24/08/2020
467. LA MISSIONE DELLA CHIESA COME DONO 8 domande a... Roberto Repole, La Chiesa e il suo dono
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Roberto Repole, prete di Torino, è docente di teologia sistematica presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale (è direttore dal 2015 della sezione torinese) e presso altre facoltà teologiche. Da non molto ha pubblicato con Queriniana un testo importante  La Chiesa e il suo dono (BTC 197)  frutto di studio e di ricerche, che rifonda e riformula il concetto di missione, imperniandolo su quello di dono. L’ha scritto raccogliendo il guanto della sfida, quella cioè di ripensare concetti abusati, ridotti a slogan e svuotati di senso come “chiesa in uscita” o come “nuova evangelizzazione”. In questa intervista abbiamo interpellato il teologo torinese che è stato presidente dell’Associazione teologica italiana dal 2011 al 2019, porgendogli alcuni interrogativi – sul suo libro, e non solo.


1. Professor Repole, da dove trae origine e perché nasce questo volume?

Il libro nasce dall'incontro avvenuto alcuni anni fa con la ricca riflessione sul dono che si andava facendo. Ebbi come l'intuizione che c'era lì qualcosa di fecondo per un ripensamento della missione della Chiesa in un contesto come quello attuale: la possibilità che una parola tanto compromessa potesse tornare ad essere significativa e, soprattutto, l'occasione di offrire delle coordinate di stile per il modo in cui i cristiani possono abitare questo mondo così profondamente mutato, continuando a rendere partecipi altri di quanto li ha conquistati.

 
2. In quale rapporto sta e quale contributo può offrire questa sua opera nell’attuale contesto, sia teologico, sia ecclesiale, sia più in generale civile e culturale?

Il testo si inserisce nella vasta riflessione sulla Chiesa e la sua missione che si è sviluppata in questi decenni postconciliari, assumendo però il compito di un ripensamento dall'interno del nostro contesto culturale. Si è detto spesso che la Chiesa è missionaria ovunque. Rimane la sfida di leggere e interpretare questo all'interno della nostra specifica situazione ecclesiale e culturale, che non è più certo quella degli anni del primo post-concilio: anche solo per la sempre maggiore irrilevanza che la Chiesa e i cristiani sperimentano e il loro evidente calo numerico. Nel farlo, però, si evidenzia e si sviluppa un paradigma su un piano strettamente teologico che esprime qualcosa di profondo del cristianesimo. Proprio per questo, a livello ecclesiale l'opera potrebbe offrire l'opportunità di non ridurre a slogan privo di contenuto o addirittura incolpante quei cristiani già molto impegnati, un invito come quello di papa Francesco ad una Chiesa in uscita missionaria. Al contempo, il libro può offrire le coordinate con cui prospettare oggi la missione della Chiesa, tenendo conto che è qualcosa che coinvolge tutte le confessioni cristiane. Sul piano civile e culturale, invece, il testo può dare la possibilità di verificare come la missione non sia propaganda né sia tanto meno da associare ad un atto di violenza, ma sia invece una proposta capace di sostenere, promuovere e addirittura portare a compimento quella istanza di libertà personale a cui, giustamente, si è oggi particolarmente attenti.


3. Dove punta il libro: a chi si rivolge, innanzitutto, e quali prospettive nuove apre, cosa ambisce a dire di originale (o in modo affatto nuovo)?

Il libro si rivolge anzitutto ai teologi, alla Chiesa e dunque a tutti i credenti che vogliano approfondire, riflettere e nutrire la loro fede; ma si rivolge anche a pensatori attenti alla riflessione teologica. Mi pare che il testo apra alcune prospettive: consente di vedere la logica per la quale la Chiesa sia per natura missionaria; permette di dare un contenuto preciso al fatto che la missione sia un dono; consente di rintracciare un paradigma per ripensare la missione ecclesiale che prenda davvero sul serio la fine della cristianità.

 
4. Sullo sconfinato tema della salvezza, che oggi affrontiamo in un contesto di grande pluralismo religioso, torna a sollevarsi la domanda: davvero “Nessuna salvezza fuori dalla chiesa”, come recita l’antico adagio?

Mi pare che la riflessione ecclesiologica dell'altro secolo e del periodo postconciliare abbia consentito di dare un'interpretazione dell'antico assioma che sia plausibile con l'esperienza del pluralismo religioso e con la possibilità di trovare salvezza anche al di fuori di un'apparenenza personale alla Chiesa. Rimane però da scandagliare e da non trascurare teologicamente in che senso l'esistenza della Chiesa e l'esperienza ecclesiale possano avere a che fare con ciò che chiamiamo saLvezza. Il testo offre degli spunti soprattutto in questa direzione, senza trascurare la decisività del dialogo interreligioso all'interno di una missione ecclesiale riletta secondo il paradigma del dono. 

