13/07/2020
463. LA PARZIALITA’ DEL NOSTRO ESSERE Rintracciare modelli di maschilità di Antonio Ballarò
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Siamo davvero grati ad Antonio Ballarò, che con acume di sguardo aiuta in queste righe a prolungare la riflessione di «Concilium» sulle Maschilità plurali, applicando il ragionamento ad alcuni recenti e clamorosi fatti di cronaca, internazionale e italiana. Solo un discorso teologico essenzialista, fondamentalmente astratto e astorico, può permettersi il lusso di ignorare le dinamiche in atto, mentre una consapevolezza critica della realtà effettiva che è in gioco nella nostra attualità consente di ampliare il dibattito e concentrarsi su aspetti tanto sotto traccia quanto, però, decisivi. Segni dei nostri tempi.

 

 

 

È stato interessante leggere il numero di Concilium sulle «Maschilità plurali» tra gli sconvolgimenti della pandemia e della morte di George Floyd e le ondate iconoclaste che ne sono derivate.

Di decisivo c’era che le nostre esperienze non sono mai neutre, ma sempre e variamente marcate dalla parzialità e quindi anche dal genere che ci è proprio. Ma cosa c’è in gioco oggi?

 

La vicenda della pandemia ha messo in luce delle differenze negli approcci di maschi e femmine alla malattia e alle misure di contenimento. I maschi hanno generalmente confermato una certa tendenza a occupare spazi e competere, come si è visto dalla gestione teorico-pratica dell’emergenza, la quale ha evidenziato, ancora una volta, il divario tra i due sessi in termini di ruoli e visibilità.

Un tasto altrettanto importante in ottica di genere è stato toccato dagli appelli degli esperti, soprattutto psicologi, che hanno richiesto una gestione equilibrata di tempi e spazi durante la quarantena, ovvero il ripensamento di ogni convivenza e l’attenzione ai casi di violenza domestica, tristemente cresciuti nei giorni di isolamento.

 

Il graduale ritorno alla normalità, sia pure nel mantenimento di alcune basilari regole di prevenzione, è stato rapidamente travolto dai fatti di Minneapolis, negli USA, dove il soffocamento di Floyd ha originato contestazioni di vario tipo, inclusi i danneggiamenti e le rimozioni di statue o monumenti raffiguranti personaggi soggetti a revisionismo storico.

Le analisi al riguardo comparse nelle ultime settimane hanno preso in considerazione vari aspetti, ma non abbastanza a fondo la dimensione di genere, nonostante indicatori come il sesso delle persone coinvolte (sia il poliziotto che la vittima erano uomini, con quest’ultima in uno stato evidente di subordinazione) o le loro pratiche (sia individuali che collettive, dalla violenza subita da Floyd agli abbattimenti delle statue), che di per sé non sarebbero stati secondari in occasioni più esplicite – i femminicidi, per esempio.

 

Ma è una faccenda più complicata. Lo spettro completo delle posizioni su di essa prova l’esistenza di ragioni oltre la polarità dei dibattiti mainstream. E, d’altra parte, non si può pensare di caricaturizzare l’intero fenomeno.

Quello che è successo nelle scorse settimane deve essere letto politicamente, anche nel senso di quale orientamento dare al nostro tempo. Quale politica emerge da un atto di violenza gratuito? Quale dalla competizione con statue e monumenti?

 

In effetti, non andrebbero negati i paralleli con certi modelli di maschilità. Da un lato, la violenza è una conseguenza frequente in quegli uomini che avvertono la frustrazione derivante dal cambiamento di determinati postulati culturali patriarcali o razziali. Dall’altro, la competizione rappresenta uno dei modi tipici a cui i maschi ricorrono per la propria affermazione personale. 

La violenza e la competitività restano centrali per quelle personalità allineate al comportamento più rispettato a livello sociale. In questo senso, esiste un “lato maschile” indipendente dal sesso biologico di ciascuno, adottabile individualmente e collettivamente.

 

Ne viene pertanto che la necessità sia quella di determinare il modello di genere effettivamente esercitato, evitando una lettura olistica. Il risvolto della medaglia è stato sottolineato dalla sociologa Francesca Coin, intervenuta nel caso della statua di Montanelli a Milano sulla problematicità di alcune reazioni difensive, interpretabili come «adesione impunita e impenitente al suprematismo bianco» non meno che a «quel modello di uomo che può esercitare sulle prede lo stesso dominio che i militari esercitano in guerra».

 

Come maschi – ecco in che termini si può riprendere l’appello di fondo lanciato dal fascicolo di Concilium, in tutta la sua urgenza – abbiamo la possibilità di intestarci un nuovo processo di risignificazione dei ruoli di genere. Anche a partire da statue e monumenti. Dovremmo aver iniziato a comprendere, infatti, che nessuno è imparziale di fronte alla storia e che ognuno è parziale né più né meno della storia che ci sforziamo di ricostruire.

La rimozione delle statue resta per questo un atto insufficiente se non diventa l’occasione di rivalutare altri aspetti, come il nostro rapporto con il passato o quello con il presente e il futuro, il che significa superare una concezione essenzialista della storia, ma soprattutto dell’essere umano.









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