15/06/2016
346. IL DIO DELLA SPERANZA E IL NOSTRO FUTURO di Jürgen Moltmann
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Jürgen Moltmann è un teologo molto attivo e sempre puntualmente presente nel dibattito teologico. «Biblioteca di teologia contemporanea» ha recentemente edito il suo ultimo testo, Il Dio vivente e la pienezza della vita. Riproduciamo come accompagnamento alla lettura del testo, la conferenza tenuta da Moltmann al Festival della Cultura di Bergamo. Grande partecipazione, guidata nella discussione dal prof. Massimo Epis del Seminario di Bergamo, autore presso l’Editrice Queriniana del testo Teologia fondamentale.
 


«II Dio della speranza vi riempia, nel credere, di gioia e di pace, perché abbondiate nella vostra speranza per la virtù dello Spirito Santo» (Rm 15,13), scrive l'Apostolo Paolo ai Cristiani di Roma e attraverso i secoli anche a noi qui e oggi.

1. «il Dio della speranza»: è un'espressione unica. In nessun'altra religione Dio è legato alla speranza dell'uomo nel futuro del mondo.

Un Dio che è in cielo, un Dio che è lo stesso dall'eternità e per l'eternità, un Dio che è assoluto e senza tempo: quel Dio è noto a molte religioni. Ma un Dio della speranza, che è davanti a noi e ci precede, c'è solo nella Bibbia dei Profeti e degli Apostoli. Dio, che non solo «è» ed «era», ma anche, come si dice in Apocalisse 1,4, un Dio che «viene», ecco, questo Dio è nuovo. Dio è «Colui che viene», Colui che vuole riempire i cieli e la terra della sua gloria. Dio è nel «vasto spazio» del futuro, in cui ciascuno di noi può dischiudersi e sbocciare - e questo è unico.

È il Dio dell'Esodo di Israele dalla prigionia in Egitto, che conduce il suo popolo fuori dalla lunga peregrinazione nel deserto verso la terra della libertà in una colonna di nuvole, di giorno, e in una colonna di fuoco, di notte.
È il Dio della risurrezione di Gesù, che nel fuoco e nella tempesta dello Spirito Santo conduce i suoi nel Regno di Dio e con i «prodigi del mondo futuro» li riempie già qui di nuova vita.

Questo Dio ci viene incontro dal suo futuro. Egli vuole abitare con il suo popolo nella terra promessa della libertà. Nella nuova creazione di tutte le cose che trascorrono Egli vuole abitare presso tutti gli uomini. «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5): questo è il grande invito al suo Regno che viene. A chi lo aspetta e ci spera si aprono già adesso, nella storia della sua vita, orizzonti sempre nuovi. Siamo pronti a interromperci e a ricominciare da capo, perché lo sappiamo: siamo attesi.

La fede in Cristo è in tutto e per tutto - e non solo nel periodo dell'Avvento - speranza fiduciosa, orientamento ad andare avanti e vita nell'attesa di Colui che viene. Il futuro non è qualcosa di liminare al Cristianesimo, ma l'elemento della sua fede, il suono sul quale accordare tutti i suoi canti e il colore dorato dell'aurora con cui tutte le sue icone sono dipinte. Perché la fede è fede in Cristo solo quando è speranza pasquale. Fede significa vivere nel presente del Cristo risorto e distendersi verso il Regno di Dio che viene «come in cielo così in terra». In quest'attesa facciamo le esperienze quotidiane della vita: la gioia e il lutto. Aspettiamo e procediamo, speriamo e sopportiamo, preghiamo e vegliamo, perché lo sappiamo: siamo attesi, in quel nuovo giorno, in quel nuovo anno, in quella nuova età della vita, e quando moriamo siamo certi che Gesù sta sull'altra riva e ci invita alla festa della vita eterna: «prendi parte alla gioia del tuo Signore».

