16/03/2017
363. LA RIFORMA DELLA CHIESA? Da "Avvenire"
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«Pubblichiamo in questa pagina ampi stralci del primo capitolo di un testo non solo molto interessante ma la cui genesi ha fatto non poco discutere. Si intitola

(Queriniana, pagine 605, euro 53)
 
ed è stato curato da Antonio Spadaro e Carlos María Galli. L’interesse teologico è racchiuso nella natura stessa del libro. Una raccolta di 30 saggi inediti scritti da altrettanti specialisti della materia (dodici ecclesiologi, cinque storici della chiesa, otto ecumenisti, tre canonisti, sei professori di teologia spirituale e pastorale). Tra gli altri, oltre a padre Spadaro, autore appunto del capitolo iniziale che qui proponiamo in sintesi, sono presenti contributi di Andrea Riccardi, John O’Malley, Silvia Scatena, Severino Dianich, Hervé Legrand, Myriam Wijlens, Piero Coda, Diego Fares, Serena Noceti, Mario de Franca Miranda, Mary Melone e il vescovo (l’unico presente) Victor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica dell’Argentina. Dal 28 settembre al 2 ottobre 2015 si sono ritrovati tutti insieme presso la sede della 'Civiltà Cattolica' e hanno dato vita a un confronto fondato sul dialogo. Obiettivo quello di fornire spunti teologici e istituzionali per pensare la riforma e le riforme nella e della Chiesa in una prospettiva quanto più ampia possibile: dal rinnovamento del Vaticano II alla comunione sinodale, dall’unità dei cristiani alle indicazioni verso una chiesa più povera, fraterna e inculturata. Esclusi esplicitamente dall’ordine del giorno i temi legati al matrimonio e alla famiglia, perché al centro del Sinodo dei vescovi che si sarebbe aperto solo tre giorni dopo. Evidente però che la presenza di tanti teologi di fama nella sede della 'Civiltà Cattolica' per quasi una settimana e l’approssimarsi dell’assemblea sinodale, ha fatto concludere a qualche complottista di professione che il seminario – tra l’altro si è svolto a porte chiuse – era stato pensato per 'pilotare' il dibattito del Sinodo. Ora il mistero è svelato. Nessuna strategia occulta. Per rendersene conto basta percorrere le 600 pagine del volume ora in libreria».

 

 

Papa Francesco è un papa gesuita e la sua idea della riforma della chiesa corrisponde alla visione ignaziana. La riforma è un processo davvero spirituale che cambia anche le strutture per connaturalità, come la cartina di tornasole cambia colore naturalmente perché muta il livello di acidità o di alcalinità del liquido in cui è immersa. Uno dei grandi modelli ispiratori di Bergoglio è il gesuita san Pierre Favre, che Michel de Certeau definisce semplicemente il «prete riformato», per cui l’esperienza interiore, l’espressione dogmatica e la riforma strutturale sono intimamente indissociabili. È a questo genere di riforma che papa Francesco si ispira.

Ma quanto Francesco ha chiara questa radice ignaziana nel suo modo di interpretare se stesso, anche come pontefice?

Nel pomeriggio del 19 agosto 2013 sono entrato per la prima volta nella camera di papa Francesco a S. Marta. Avevamo concordato quel giorno per l’intervista che poi apparve su La Civiltà Cattolica e su altre riviste dei gesuiti. La prima domanda che gli feci non era scritta nei miei appunti. Ed era: «Chi è Jorge Mario Bergoglio?». Lui, ricordo, mi fissò in silenzio. Pensavo di aver fatto un passo falso. Mi fece un rapido cenno per farmi capire che avrebbe risposto, e poi mi disse lentamente: «Non so quale possa essere la definizione più giusta… Io sono un peccatore. Questa è la definizione più giusta. E non è un modo di dire, un genere letterario. Sono un peccatore». Francesco, continuando a riflettere, compreso, disse: «Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: “Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”».

Ascoltando queste parole, mi resi conto che il papa mi aveva dato una risposta duplice. La prima è quello che ha detto: lui si percepisce come un peccatore salvato. Ma, parlando a me, gesuita come lui, mi ha risposto definendosi alla luce della sua spiritualità e della sua scelta di vita come gesuita, appunto. […]

La spiritualità di Ignazio di Loyola è una spiritualità storica, legata alla dinamica della storia. Essa, anzi, fa lievitare la storia e organizza, struttura una istituzione. Il ministero spirituale di Ignazio si istituzionalizza in servizio della chiesa, dando forma alla Compagnia di Gesù e alla sua capacità di dialogo con la cultura e con la storia. In realtà questo è lo sfondo su cui si dipinge un ritratto più complesso, che è di capitale importanza per comprendere il modo di procedere di Bergoglio nel suo pontificato. Egli nota che nella vita di Ignazio si riscontra la coerenza interna del suo progetto. Ma che cos’è il “progetto” di Ignazio?

Una visione teorica pronta per essere applicata alla realtà, per costringerla nei suoi limiti? È un’astrazione da calare nel concreto?

