23/08/2018
408. MEDELLÍN, CINQUANT'ANNI DOPO (1968-2018) di Rafael Luciani
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Il 24 agosto 1968 Paolo VI inaugurava la seconda Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano. Le sessioni di lavoro si tennero presso il seminario di Medellín (Colombia), dal 26 agosto al 6 settembre. Medellín è considerata l’unico esempio di ricezione sinodale e collegiale del Vaticano II nel continente latinoamericano. Per l’America latina cattolica, si è trattato di uno di quegli avvenimenti in grado di dividere la storia in un prima e un dopo, poiché Medellín è stato in grado di definire una nuova identità ecclesiale basandosi su delle opzioni teologiche e delle linee pastorali ancora in vigore a cinquant’anni di distanza. È stato a Medellín che la teologia latinoamericana ha sollevato le questioni: «Dove è presente Dio oggi?», «Chi sono suoi figli prediletti?». Queste divennero domande-chiave per il discernimento cristiano in quel continente. Proponiamo allora nelle righe che seguono ampi stralci di un articolo, pubblicato da Rafael Luciani in Theological Studies. Nella versione integrale del suo contributo, Luciani, docente alla Facultad de Teologia dell’Universidad Católica Andrés Bello (Caracas, Venezuela), presenta i dibattiti che hanno preceduto la Conferenza, gli argomenti principali trattati e la conseguente ricezione.

 

 

Pochi giorni prima della chiusura del concilio Vaticano II, papa Paolo VI convocò i vescovi latinoamericani che prendevano parte al concilio per celebrare il decimo anniversario del CELAM (la Conferenza dei vescovi latinoamericani e dei Caraibi). Nel suo discorso, il pontefice incoraggiava i vescovi a redigere un Piano pastorale continentale. Il CELAM era stato creato nel corso della prima Conferenza generale dei vescovi latinoamericani, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1955. Il § 11 del Documento finale della conferenza di Rio de Janeiro definiva il CELAM un «organismo di collaborazione» tra le diverse conferenze episcopali dell’America latina, aprendo così la strada all’implementazione di un modello ecclesiale fondato sulla sinodalità magisteriale.

Il 20 gennaio 1968 Paolo VI annunciava la convocazione della seconda Conferenza generale dei vescovi latinoamericani, e il 24 agosto di quello stesso anno egli inaugurava l’evento nella cattedrale di Bogotá (Colombia). La conferenza di Medellín (26 agosto – 6 settembre 1968) è ritenuta «l’unico esempio di ricezione sinodale e collegiale del Vaticano II nel continente latinoamericano». L’aspetto più originale di Medellín è stato il nuovo spirito di collaborazione che caratterizzò profondamente l’evento e inaugurò un nuovo modo di essere chiesa, il quale a sua volta generò una vera identità ecclesiale latinoamericana.

Mettendo a tema «La Chiesa nell’attuale trasformazione dell’America latina alla luce del concilio», la Conferenza poneva in atto una ricezione contestualizzata del Vaticano II, dando perciò sostanza a concetti ritenuti in precedenza marginali: una chiesa dei poveri, una chiesa impegnata nella liberazione e nel benessere integrale dei bisognosi e degli emarginati. Questo vasto orizzonte, che diverrà la base del fare teologia e del rinnovamento della vita ecclesiale, sarà il principale contributo della chiesa latinoamericana alla chiesa universale. I sedici documenti prodotti a Medellín rivelano una nuova consapevolezza nella chiesa: «La situazione sociale richiede una presenza fattiva della chiesa che vada oltre la promozione della santità personale con la preghiera e i sacramenti». È necessaria una sequela fedele di «Gesù Cristo che vive e che muore nei nostri fratelli e sorelle bisognosi».

Il concilio aveva già stabilito che qualunque attività umana volta a migliorare le condizioni di vita delle persone «corrisponde alle intenzioni di Dio» (GS 34). Io sostengo che Medellín sia andata oltre, specificando in maniera profetica che il volere di Dio non è generico né astratto; anzi, c’è bisogno di «essere consapevoli che quando ha luogo un vero sviluppo, è grazie all’azione salvifica di Dio, che consiste nel passaggio, per il singolo e per tutti, da delle condizioni di vita subumane a condizioni veramente umane». Si passa qui da una teoria dello sviluppo a una teologia della liberazione, che presuppone non soltanto una semplice trasformazione della società grazie alle élite politiche ed economiche, bensì un processo di cambiamento radicale del sistema dalla base alle élite, che considera i poveri come i soggetti e i protagonisti della loro storia, e non i beneficiari passivi delle forze storiche. […]

Qual è allora il messaggio di Medellín, valido ancor oggi? Medellín ha rappresentato la ratifica da parte della chiesa latinoamericana dell’enciclica Gaudium et spes all’interno dell’ecclesiologia del popolo di Dio che proveniva da Lumen gentium. La ricezione simultanea del magistero sociale di Paolo VI, in particolar modo attraverso Populorum progressio, fornì lo schema ermeneutico per leggere i segni dei tempi specificamente latinoamericani, che avvenne applicando il metodo del “vedere - giudicare - agire”. Il Documento finale presentava una visione critica delle strutture globali che incidono negativamente sullo sviluppo dell’essere umano, in particolare dei poveri, e che attaccano l’integrità dei popoli e delle loro culture.

Il primato del vangelo, che torna a ciò che è più essenziale nella sequela di Gesù, è una delle grandi sfide per qualunque tentativo di riforma dell’istituzione ecclesiale ai giorni nostri. Proprio come Medellín esortava i cristiani a «lasciarsi convertire al Regno della giustizia, dell’amore e della pace», così oggi papa Francesco li chiama a «una conversione pastorale», attraverso una riforma delle strutture e delle mentalità. Ciò che è richiesto, nello spirito di Medellín, è di vedere i poveri e gli emarginati come soggetti della loro storia e del loro sviluppo, come attori e protagonisti dei cambiamenti che verranno, e mai come degli oggetti o degli strumenti. Questa prospettiva evangelica costituisce uno dei contributi più significativi della teologia latinoamericana. Francesco segue questa linea laddove osserva che il soggetto del processo storico «sono il popolo e la sua cultura nella loro interezza, non una classe, una parte, un gruppo, una élite». Questa opzione per i poveri in quanto soggetti attivi del cambiamento è l’unica via per la quale le trasformazioni sociali si possono realizzare e possono durare, conducendo a «una pace vera».

La questione posta a Medellín, ossia dove l’azione salvifica di Dio ha luogo nel nostro tempo, è attuale forse oggi più che mai. In effetti, definisce la nostra vocazione nel mondo. L’opzione per gli esclusi e per i nuovi soggetti sociali emergenti assume oggigiorno nuove dimensioni, a causa delle enormi difficoltà che le persone incontrano nel raggiungere uno sviluppo giusto ed equo. Il discernimento teologico della realtà che Medellín ci ha lasciato è espressione di una chiesa adulta, ora convertita in una iglesia fuente (una “chiesa-fonte”), fedele allo spirito conciliare. È una chiesa che comprende che l’uomo «si definisce anzitutto per la sua responsabilità verso i suoi fratelli e sorelle e verso la storia» (GS 55) e per la sua lotta «per una maggiore personalizzazione e coesione fraterna» in quella storia.

 

 


© 2018 by Theological Studies 79 (3/2018)

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