2. Alla fine l'inizio. Il nostro mondo ha futuro? Oggi non sono in molti a sperare, la maggior parte delle persone ha paura, quando non angoscia. Temono catastrofi: le catastrofi climatiche, quelle nucleari, gli tsunami, i terremoti e altre catastrofi naturali. Temono di scendere nella scala sociale e che la nostra civiltà sia alla fine. Perciò le visioni apocalittiche sono molto richieste: Apocalypse now, The Day after, e l'ultima battaglia tra Dio e il diavolo nella valle di Armageddon. Quando gli uomini si domandano se il nostro mondo abbia fine si pongono una tipica domanda apocalittica: alcuni parlano di «fine di tutte le cose», altri di «fine del mondo», in termini moderni si parla anche di «fine della storia». Le immagini e le idee con cui ci rappresentiamo la nostra fine, siano religiose o secolari, sono certamente immagini apocalittiche del terrore, ma sono anche immagini cristiane? No, non sono cristiane! Le attese originarie e autentiche della Cristianità per il futuro non hanno nulla a che vedere con la fine, con la fine della vita, della storia, del mondo, ma con l'inizio: attendono l'inizio della vera vita, l'inizio del Regno di Dio, l'inizio della nuova creazione di tutte le cose nella loro forma eterna. C'è una fine, questo è vero, una fine della vita, una fine della storia, una fine del mondo, ma non è questo ad essere cristiano, bensì il nuovo inizio nella fine. Quando Dietrich Bonhoeffer fu giustiziato il 9 aprile del 1945 prese congedo con le parole: «Questa è la fine, per me l'inizio della vita eterna». Così anche noi nella fine, qualsiasi cosa sia e in qualsiasi modo accada, vogliamo avere fiducia nel nuovo inizio.

Perché «alla fine l'inizio»? Perché l'origine della speranza cristiana consiste nella risurrezione del Cristo crocifisso e ucciso. Perché - per dirlo con parole semplici - «Cristo vive» e noi, da una vita che porta alla morte, con Lui siamo chiamati alla nuova vita che supera la morte. Alla fine l'inizio: la fine personale di Gesù Cristo in croce è diventata, grazie alla risurrezione, il suo vero inizio presso di noi. Il Cristo risorto è l'inizio della vita eterna, l'inizio del Regno di Dio e l'inizio della nuova creazione. Perciò è Cristo il futuro di Dio in persona presso di noi. Se vogliamo sapere se noi e il nostro mondo avremo un futuro dobbiamo guardare a Cristo: in lui diventiamo certi del futuro di Dio, qualsiasi cosa possa accadere.

Alla luce della sua risurrezione e nella forza del suo presente diciamo sì al futuro. Riconosciamo in Cristo la pienezza della vita nel mezzo di un mondo di morte. Percepiamo in Lui la redenzione dal male e l'inizio della vita buona. Vediamo in Lui la fine dell'abbandono di Dio da parte del mondo e l'inizio dell'eterna inabitazione dello Spirito vivente in tutte le cose. «E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi» (Ap 7,17): è ciò che ha inizio già oggi, se accettiamo i nostri dolori e le nostre preoccupazioni nella comunione con Cristo e non li rimuoviamo.

Nella luce della sua risurrezione ci coglie anche una speranza per chi non c'è più, non solo per i viventi, ma anche per i morti. Sulle pianure dei morti del passato sorge la luce della risurrezione e della vita: «di nuovo vivranno i tuoi morti» (Is 26,19). La speranza cristiana nella risurrezione è la speranza unica che si rivolge non solo a chi verrà, ma anche a chi non c'è più: i morti vivranno e noi con loro. Non dobbiamo solo essere in lutto per i morti, ma sapere che gioiremo con loro. Non dobbiamo seguire gli antenati, né temerli o onorarli, ma possiamo vivere con loro in una comunione di speranza: «felicità perenne splenderà sul loro capo» (Is 35,10).

