12/03/2018
393. IL PAPA DELLE SORPRESE I cinque anni di pontificato di papa Francesco di Walter Kasper
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In occasione dei cinque anni di pontificato di papa Francesco, proponiamo ai nostri lettori stralci del primo capitolo del libro del card. Kasper, Papa Francesco. La rivoluzione della tenerezza e dell’amore, in cui il porporato traccia le radici teologiche e delinea le prospettive pastorali dell’attuale pontefice.

 

 

La scelta del cardinal Jorge Mario Bergoglio a vescovo di Roma e dunque a pastore universale della chiesa cattolica è stata una sorpresa. Una sorpresa, anzi, come un lampo a ciel sereno era stato già l’annuncio della rinuncia al pontificato da parte di papa Benedetto XVI, l’11 febbraio 2013. Nessuno, fino a quel momento, l’aveva messo in conto. Tuttavia, già da subito, nella maggior parte dei cattolici e anche in molti cristiani non cattolici, lo stupore del primo momento e in qualcuno anche la perplessità lasciarono il posto al pensiero che questa rinuncia fosse un atto di coraggio, un grande atto di generosità e di umiltà, che meritava la massima stima. Da questo passo il papato non veniva danneggiato, come alcuni temevano, ma attraverso di esso era diventato più umano e soprattutto più spirituale. Era così aperta la porta per una nuova epoca della storia dei papi, non povera quanto a cambiamenti. Infatti, la rinuncia di un papa era una possibilità già prevista nel diritto canonico; adesso, per la prima volta nella storia moderna della chiesa, da possibilità era diventata una realtà. Si presentava una situazione nuova, in questa forma finora mai accaduta.

La nuova situazione trovava la chiesa cattolica e la curia romana in un momento critico. Il Vatileaks, lo scandalo dei documenti sottratti dalla scrivania del papa e resi pubblici, e il sospetto di irregolarità nella gestione finanziaria soprattutto della cosiddetta Banca vaticana (IOR, Istituto per le Opere di Religione), erano segnali che nell’apparato curiale molte cose non funzionavano più così come si era abituati e come ci si poteva attendere. La crisi, però, era più profonda rispetto ai segnali di crisi emergenti nella curia romana. I casi di abusi nei confronti di minori, soprattutto negli USA, in Irlanda, in Belgio e Germania, avevano prodotto uno shock e causato danni pesanti. Era diffusa, inoltre, l’impressione di una stanchezza e di un esaurimento spirituale, una mancanza di fiducia e di entusiasmo. La chiesa sembrava occuparsi sempre più soprattutto di sé, essa soffriva per se stessa e si lamentava di sé oppure, occasionalmente, celebrava se stessa. La sua forza profetica sembrava spenta e il suo slancio missionario paralizzato. Un mondo diventato secolare, non più comunista ma consumista, condizionato dall’economia, sembrava ridurla ad una realtà marginale. Ovunque nel mondo le chiese pentecostali, che stavano conoscendo un boom, e l’esoterismo sembravano sorpassarla. Sembrava essere in atto un’inarrestabile spirale verso il basso.

Dopo la rinuncia di papa Benedetto, […] la risposta all’interrogativo di chi fosse in grado di prendere ora in mano il timone e di quale potesse essere il corso della chiesa nella difficile situazione, con il consenso della chiesa a ciò necessario, era certamente tutt’altro che chiara.

In questa situazione era naturale che gli sguardi di molti si volgessero oltre le chiese dell’Europa, che davano l’impressione d’essere stanche, verso le giovani chiese del Sud del mondo. Anche là ci sono molti problemi ma, a differenza della vecchia Europa dove la secolarizzazione avanza rapidamente, c’è ancora molta sostanza cristiana. Però, mentre all’inizio del XX secolo solo circa un quarto dei cattolici vivevano al di fuori dell’Europa, alla fine del secolo solo meno di un quarto viveva in Europa. Sul piano demografico, in un secolo la situazione della chiesa cattolica si era decisamente capovolta. Dopo il concilio Vaticano II (1962-1965) essa è diventata, in un modo nuovo, anche sociologicamente avvertibile, chiesa universale, che in tutte le chiese locali, in misura diversificata e talvolta in differita, si vede messa a confronto con un rapido mutamento culturale e sociale.

