07/12/2020
474. LA FORZA DELLE DONNE NEL VANGELO DI MARCO
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Johannes Eckert è priore dell’abbazia di S. Bonifacio a Monaco di Baviera, in Germania. Nel suo ultimo libro – fresco di stampa in edizione italiana per i tipi della Queriniana – il monaco si confronta con sei personaggi femminili presentati da Marco nel suo vangelo. Dal confronto nascono alcune domande critiche per la chiesa di oggi.

 


D: Padre Johannes, nel suo ultimo libro lei non tralascia quasi nessun argomento spinoso nei confronti della chiesa. Possiamo definirla un rivoluzionario?

R: Direi che è il vangelo stesso a non tralasciare queste tematiche. È questo ad avermi spinto a prestare ascolto a quei temi che oggi più ci riguardano, e a porre delle domande.

 

D: Entriamo nel dettaglio: lei è favorevole non solo al diaconato, ma anche all’ordinazione presbiterale e al cardinalato per le donne. Perché?

R: Non sto perorando questa causa, sto sollevando degli interrogativi. Lo spunto è fornito dalla suocera di Pietro; si tratta del primo miracolo di guarigione nel Vangelo di Marco, in cui Gesù tocca quella persona, e poi si dice: «Ella li serviva» (Mc 1,31). Mi ha colpito che in questo vangelo Gesù sia servito solo da donne, e da angeli: nessun accenno a degli uomini. Costoro devono imparare nuovamente da Gesù cosa significhi servire, quando il maestro afferma: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti» (Mc 9,35). Nella nostra chiesa facciamo già esperienza di molte donne che, senza consacrazione, svolgono funzioni sacerdotali e diaconali e annunciano il vangelo. Di questo dobbiamo essere infinitamente grati. Qui per me si pone una domanda: quale sarà il prossimo passo nel servizio alla chiesa? È davvero riservato agli uomini, oppure dobbiamo assumere una diversa prospettiva? Per quanto riguarda il cardinalato delle donne: nel Vangelo di Marco si trova soltanto una donna, di origine siro-fenicia, dalla quale Gesù si lascia correggere. Se già Gesù si lascia consigliare da una donna, perché allora non possono esservi delle figure femminili nei gruppi consultivi più vicini al papa, vicario di Cristo – tanto più che fino al XX secolo il cardinalato non era neppure riservato al clero?

 

D: «Per noi uomini di Chiesa potrebbe essere stimolante non screditare le istanze della spiritualità femminile e della cosiddetta teologia femminista come trastulli emancipatori, bensì scoprirle come arricchimento» (p. 85). Che cosa intende dire con questo?

R: In qualità di confessore e predicatore di esercizi, ho potuto sperimentare che spesso, nelle comunità religiose femminili, viene coltivata una forma alquanto diversa di spiritualità. Alcuni uomini di chiesa sono fin troppo rapidi nel liquidarla come una questione di poco conto, legata ai temi dell’emancipazione. Io credo, al contrario, che possiamo apprendere molto dalle donne.

 

D: Quale, tra le donne nel Vangelo di Marco, potrebbe fungere oggi da modello per il clero, in quanto particolarmente emancipata?

R: Sono rimasto colpito per esempio dall’emorroissa che, contro ogni divieto, ha il coraggio di avvicinarsi a Gesù e di toccarlo di nascosto, perché crede: “Se lo tocco, guarirò”. È questa una fede in grado di guarire, anche se deve oltrepassare dei confini e dei divieti. Per me è un comportamento che dimostra molta fiducia in se stessi.

 

D: Secondo lei, le figure che rivestono ruoli di responsabilità nella chiesa cattolica dovrebbero ascoltare maggiormente non solo le donne, ma anche i giovani, seguendo l’esempio di Gesù. Quali impulsi si attende dalla gioventù cattolica?

R: Me ne aspetto molti. I giovani sono spesso in grado di trovare soluzioni diverse da noi adulti. Già san Benedetto scriveva nella nostra Regola che l’abate e tutta la comunità dovrebbero prendere particolarmente sul serio i giovani, perché Dio può rivelare attraverso di loro ciò che è meglio. 

 

D: Lei sostiene l’abolizione del celibato obbligatorio per i sacerdoti cattolici. Per quale motivo?

R: Non dobbiamo mettere in discussione il celibato obbligatorio solo per via della carenza di preti. Sono stato molto commosso dalle vicende di alcune donne, legate a dei preti cattolici, che hanno riconosciuto che i loro compagni avevano veramente una vocazione a questa “professione”. Nonostante ciò, sono rimaste con loro. Non sarebbe dunque necessario un cambiamento?

 

D: Lei mette in dubbio anche l’indissolubilità del matrimonio. Perché?

R: Non metto in dubbio l’indissolubilità del matrimonio, ma mi domando fino a che punto non sia possibile un nuovo inizio dopo un matrimonio il cui vincolo si è di fatto spezzato.

 

D: Lei è favorevole all’ammissione alla comunione dei divorziati risposati e dei protestanti. Per quale motivo?

R: Se crediamo davvero che nel sacramento dell’eucaristia Cristo sia presente, allora diventa difficile negare a qualcuno questa vicinanza, se ne sente il bisogno – l’emorroissa non ha esitato nel toccare Gesù, e lui ha lodato apertamente la sua fede.

 

D: Nel libro compare domanda: «Dio non potrebbe forse rivelarsi anche in altre religioni?» (p. 80). Lei come risponderebbe?

R: L’allora card. Ratzinger così si è espresso: «Ci sono tante vie verso Dio quante sono le persone». Ecco perché credo nella grandezza di Dio, che si manifesta in molte delle ricerche di senso dell’uomo.

D: Lei ritiene che andrebbe sviluppato un rito liturgico peculiare per le coppie omosessuali. Come mai?

R: Mi dispiace che per molte persone non vi sia un segno sacramentale. Perché non andare oltre: quali segni di salvezza possiamo sviluppare in modo che le persone non siano lasciate sole nella loro ricerca di senso?

 

D: «Attento a non diventare protestante!», le ha detto un amico durante la stesura del libro. Molte delle domande che lei pone sono già state recepite dai fratelli protestanti. Perché non si converte – o, per dirla diversamente: perché vorrebbe che la chiesa cattolica, su questi punti, si avvicinasse alle chiese protestanti, e non viceversa?

R: Sono felice di essere cattolico e di essere un monaco, e non desidero che la chiesa cattolica si allinei alle normative protestanti, ma piuttosto auspico che ritorniamo ancora e sempre al vangelo, diventando tutti più evangelici in questo senso.

 

 

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