e la reale vita delle comunità cristiane, che si orientava di fatto verso altre dinamiche ecclesiali in vista della edificazione della comunità e della vitalità del suo agire (evangelizzazione, formazione, servizi di cura e di carità). Si tratta di ripartire dalla visione di una chiesa tutta ministeriale e di interrogarsi sugli specifici ministeri già presenti, sulle loro forme attuali di esercizio e di determinazione (per istituzione o per mandato?), per riconoscere così la necessità di una istituzione delle figure oggi qualificanti la vita ecclesiale e segnata da permanenza e stabilità di esercizio, garantendo loro un più evidente “senso ecclesiale”: le figure del catechista, del coordinatore di comunità, del teologo, dell’animatore della Caritas. E si tratta, è evidente e ovvio, di riconoscere che tale soggettualità ministeriale, radicata nel battesimo, è assunta oggi in particolare da donne. La loro esclusione appare insostenibilee costituisce, forse, per il suo valore simbolico e “operativo”, il maggiore ostacolo a un ripensamento delle intuizioni offerte dal motu propriodi Paolo VI.
 

[1] Paolo VI, Ministeria quaedam (15.08.1972), in Enchiridion Vaticanum 4, Dehoniane, Bologna 1978, 1749-1770.

[2] Cfr. Conferenza episcopale italiana, I ministeri nella chiesa (15.09.1973), nn. 7.20.21-37, in Enchiridion CEI 2, Dehoniane, Bologna 1985, 561.575.576-594; Conferenza episcopale italiana, Evangelizzazione e ministeri (15.08.1977), nn. 62-65, in Enchiridion CEI 2, cit., 2817-2823.

[3] Paolo VI, Ministeria quaedam, n.7. La normativa viene ribadita dal Codice di diritto canonico, can. 230, § 1.

[4] Cfr. A. Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975), C.L.V. - Edizioni Liturgiche, Roma 1997, 703-726 e 727-736.

[5] T. Citrini, La questione teologica dei ministeri, in Aa.Vv., I laici nella chiesa, ElleDiCi, Leumann 1986, 61s.

[6] Giovanni Paolo II, Christifideles laici (30.12.1988), n. 23, in Enchiridion Vaticanum 11, Dehoniane, Bologna 1991, 1698.




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