08/07/2019
434. ISTANZE DEL RINNOVAMENTO TEOLOGICO A PARTIRE DAL VATICANO II di Enrico Galavotti
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L’arco di tempo che va dalla conclusione del Vaticano II ad oggi è sufficiente per appurare quanto il concilio stesso abbia sortito un impatto fondamentale sulla teologia. Ecco allora che, nel nuovo fascicolo di Concilium, il 3/2019, Enrico Galavotti illustra come negli ultimi cinquant’anni si siano ridefiniti lo statuto, il metodo di lavoro e i compiti della teologia. L’evento conciliare – ricordiamolo – era scaturito in una fase densa di impulsi volti a rinnovare il lavoro teologico, e che tuttavia erano stati oggetto di una sistematica campagna di devitalizzazione. Ecco allora alcune illuminanti righe sul rinnovamento teologico postconciliare, a firma di Galavotti, che insegna storia del cristianesimo presso l’Università «G. d’Annunzio» di Chieti-Pescara ed è membro della Fondazione per le scienze religiose «Giovanni XXIII».

L’allocuzione inaugurale del concilio pronunciata da Giovanni XXIII sgombrò il campo da molti equivoci: il papa chiarì che il Vaticano II non era stato convocato per sancire nuove condanne, ma per determinare un aggiornamento della chiesa. Quell’aggiornamento era infatti sempre più necessario in un mondo in cui, come aveva scritto Yves Congar l’anno prima, «un uomo su quattro è cinese; uno su tre vive in un regime comunista; un cristiano su due non è cattolico». In via riservata, poco prima dell’inizio del Vaticano II, Giovanni XXIII aveva appunto detto ad un confidente che chi aveva predisposto gli schemi preparatori non aveva capito che il concilio non poteva né doveva essere un congresso teologico: e tantomeno un congresso contro qualcuno o qualcosa.

Ed effettivamente il concilio che si concluse nel 1965 con i risultati che tutti conosciamo rappresentò anche un cambiamento radicale della teologia, tanto per il suo metodo quanto per i suoi interessi principali. […] Quella preconciliare era, com’è noto, una teologia di impianto deduttivo; aveva sviluppato una concezione della tradizione che, in realtà, era molto ristretta cronologicamente, rimontando al massimo alla interpretazione che ne aveva dato il concilio di Trento. Assumendo questo approccio, la Bibbia veniva addirittura declassata come fonte della rivelazione ed era ridotta a codice legislativo deputato a confermare gli elaborati dei teologi. Era una situazione alimentata anche dalla tendenza centralizzatrice conosciuta dal papato romano all’indomani del concilio Vaticano I, che faceva sì che ogni singolo pronunciamento del papa, a prescindere dal suo oggetto specifico, assumesse, ancorché non si facesse ricorso espressamente all’infallibilità, un valore di definitività. La teologia prodotta dalla scuola romana, che esercitava un ruolo egemone all’interno di questo processo, aveva dunque una pesante responsabilità rispetto all’impoverimento della funzione stessa della teologia.

Il concilio Vaticano II ha messo fine a questa deriva e ha aperto nuove prospettive: e quei manuali che, sino a pochi anni prima, erano stati descritti come definitivi, sono apparsi d’improvviso inutili e fuori contesto. Era l’effetto del mutamento dello statuto della teologia determinato dal concilio: perché il Vaticano II, affrontando questioni cruciali quali la dimensione liturgica, le fonti della rivelazione, i rapporti con il mondo moderno e il dialogo con le altre religioni, ha impegnato i teologi in un profondo rinnovamento della riflessione e dei propri metodi di ricerca, ridimensionando drasticamente il ricorso al metodo deduttivo.

Erano tutte questioni che erano in parte ben presenti alla teologia, ma che ora esigevano di essere comprese da questa in modo differente dal passato. I padri conciliari avevano infatti dovuto prendere atto di come gli enormi progressi scientifici degli ultimi decenni avessero profilato non solo un mondo molto diverso da quello in cui s’era celebrato il precedente concilio, ma soprattutto un modo diverso di pensare in tutti gli uomini. […]

 

Una teologia in cammino permanente

Il Vaticano II ha dunque offerto una differente prospettiva per comprendere la rivelazione, lasciando intendere come essa, proprio perché si interfaccia costantemente con la storia degli uomini, sia costantemente suscettibile di un approfondimento. Gli eventi storici diventano più chiari nelle loro implicazioni man mano che li possiamo osservare da una prospettiva più distante; e anche il nostro presente, che immaginiamo spesso di poter comprendere in tutti i suoi risvolti – tanto più in un’epoca in cui siamo immersi in un flusso costante e immenso di dati e informazioni – è in realtà suscettibile di una rilettura e di una ricomprensione che a noi oggi non è possibile.