Nulla di tutto questo. «Il suo progetto non è una pianificazione di funzioni, non è un assortimento di possibilità. Il suo progetto consiste nel rendere esplicito e concreto ciò che egli aveva vissuto nella sua esperienza interiore», ha scritto Bergoglio. Si comprende così che la domanda su quale sia il “programma” di papa Francesco non ha senso. Il papa non ha idee chiare e distinte da applicare al reale, ma avanza sulla base di una esperienza spirituale e di preghiera che condivide nel dialogo e nella consultazione.

Questo modo di procedere si chiama “discernimento”: è il discernimento della volontà di Dio nella vita quotidiana. Sebbene esso si compia nell’ambito del cuore, dell’interiorità, la sua materia prima è sempre l’eco che la realtà quotidiana riverbera in quell’intimità. È un atteggiamento interiore che spinge a essere aperti al dialogo, all’incontro, a trovare Dio dovunque egli si faccia trovare, e non solamente in perimetri angusti o comunque ben definiti e recintati. […]

Il papa ha ben chiaro il contesto, la situazione di partenza: è informato, ascolta pareri; è saldamente aderente al presente. Tuttavia la strada che intende percorrere è per lui davvero aperta, non è in una road map teorica: il cammino si apre camminando. Dunque il suo “progetto” è, in realtà, un’esperienza spirituale vissuta che prende forma per gradi e che si traduce in termini concreti, in azione. Non una visione che fa riferimento a idee e concetti, ma un vissuto che fa riferimento a “tempi, luoghi e persone” e dunque non ad astrazioni ideologiche. Per cui quella visione interiore non si impone sulla storia cercando di organizzarla secondo le proprie coordinate, ma dialoga con la realtà, si inserisce nella storia degli uomini, si svolge nel tempo.

Francesco è il papa dei processi, degli “esercizi”. Come il superiore che, nella sua visione, deve essere «guida dei processi e non mero amministratore». Questa è, a suo avviso, la forma del vero «governo spirituale». Il pontificato bergogliano e la sua volontà di riforma non sono e non saranno solamente di ordine “amministrativo”, ma di avviamento e di accompagnamento di processi: alcuni rapidi e folgoranti, altri estremamente lenti.

Il processo è dunque davvero aperto: solo Dio ne conosce la conclusione e il frutto. È ben altro e ben più che il progetto umano, ed è «più delle nostre attese». Fossero pure quelle di un papa. In Meditaciones para religiosos – riflessioni scritte quando era padre gesuita e durante il suo incarico di provinciale dei gesuiti argentini – egli spiega questa dinamica del processo con intelligenza spirituale e pratica. Usa un’immagine molto efficace di origine evangelica: «Veniamo incoraggiati a edificare la città, ma forse bisognerà abbattere il modellino che ci eravamo disegnati nella nostra testa. Dobbiamo prendere coraggio e lasciare che lo scalpello di Dio raffiguri il nostro volto, anche se i colpi cancellano alcuni tic che credevamo gesti».

La pars destruens, che consiste nell’abbattere il “modellino”, è funzionale a lasciare alle mani di Dio lo scalpello. Ecco un’altra nota interessante per comprendere l’azione di Francesco.

Ne è esempio notevole il movimento impresso alla chiesa intera con la III Assemblea generale straordinaria del sinodo dei vescovi. Esso è stato pensato come un processo che è stato avviato da un ampio questionario rivolto a tutto il popolo di Dio, è confluito nel sinodo straordinario e ha aperto un anno di riflessione prima di riconfluire in una Assemblea ordinaria dello stesso sinodo. Ma la dinamica di parrēsía, di chiarezza e libertà di espressione e di ascolto nella quale il processo è stato vissuto, ha avviato nella chiesa intera una dinamica che ha persino spaventato molti. Eppure è proprio nei lontani anni Ottanta che Bergoglio certificava la sua fiducia nei processi, e dunque una radicale fiducia nello Spirito santo: la sapienza del discernimento «implica abbandonarsi alla volontà di Dio, e questo a sua volta comporta rinunciare a controllare i processi con criteri meramente umani». E ancora: «Nei processi, aspettare significa credere che Dio è più grande di noi stessi, che è lo stesso Spirito che ci governa» (ESp 365), che è il «“Padrone” a far crescere il seme».

Il papa vive una costante dinamica di discernimento, che lo apre al futuro. Anche al futuro della riforma della chiesa, che non è un progetto, ma un esercizio dello spirito che non vede solamente bianchi e neri, come vedono coloro che vogliono sempre fare “battaglie”. Bergoglio vede sfumature e gradualità: cerca di riconoscere la presenza dello Spirito nella realtà umana e culturale, il seme già piantato della sua presenza negli avvenimenti, nelle sensibilità, nei desideri, nelle tensioni profonde dei cuori e dei contesti sociali, culturali e spirituali. E il seme non è l’albero: spesso è sepolto e dunque invisibile a un occhio poco attento […].

 

 

 

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