27/04/2017
366. LA CURA DELLA TESTIMONIANZA di Franco Giulio Brambilla
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È uscito da poche settimane Liber pastoralis (Brescia, Queriniana, 2017, «Giornale di teologia» 395, pagine 246, euro 14,50). A presentarlo in questo articolo scritto per «L’Osservatore Romano» è lo stesso autore, già preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale (2006-2012) e vescovo ausiliare di Milano (2007-2012), dal 2012 vescovo di Novara e dal 2015 vicepresidente della Conferenza episcopale italiana. Oltre gli scritti teologici, tra le sue pubblicazioni ricordiamo La Parrocchia oggi e domani (terza edizione, 2004) e Tempo della festa e giorno del Signore (2012).

 

 

Perché un Liber pastoralis? Che cos’è e per chi è pensato tale percorso? Ho custodito l’intuizione di questo libro per molti anni. Il desiderio di por mano all’opera è rinato alla fine del Sinodo sulla Famiglia e dopo il Convegno di Firenze. In quell’occasione Papa Francesco diceva: «Permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni Regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni».

Questo appello ha risvegliato un ricordo della mia giovinezza, quando mi capitò tra le mani un testo di grande intensità spirituale, dal titolo di Seelsorge (Cura d’anime) di D. Bonhoeffer. Si trova nel vol. 14 delle Dietrich Bonhoeffer Werke (1996), e appartiene al periodo eroico della formazione dei pastori nel seminario di Finkenwalde, tradotto col titolo Una pastorale evangelica (22005). Mi ha sempre suscitato il desiderio di poter dire da cattolico le cose che condivido con Bonhoeffer, di integrare quanto mi sembra parziale, di eguagliare lo stile e la sua scrittura inarrivabili.

L’ultimo stimolo mi è venuto pochi giorni prima dell’ingresso nella Diocesi di Novara. Andai a trovare il cardinal Martini per salutarlo e per ricevere la sua benedizione. Egli mi domandò con un filo impercettibile di voce: che programma hai per Novara? Allargai le braccia, quasi per scusarmi, ma egli non mi lasciò finire. Mi regalò la primizia del suo Il vescovo (2011), l’unico libro scritto dopo aver terminato il ministero a Milano. Era l’ultimo anno di sua vita tra noi. Lo lessi d’un fiato in una notte. E mi tornò alla mente il mio progetto. Sono passati cinque anni. È giunta l’ora di mettere in pagina i “temi pastorali maggiori”, quasi un’agenda per il domani.

Perché, allora, scrivere un Liber pastoralis? Un libro può essere scritto per evitare un pericolo e suscitare una passione. Il pericolo è quello dell’“accidia pastorale”. Essa fa capolino nel vissuto di tanti pastori, vescovi e preti, ma anche di molti collaboratori laici. È una sorta di torpore, di rassegnazione che attraversa stancamente le parole e i gesti, che si trascinano senza smalto, rassegnandosi alla perdita d’incidenza della fede sul tessuto umano. I Padri del deserto hanno descritto l’accidia come il pensiero cattivo che paralizza la vita del monaco, ma forse potremmo dire del credente. E quindi anche del pastore.

Una citazione di W. Kasper illustra bene il pericolo: «La chiesa soffre di una stanchezza interna. Essa non viene sfidata. O meglio, sembra non venire sfidata. Non è messa esteriormente in discussione e all’apparenza la situazione non sembra drammatica, ma parallelamente la chiesa è per molti una realtà non interessante, quasi noiosa, che lascia fredde le persone e le rende indifferenti. La perdita dell’orizzonte della speranza ci rende culturalmente e spiritualmente stanchi, pesanti, spenti. I padri della chiesa e i grandi teologi del medioevo hanno definito questa posizione la tentazione originaria dell’accidia». Non potremmo forse dire che tale deperimento mina al cuore la coscienza di molti pastori di oggi?

Il libro intende rimediare alla grave tentazione dell’accidia pastorale e risvegliare la passione della carità pastorale, cuore della spiritualità del presbitero diocesano e della dedizione alla chiesa locale. La passione è prima di tutto una cosa che si patisce. Essa porta nella vita del pastore le ferite delle persone e soprattutto delle famiglie. Poi però il pastore secondo il cuore di Dio si lascia contagiare dalla storia della gente che gli è affidata, si appassiona per la loro vicenda, cammina con loro e si consola quando riesce a far brillare la luce del vangelo nel cammino della comunità. In questo continuo scambio tra patire e appassionarsi, egli trova la bellezza del ministero pastorale e la sua intima gioia.

Per chi è un Liber pastoralis? La risposta a questa domanda sembrerebbe facile: per i pastori, i vescovi, i preti e i diaconi. Certamente. Oggi però l’interesse all’azione pastorale della chiesa si rivolge a una platea più ampia di persone. Non solo per la drammatica diminuzione del clero e l’aumento della sua età media, ma per il ricupero della figura di chiesa degli apostoli. È la chiesa di popolo, che è il soggetto vero e proprio dell’agire pastorale.

La chiesa di domani sopravvivrà solo se sarà la chiesa di tutti. Oggi si parla molto di carismi, ma la loro comprensione è prevalentemente spontaneista e movimentista. L’originalità dei carismi del Nuovo Testamento non sta tanto nei doni straordinari, ma nello straordinario dei doni dello Spirito dati a ciascuno. Il dinamismo spirituale e l’azione pastorale sono un’unica realtà. L’uno è il dono di Dio, l’altra è la responsabilità dei credenti, l’uno è il mistero nel tempo, l’altra è la storia che rende presente il corpo di Cristo.

Che cosa è, infine, un Liber pastoralis? Un percorso per l’agire pastorale della chiesa deve essere anzitutto un grande racconto. Il racconto è il linguaggio della memoria. Non si tratta di un trattato di teologia pastorale, ma una meditazione sapienziale sui capitoli essenziali della cura d’anime. È la cura della vita delle persone per far crescere una comunità credente, perché sia luogo del vangelo accolto e trasmesso al mondo.

Il focus della proposta è molto semplice: a partire dalla visione di chiesa conciliare come popolo di Dio, occorre passare dalla cura animarum alla cura della testimonianza dei cristiani e della Chiesa come testimonianza. Questo è il leitmotiv del percorso, che si articola in tre momenti: il primo aiuta a riflettere sul passaggio alla cura della testimonianza dei cristiani (cc. 1-5); il secondo introduce le tre armoniche della missione, annuncio, celebrazione e carità, con le forme pratiche che le mediano (cc. 6-11); il terzo mette l’attenzione all’umano (c. 12) alla prova dei “temi pastorali maggiori” (iniziazione e pastorale giovanile, confessione, matrimonio e pastorale familiare, benedizione delle famiglie, visita ai malati e funerale: cc. 13-20). Un ventaglio di temi che lascia aperte altre piste per continuare il racconto. Ogni tempo è chiamato a riscrivere l’azione dello Spirito negli atti degli apostoli.
 


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