10/09/2019
438. LE RIFORME DELLA CHIESA Intervista a Carlos Mendoza Álvarez
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Carlos Mendoza Álvarez è un teologo messicano. Oltre che membro del Comitato scientifico della rivista Concilium, fa anche parte di un gruppo di teologi e teologhe latinoamericani che dal 2017 cerca di approfondire le linee guida della riforma di papa Francesco.

L’intervista che segue è stata rilasciata nel corso del Terzo incontro latinoamericano di teologia, che ha messo a tema “La sinodalità nella vita della chiesa. Contributi per portare avanti la riforma della chiesa”. Con parole chiare ed incisive, il teologo messicano punta all’essenziale, mettendo le vittime al centro della sua riflessione teologica e aprendo così una delle vie più innovative e promettenti per la teologia odierna. Il prof. Mendoza passa in rassegna svariate tematiche, dalle differenze sessuali al problema degli abusi, dalle migrazioni alla banalizzazione della vita delle persone nella società consumistica odierna. Ascoltiamo qualcuno dei suoi nutriti ragionamenti.

 

 

D: Prof. Mendoza, cosa può dirci dei teologi che partecipano ai congressi latinoamericani? Il gruppo si sta consolidando?

R: Il processo è appena all’inizio, e stiamo andando avanti. Il primo incontro si è tenuto a Boston, poi a Bogotá e adesso a Puebla. C’è un gruppo di base formato da una trentina di teologi e teologhe da tutto il continente americano e alcuni che provengono dalla penisola iberica. Credo che dovremo affinare il metodo di lavoro per riuscire ad ascoltare meglio la pluralità di voci e di tradizioni teologiche e poter identificare i punti in comune.

All’interno di questo gruppo americano, latinoamericano ed iberico identifico almeno tre filoni importanti: la teologia della liberazione, come corrente fondatrice, di ricezione del concilio Vaticano II in America Latina; la teologia del popolo, situata in Sud America, con la propria metodologia; e i teologi e le teologhe latinos degli Stati Uniti. Tre tradizioni teologiche che hanno le caratteristiche proprie del continente americano e che sono state ben recepite anche in Spagna e in Portogallo.

 

D: Cioè tre tradizioni che appartengono alla parte “progressista” della teologia cattolica?

R: Esatto. Direi ognuna con le sue specificità ed anche con una teologia più liberale, in dialogo con il mondo moderno, con le grandi città latinoamericane, con i cambiamenti sociali, politici e culturali. Ognuno dei tre gruppi teologici di cui abbiamo parlato enfatizza contesti diversi: la teologia della liberazione per la dimensione sociopolitica ed economica; la teologia del popolo per la dimensione culturale e popolare; infine la teologia ispanica negli Stati Uniti per la migrazione e il meticciato culturale. Questo per identificare tre grandi caratteristiche.

 

D: La sinodalità, che è stato il tema del recente Congresso di Puebla, è un tema che resta aperto?

R: Certamente. L’istanza della sinodalità deriva dalla conciliarità, cioè dalla grande esperienza di collegialità vissuta con il concilio Vaticano II, dalla sua ricezione a Medellín e Puebla, arrivando fino alla Conferenza di Aparecida. La sinodalità però la si vede come una controparte che è in fase di sviluppo e che corrisponde alla vita del popolo di Dio. Un cammino sinodale, di discepolato, di sequela di Cristo, con la sua diversità di carismi, di ministeri con le sue diverse istanze, anche di governo.

Tuttavia, non si deve reinterpretare il governare solo rispetto alla crisi sociale che stiamo attraversando. Carlos Schickendantz ha presentato in maniera straordinaria un aspetto di questa crisi, cioè il tema della pedofilia e dell’esigenza posta dalla cultura contemporanea alla chiesa, affinché vengano controllate fino in fondo le sue strutture di governo che, tante volte, favoriscono un clima di omofobia, per esempio, o di malfunzionamento dell’omosessualità. È una questione di giustizia nei confronti delle vittime – e questo lo si sente dire da persone che sono fuori della chiesa – la necessità che il cristianesimo ha di controllare i processi interni: il rispetto della dignità umana, la promozione di pratiche di buon governo e l’identificazione dei fondamenti teologici con cui spesso questo modello clericale e patriarcale ha dominato la chiesa.

 

D: È d’accordo con l’affermazione secondo cui le riforme possono e devono aiutare nella ricerca di una soluzione per il problema degli abusi sessuali da parte del clero? Se ci fossero delle riforme dei ministeri, ciò aiuterebbe a sradicare questa piaga?