 
5. Se lei dovesse riassumere il messaggio del suo libro in una frase, una sorta di slogan, rivolgendosi idealmente all’uomo della strada: quale sarebbe?

Direi così: la Chiesa vive del dono della vita divina, ovvero dell'ospitalità che si è aperta in Dio, che essa mantiene come tale nella misura in cui rende disponibile tale ospitalità a tutti, nella stessa forma gratuita e disinteressata del dono. Ciò è possibile e vero soltanto se la Chiesa entra in una reciprocità con il Dio che dona se stesso, che si esplica anche in una reciprocità fraterna dei cristiani.


6. Con quale personaggio, del presente o del passato, reale o immaginario, le piacerebbe discutere delle tematiche che il testo affronta? Cosa si aspetta che ne sortirebbe?

Non ho in mente qualche personaggio specifico. Mi piacerebbe discutere di quanto propongo nel libro anzitutto con altri teologi, ma anche con pastori e cristiani che abbiano ancora e realmente a cuore la tramissione del Vangelo dentro questo mondo, specie alle nuove generazioni. Mi piacerebbe anche dialogare con uomini di cultura non cristiani, ma interessati a quanto la Chiesa potrebbe offrire sul piano culturale e sociale rispetto alle grandi sfide che agitano questi nostri tempi: tanto più che tutta la riflessione sul dono maturata al di fuori dell'ambito teologico è stata importante per l'elaborazione della proposta contenuta nel libro. Penso che potrebbe scaturirne un consolidamento, un approfondimento, ma anche un arricchimento di quanto ho maturato e proposto nel libro, a partire dal punto di vista e dalle competenze altrui. Credo infatti che un teologo debba offrire una lettura che abbia una sua logica; ma che questa logica non possa essere un sistema chiuso, debba essere sempre anche un dialogo nel quale si offre e si riceve.
Io ho ricevuto molto dagli autori letti: a questo proposito mi piacerebbe idealmente incontrare anche qualche grande cristiano e teologo del passato che ho richiamato nel libro (ad esempio un Basilio o un Riccardo di san Vittore), dialogare con lui e sentire di poterci incontrare su alcune questioni di fondo della nostra fede, anche se viviamo in secoli molto diversi.

 
7. C’è un teologo che lei considera suo “maestro” o in qualche modo un modello da seguire? Perché? Ha dei ricordi personali in merito da raccontare (anche un semplice aneddoto)?

Considero grande maestro un teologo che non ho mai incontrato personalmente, ma solo attraverso i suoi scritti negli anni del mio dottorato: il padre de Lubac. Mi ha sempre colpito di lui la capacità di essere realmente e non falsamente originale, perché ancorato alla profonda Tradizione della Chiesa e insieme pienamente immerso nelle grandi sfide del suo tempo. Ha anche pagato di persona per la sua ricerca della verità, volendo rimanere sempre un homo ecclesiasticus. Lo ritengo qualcosa di decisivo: non credo che si possa parlare di Dio, da teologi, se non si ricerca con serietà una corripondenza tra quanto si dice o si scrive e la vita che si vive. Da questo punto di vista, devo dire che ho avuto la fortuna di incontrare tanti altri teologi, tuttora viventi, a cui sono ugualmente debitore per la profondità della loro ricerca teologica e l'esempio umano. Alcuni sono anche citati qua e là nel libro.


8. Su quale argomento le piacerebbe scrivere o le sembra più necessario scrivere, in un prossimo futuro?

Mi piacerebbe scrivere un testo che presenti una visione sistematica dell'ecclesiologia attorno all'idea che la Chiesa sia il popolo di Dio nella forma ormai del corpo di Cristo in forza dell'agire dello Spirito Santo. Alcuni grandi teologi del Novecento, anche dopo il Vaticano II, videro con lungimiranza che queste grandi categorie ecclesiologiche non andavano contrapposte, ma andavano invece integrate. Dopo anni di studio, mi pare che sia l'unico modo per non perdere per strada qualcosa di fondamentale, nel parlare della Chiesa. Ma varrebbe la pena di ripensare il tutto dell'ecclesiologia attorno a questa prospettiva, facendone una chiave sistematica. È ciò su cui ho già lavorato. Mi piacerebbe continuare e offrire un'opera più matura.





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