Allo stesso modo a partire dal concilio è diventato sempre più chiaro che la rivelazione ha una densità di contenuto che era ignota sia a coloro che erano stati i protagonisti diretti degli episodi narrati nella Scrittura, sia a coloro che avevano concretamente partecipato al processo redazionale del testo biblico. Il concilio ha quindi impegnato i teologi a mettersi in cammino per compiere lo sforzo di nuova comprensione della parola di Dio, per investigarne appunto quelle pluralità di significati che attendono ancora di essere messe in luce. […]

È quindi fondamentalmente un compito di natura culturale quello che investe la teologia a partire dal concilio Vaticano II – un compito ancora più importante di quello svolto nei secoli passati, proprio perché la teologia è stata impegnata a investigare ogni aspetto della vita umana per coglierne il senso alla luce della rivelazione cristiana.

A partire dal concilio la teologia ha dovuto rinunciare alla propria sicurezza, così come all’idea di un proprio primato sulle altre scienze. Si tratta di un processo che era certamente iniziato ben prima del Vaticano II: basti pensare a quello che era lo statuto della teologia nel momento in cui erano sorte le grandi università. Lo choc della rivoluzione illuminista sembrava aver segnato per sempre la sorte della riflessione teologica, eppure, proprio quando la teologia sembrava avviarsi verso la propria estinzione, essa ha improvvisamente riacquistato centralità: non nel senso di un recupero di posizioni di egemonia, quanto piuttosto per l’affidamento del ruolo di trovare risposte circa il compito e il ruolo dei cristiani in un mondo in costante evoluzione. Questo ha significato e significa immergersi continuamente nelle comunità cristiane: comprenderne le difficoltà e le contraddizioni e cercare di individuare un modo per poter far ancora risuonare l’evangelo di Gesù di Nazaret. Ma ha significato anche prendere atto che non tutte le risposte possono essere trovate nella Scrittura: d’altronde era accaduto così anche al primo concilio di Nicea, quando per la composizione del simbolo i padri erano ricorsi a un temine, homúsios, che non era contenuto all’interno del canone biblico. La teologia si è così mostrata più pluralista e sensibile ai profili culturali del popolo cristiano e, sia pure con reticenze e resistenze, ha anche accantonato l’antica tendenza ad elencare errori e comminare condanne, che era determinata precisamente dalla convinzione che fosse il mondo a doversi attagliare a ciò che il magistero prescriveva.



La teologia e il tratto di strada che ancora resta da compiere

Proprio per come è stato impostato, il concilio Vaticano II ha prefigurato l’inizio di un cammino (l’inizio di un inizio, lo definiva Karl Rahner) che resta in gran parte ancora da compiere. Siamo dunque di fronte a una teologia nuova sia per i metodi di lavoro sia per gli obiettivi che essa si prefigge.

Mi limito ad un accenno: non sono mancati, negli ultimi vent’anni, storici anche autorevoli che sostenevano che la ricezione del Vaticano II era rappresentata dal pontificato di Giovanni Paolo II. Questa affermazione, alla luce di ciò che è avvenuto e sta avvenendo a partire dall’elezione di papa Francesco (si pensi ai gesti ecumenici, alla rimodulazione del funzionamento del sinodo dei vescovi, agli impulsi dati alla collegialità e alla sinodalità, ai criteri ora seguiti per le nomine episcopali e le creazioni cardinalizie), può ancora essere considerata congrua? O piuttosto l’attuale pontificato finisce per diventare esattamente, anche in modo involontario, la cartina di tornasole di ciò che non era mai stato fatto ai fini della ricezione del concilio? Certo, la consapevolezza di essere in mezzo ad un guado genera disagio, anche nei teologi. Credo sia esemplare in questo senso il dibattito che si è acceso intorno alla ricezione dell’esortazione Amoris laetitia che, al di là delle soluzioni concrete proposte, prescrive anzitutto l’assunzione di nuovi criteri di discernimento, che sono il riflesso del differente modo di lavorare dei teologi nella congiuntura attuale. A partire dal Vaticano II la teologia ha dovuto quindi prendere atto del venir meno di un certo positivismo biblico, così come della teologia prêt-à-porter di rigida impostazione giuridica espressa dal Denzinger.

La chiesa oggi riconosce di non essere più in possesso di tutti gli strumenti per adempiere alla propria missione evangelizzatrice e questa è anche la ragione per cui, nel post-concilio, si è visto frequentemente come i documenti prodotti dai singoli vescovi o da episcopati riuniti a livello regionale procedessero anzitutto da una serie di analisi sociologiche. La chiesa ha finalmente compreso che è nella storia degli uomini che è possibile cogliere dati ancora non compresi della verità cristiana: d’altronde già Gregorio Magno, un pontefice chiamato a guidare la chiesa in una stagione di profonda crisi, in cui era diffusa la convinzione di una prossima estinzione del cristianesimo, ricordava che «la Scrittura cresce con chi la legge». La teologia scaturita dal Vaticano II ha così fatto proprio l’invito di Giovanni XXIII sul suo letto di morte: «Ora più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici; a difendere anzitutto e dovunque i diritti della persona umana e non solamente quelli della chiesa cattolica. Le circostanze odierne, le esigenze degli ultimi cinquant’anni, l’approfondimento dottrinale ci hanno condotto dinanzi a realtà nuove, come dissi nel discorso di apertura del concilio. Non è il vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio».




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