R: È un elemento strategico importante. Per analizzarlo mi sembra fondamentale prendere in considerazione un libro di Christian Duquoc, che ha ormai trent’anni, Credo la Chiesa: precarietà istituzionale e regno di Dio (Brescia 2001). L’autore parla di alcune carenze della chiesa: nei confronti del corpo e della sessualità, del lavoro e dei beni, e del potere. Ritengo che la chiesa abbia bisogno di essere riformata per ritornare alle sue fonti evangeliche. E dobbiamo affrontare quei tre ambiti. Nei confronti della sessualità umana – perché non si tratta solo della sessualità dei chierici – dobbiamo domandarci quale sia la morale ufficiale della chiesa nella vita matrimoniale, nella vita dei giovani ecc.; quale sia il nostro rapporto con il corpo, per reinterpretare la nostra condizione di esseri umani sessuati, ma anche con i nostri corpi feriti. Le teologhe femministe sono state più creative nel vedere che i corpi sono territori autonomi e anche di compassione e di cura. 

 

D: Come rifare una teologia del corpo?

R: La si sta già facendo. La fanno le donne, in particolare. E la chiesa deve ripensare la sua teologia ed il suo modo di vivere la sessualità e la corporeità. Ma si deve anche affrontare il tema del lavoro e delle proprietà. La questione delle ricchezze nella chiesa, del lavoro, dei diritti delle persone che collaborano nelle nostre istituzioni. E la questione del potere ecclesiastico e clericale. Io credo che sia uno dei temi, ma non l’unico su cui dobbiamo discutere.

 

D: Il riconoscimento dell’omosessualità nella chiesa presenta delle difficoltà. In Spagna per esempio alcuni vescovi continuano a parlare di “guarigione dall’omosessualità”.

R: C’è un teologo cattolico inglese, James Alison, che ha approfondito tantissimo questo tema. Egli scrive, in un fascicolo della rivista Concilium (1/2008), una “Lettera a un giovane cattolico gay”, che esprime un concetto a mio giudizio corretto: nel XXI secolo stiamo esplorando un nuovo continente per la sessualità umana; scopriamo che essa è diversa e complessa, e quello che interessa è la dignità della persona. Ogni persona dovrebbe scoprire la sua condizione propria ed esserne responsabile – vivere il vangelo, la sequela di Cristo, la chiamata verso il Regno.

Ma la chiesa, con i suoi pregiudizi, ha fatto molta fatica a capire. «Stiamo esplorando un nuovo continente», dice James Alison, e credo sia vero: stiamo ancora scoprendo di cosa si tratta.

Una delle affermazioni di papa Francesco che hanno avuto grande risonanza mediatica è stata: «Chi non rispetta le persone omosessuali non ha cuore», o una cosa del genere. Con essa ha aperto uno spiraglio nel discorso più istituzionale e ha permesso che ci sia una maggiore normalizzazione del linguaggio sulla diversità sessuale e la possibilità di concepirla come una ricchezza con la quale dobbiamo scoprire la sequela di Cristo. Credo che questo lo stiano facendo tanti movimenti pastorali ecumenici di persone che, a partire dalla loro condizione di diversità di genere, vivono la sequela di Cristo. E si arriverà, prima o poi, alla riforma delle strutture. Ma passando prima dai vissuti e dalle risposte che nascono spontaneamente.

 

D: Lei si aspetta dei frutti concreti dal prossimo Sinodo sull’Amazzonia?

R: Penso che stiamo attraversando un grande momento e che papa Francesco abbia delle visioni profetiche a livello globale. Certo, la procedura è un po’ incerta perché si è ancora all’inizio: quali saranno i partecipanti, quali le persone che saranno invitate…? Ma la chiamata ad un sinodo panamazzonico per sentire la voce dei popoli di nove paesi dell’Amazzonia – uno dei polmoni del pianeta e un territorio di dignità e di sequela di Cristo – mi sembra sia un segno profetico, di quelli che papa Francesco è solito compiere, per aiutare la chiesa a intravedere altre strade.

Per una prima esperienza il suo statuto pastorale, canonico ecc., mi sembra secondario. Quello che mi sembra rilevante è che il papa stabilisca un forum in Vaticano per ascoltare questi popoli e aiutarli a far sì che la loro voce si faccia sentire nel mondo. Perché di quello tratta il sinodo panamazzonico: non è soltanto una questione religiosa, ma piuttosto geopolitica e di territori.

 

D: Per concludere con qualcosa di incoraggiante: la primavera di papa Francesco è un dato irreversibile?

R: Ci sono oppositori alla riforma di Francesco nella curia romana, ma anche negli episcopati di diverse parti del mondo. E anche gruppi laicali che hanno visto in Francesco il pericolo di una visione sociale del vangelo e che si aspettano di avere una rivincita. Speriamo – sono più di cinque anni che è salito al soglio pontificio – che riesca realmente a promuovere queste riforme, più strutturali, di cui la chiesa necessita in maniera urgente. In quel senso, ci auguriamo che sia una primavera che dia davvero buoni frutti.


[traduzione dallo spagnolo di Carlos Romero]

 

 

 

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