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n una Milano sempre in corsa, dove il rumore della secolarizzazione tende a coprire le grandi domande dell’esistenza, il ciclo di incontri «Dove Dio respira di nascosto» di don Paolo Alliata si è affermato come un faro per l’inquietudine spirituale contemporanea. Sostenendo che «la fede è cultura quando fa vivere le grandi domande», don Alliata ha saputo tessere un dialogo fecondo tra il Mistero cristiano e la ricchezza della narrazione umana, dimostrando che la parola di Dio «respira in ogni angolo della Terra».
L'iniziativa, giunta ora alla sua decima edizione (2025/2026), non è un semplice circolo di lettura, ma un vero e proprio percorso di «passeggiate nella letteratura», che si svolge nella suggestiva chiesa di S. Maria Incoronata. Questa sede non è casuale: ospita la Biblioteca Umanistica Agostiniana, simboleggiando una tradizione intellettuale della Chiesa che da sempre integra la fede con il sapere secolare e classico. Il metodo di questo ciclo di incontri, definito “lettura sapienziale”, consiste nel ricercare i nessi tra i testi letterari e le grandi domande che portiamo con noi, privilegiando l’umiltà epistemologica, ossia il coraggio di riconoscere che non sappiamo fino in fondo chi siamo. Il Mistero, in questa visione, è ciò che si rende presente e chiama, invitandoci a trovare il divino nel respiro, “così umano, così divino”, dell'espressione artistica.
L'incontro del ciclo tenutosi l'11 dicembre 2025 ha affrontato il capolavoro di Marilynne Robinson, Gilead, in un dialogo arricchito dalla presenza di Maria Nisii, esperta di letteratura e teologia, la cui ricerca si concentra proprio sulla “teologia del quotidiano” dell'autrice americana.

John Ames e la grazia quotidiana
Il romanzo ha al centro la figura di John Ames, un anziano pastore protestante di settantasei anni che abita nella cittadina di Gilead, nell’Iowa, consapevole di essere in fin di vita. Ames scrive un lungo diario (o una lettera) al figlio Robert, di soli sette anni, come estremo atto di amore paterno. Non potendo lasciare al figlio una ricchezza economica, Ames si adopera per trasmettere un'eredità di ricordi e di sguardo.
Ames è tormentato dall'inadeguatezza della parola, che percepisce come un «paiolo incrinato» usato per «battere melodie atte a far ballare gli orsi, quando vorremmo intenerire le stelle» (il richiamo è a Flaubert). Eppure, è proprio nella parola, per quanto fragile, che egli ripone la propria fiducia per comunicare il proprio amore al figlio: «Sto scrivendo anche per dirti che, se mai ti chiederai che cosa hai fatto nella vita... sei stato la grazia di Dio per me, un miracolo, anzi più di un miracolo».
Il cuore della riflessione di Ames è l'amore incondizionato per l'esistenza e la capacità di innamorarsi delle cose ovvie e banali. Egli si interroga sulla natura del riso, che si esaurisce con molta più facilità del pianto, e sulla bellezza di una scena semplice come due giovanotti che ridono, sporchi di grasso e avvolti nei vapori di benzina. L'ordinarietà non è una realtà grigia, ma il luogo dove la grazia si manifesta: «A volte ho avuto l'impressione che il Signore aliti su questo misero tizzone grigio del creato facendolo risplendere».
Questa devozione al mondo terreno porta Ames a immaginare l'aldilà non come un annullamento, ma come una celebrazione di ciò che è stato: «Non riesco a credere che, quando saremo tutti trasformati e avremo abbracciato l'incorruttibilità, dimenticheremo la nostra splendida condizione mortale e transitoria... Nell’eternità questo mondo sarà Troia, penso, e tutto quello che è successo qui sarà l’epica dell’universo, la ballata che canteranno per le strade». 
La genitorialità e il male
L'incontro guidato da don Alliata, in dialogo costante con Maria Nisii, ha poi toccato temi di profonda risonanza teologica e umana, in particolare la genitorialità e il male. Ames, identificandosi con il patriarca biblico Abramo, riflette sul fatto che ogni genitore è chiamato a «consegnare il figlio al deserto» dell'esistenza, non potendolo proteggere completamente e fino in fondo. Questa consegna richiede una grande fede: implica la convinzione che Dio, Signore anche del deserto e “dimora degli sciacalli”, provvederà angeli e sorgenti d'acqua.
Questa pace, tuttavia, è incrinata dal ritorno del figlioccio di Ames, Jack Boughton, la "pecora nera" della famiglia amica. Jack, che Ames percepisce come un rovello teologico e una presenza oscura, rievoca la propria caduta: l'aver sedotto e abbandonato una ragazzina, la cui figlia neonata sarebbe poi morta precocemente. Ames, che a sua volta aveva perso moglie e figlia al momento del parto, ammette al figlio di non poter perdonare Jack, poiché «non saprei da dove cominciare».
Eppure, è proprio in questo buio che si manifesta la profondità della letteratura di Robinson: l'attenzione per i Caino della storia. Maria Nisii ha richiamato l'intuizione di Robinson sul primo fratricida biblico, Caino, l'uomo "doppiamente segnato" dall'immagine divina e dal segno di protezione. La letteratura, in questo modo, ci chiama a riconoscere una bellezza disarmante anche in chi è stato macchiato dal male.
La storia di Ames si conclude in una riconciliazione finale con Jack. Pur non potendo offrirgli l'aiuto materiale, Ames lo congeda con un atto di profonda fede: pronunciare la benedizione biblica, che richiama una tradizione rabbinica legata alla lettera Bet (iniziale di Berakâ, “benedizione”), è riconoscere e vivere la forza che tiene in piedi la creazione e che conferma la sacralità della vita.
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