L’1 luglio 2026, nel quartier generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, quattro presbiteri sono stati ordinati vescovi senza mandato pontificio. Il giorno seguente il Dicastero per la dottrina della fede ha decretato la scomunica, definendo il rito «atto di natura scismatica». È la ripetizione, quasi giorno per giorno, di ciò che avvenne nel 1988, quando Marcel Lefebvre ordinò quattro vescovi incorrendo nella stessa censura – a sua volta esito del rifiuto con cui, dal 1974, l’arcivescovo aveva respinto il concilio Vaticano II e la riforma liturgica di Paolo VI.

Che cosa aveva già capito Congar nel 1976?
Di quella frattura, alle origini, Queriniana pubblicò un resoconto in presa diretta. Nel 1976, nella collana «Giornale di teologia», usciva La crisi nella Chiesa e mons. Lefebvre di Yves Congar. Non un pamphlet d’occasione, ma – come recita la quarta di copertina – «un trattatello di ecclesiologia applicata»: l’analisi, scritta mentre i fatti accadevano, di ciò che l’atteggiamento di rifiuto di Écône mettevano in gioco. Vale a dire la comunione cattolica.
A rileggerlo oggi, l’opuscolo sorprende per quanto vede lontano. In appendice compare la «professione di fede» con cui Lefebvre, il 21 novembre 1974, dichiarava di rifiutare «la Roma di tendenza neo-modernista e neo-protestante» e le riforme conciliari come «novità distruttrici della Chiesa»: è il medesimo documento che le note vaticane di questi giorni indicano come l’atto fondativo della vicenda. Seguono le lettere autografe di Paolo VI all’arcivescovo, ferme e insieme fraterne, che anticipano il tono dell’appello rivolto da Leone XIV alla Fraternità il 29 giugno 2026.
Una Postfazione profetica
Ma la pagina che più colpisce è la postfazione di Jean Guitton. Nell’agosto 1976 il filosofo dell’Académie française descrive con precisione lo scenario che si sarebbe realizzato: la sede romana costretta a colpire, i fedeli «divisi in tre famiglie», il vescovo che, una volta fuori dalla comunione, «non potrà più sedere accanto ai suoi fratelli». Guitton scriveva sapendo: fu a lui che, in quelle settimane, Paolo VI confidò di non vedere come non si sarebbe stati «costretti a trasformare questa non-comunione in scomunica». Trentotto anni e un secondo strappo dopo, quella previsione è cronaca. 
A firmare l’analisi è, del resto, il testimone meno sospettabile di partigianeria. Yves Congar è il teologo che ha dato forma all’ecclesiologia del Vaticano II – la collegialità episcopale, la tradizione intesa come sviluppo vivente, l’ecumenismo, il profilo del laicato: proprio le dottrine che Lefebvre respingeva. È l’uomo che la Roma preconciliare aveva a lungo tenuto sotto silenzio e che Giovanni Paolo II volle cardinale nel 1994, un anno prima della morte del domenicano. Congar e Lefebvre incarnano due risposte opposte alla stessa Chiesa: la riforma nell’obbedienza, o la rottura in nome della tradizione.
Oltre la polemica
Non è un libro polemico. «I seminaristi d’Écône», scrive Congar, «sono per me dei fratelli, ma dei fratelli che si sbagliano». La sua proposta non è la condanna, ma un ritorno all’essenziale: «che la Chiesa sia la Chiesa», attraverso una rinnovata attenzione alla parola di Dio e alla storia – perché, annota il religioso francese, «con un po’ di cultura storica, l’incomprensibile disputa sulla messa non avrebbe potuto avere luogo». È forse la ragione per cui, mezzo secolo dopo, resta la chiave di lettura più sobria e più lucida di una storia che credevamo chiusa e che invece ricomincia.
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