Nel dialogo informale tra i cardinali durante il pre-conclave, nelle congregazioni dei cardinali che durante la sede vacante si tengono tutti i giorni, sono stati fatti diversi nomi, ma non emerse alcun nome sul quale potesse convergere la scelta. Il nome dell’arcivescovo di Buenos Aires, il cardinal Jorge Mario Bergoglio, non era nella lista dei “papabili” che i giornalisti hanno cura di predisporre prima dell’elezione di un nuovo papa. […]

Nel pre-conclave il cardinal Jorge Mario Bergoglio aveva chiaramente messo il dito, in un intervento che aveva destato impressione, sulle debolezze di una chiesa autoreferenziale, non più capace di irraggiamento missionario. Il suo appello per una chiesa missionariamente attenta alle periferie destò una forte impressione. Tuttavia, nulla era ancora deciso. La decisione, allo stato delle cose, poteva essere presa soltanto nel conclave e pertanto volevano tutti confidare nell’assistenza dello Spirito di Dio.

Così, non era affatto chiaramente prevedibile, ma fu una sorpresa il fatto che il cardinal Bergoglio, già la sera del secondo giorno del conclave, potesse concentrare su di sé più di due terzi dei voti dei cardinali riuniti in conclave e che il 13 marzo 2013 egli fosse eletto come 265° successore dell’apostolo Pietro. Non pochi cardinali espressero in seguito l’impressione che in questo conclave “qualcosa” si fosse mosso. Non si alludeva a qualche trama o ad astute arti persuasive. Come il papa affermò in seguito, ricevendo i cardinali, era possibile sperimentare che «Cristo, attraverso il suo Spirito, guida la chiesa».

Subito dopo la sua elezione il papa delle sorprese procurò un ulteriore fatto imprevedibile con la scelta del nome. Nessun papa aveva prima scelto per sé il nome Francesco. Fu presto evidente che ciò rappresentava qualcosa di più della scelta di un qualunque altro nome; il nome era un programma.

Nel suo primo incontro con i rappresentanti dei media il nuovo papa spiegò la scelta del suo nome. Parlò di Francesco d’Assisi: «Egli è uomo della povertà, uomo della pace, uomo che ama e conserva il creato». E aggiunse: «Ah! Come vorrei una chiesa povera per i poveri!». In tal modo, come presto sarà evidente, erano state pronunciate le importanti parole guida del nuovo pontificato. Papa Francesco le mise subito in pratica, rinunciando, al suo primo affacciarsi alla loggia di San Pietro, alle insegne tradizionali della pompa papale e del primato pontificio. Egli si mostrò nella semplice veste talare bianca con la croce di metallo che aveva portato da vescovo. Non seguì alcun saluto liturgico, ma un semplice e per nulla patetico «Buona sera!». 

[…] Quando il nuovo papa, alla fine, prima di impartire la benedizione apostolica, chiese al popolo presente che pregasse affinché Dio lo benedicesse e poi si inchinò profondamente, in piazza San Pietro, gremita di fedeli, regnò subito per vari minuti un silenzio devoto. Ognuno poteva percepire che con questo papa era iniziato qualcosa di nuovo. Il papa lo riassunse con queste parole: «E adesso incominciamo questo cammino – vescovo e popolo, il cammino della chiesa di Roma, che presiede nell’amore». […]

La sorprendente novità della sorpresa rappresentata da questo papa non consiste in alcune innovazioni, bensì nell’eterna novità del vangelo, che è sempre lo stesso e tuttavia di continuo sorprendentemente nuovo e perennemente attuale. Gesù Cristo, «la sua ricchezza e la sua bellezza sono inesauribili. Egli è sempre giovane e fonte costante di novità» (EG 11). La memoria del vangelo e della sua eterna novità è certamente sempre anche una memoria pericolosa. Esso mette in questione e chiama alla conversione e ad un nuovo orientamento. Ci si deve di continuo lasciar sorprendere da Dio e rompere sempre di nuovo con gli schemi abituali. Ciò suscita resistenza. Fu così già con Gesù e pure nella storia della chiesa fino ad oggi, e anche oggi non può essere diversamente. Se si trattasse di qualcosa di diverso, non sarebbe di sicuro il vangelo di Gesù Cristo.

 

 

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