3. I cristiani sono capaci di futuro. Ma di quale futuro? Come si può poi parlare di futuro, se non è ancora nemmeno cominciato? Come si possono raccontare gli avvenimenti che si approssimano, ma che non sono ancora affatto accaduti? Non si tratta di infondati desideri o di visioni angosciose e altrettanto infondate? Non è meglio dire, con Albert Camus: «Pensare lucidamente e non sperare in nulla»?

No, nella speranza cristiana non parliamo dei nostri desideri e delle nostre angosce, e nemmeno del futuro in sé. Parliamo di Gesù Cristo e del suo futuro. Noi ricordiamo la storia di Gesù Cristo: il suo venire in questo nostro mondo, la sua lieta novella del Regno di Dio per i poveri, i malati e i bambini, la sua sofferenza e la sua morte in croce - e la sua gloriosa risurrezione, con la pienezza della vita eterna che egli ha rivelato. La speranza cristiana nel futuro di Dio ha il suo saldo ancoraggio nel rendere presente la sua storia e la sua risurrezione. E nel mezzo della storia c'è la sua croce. La croce nella comunità di Cristo è la pietra dello scandalo per tutti gli spiriti utopici e apocalittici. Solo quel che ha consistenza davanti al volto del Cristo crocifisso è speranza cristiana. Con il segno della croce vengono infatti scacciati anche gli spiriti malati e maligni dai posseduti. Solo dietro la croce sul Golgota sorge il sole della risurrezione. Solo al di là della croce di Cristo spunta l'aurora del nuovo mondo di Dio. La speranza cristiana non è affatto ottimismo, che promette alle persone di successo giorni migliori. La fede in Cristo diffonde speranza laddove altrimenti non c'è più niente da sperare.

Il ricordo della storia di Cristo inaugura vasti orizzonti nel futuro della propria vita, del proprio popolo, della storia del mondo e della natura. Noi speriamo nella vita eterna non solo per le nostre anime, ma speriamo nel Regno di Dio anche per la storia umana. Speriamo anche nella redenzione della natura dalla sua transitorietà e dal suo caos.

Con le braccia della speranza cristiana abbracciamo il mondo intero e non diamo niente e nessuno per perduto. Siccome il Cristo risorto ha il suo futuro in Dio Egli non è soltanto il Redentore delle nostre anime, ma anche il Riconciliatore del cosmo. Dalla sua venuta ci attendiamo perciò la grande trasformazione del mondo «dal corpo corruttibile all'incorruttibilità e dal corpo mortale all'immortalità», come annuncia l'apostolo Paolo secondo l'esempio del profeta Isaia.

Cristo verrà, però noi facciamo esperienza della sua presenza già qui e ora nella parola del Vangelo e nello Spirito che ci rende vivi; noi facciamo esperienza della sua presenza già nel battesimo e nella comunione; noi facciamo esperienza della sua presenza in compagnia dei credenti e in compagnia dei poveri e dei malati. Più intensamente facciamo esperienza del fatto che Gesù vive e più chiamiamo «Maranatha, vieni Signore Gesù», vieni presto (Ap 22, 20).

L'attesa venuta di Gesù Cristo è espressa nel Nuovo Testamento con la parola greca "parusia", in latino "adventus" e in tedesco "Zukunft" (futuro). Con la parola Zukunft definiamo letteralmente ciò che ci viene incontro (zukommt), non ciò che viene afferrato nel suo divenire e trascorrere. Dal tempo della mia Teologia della speranza, uscita nel 1964, ho sostenuto che dobbiamo parlare del "futuro di Cristo" nel presente e non solo di un "ritorno" o di una "seconda venuta" di Cristo. Se sperassimo soltanto nel "ritorno di Cristo", come pensano in molti, Cristo allora non sarebbe qui, sarebbe scomparso e perduto, anche se per ritornare, un giorno. Allora potremmo chiudere le chiese e scrivere sui portoni: «II padrone di questa casa non è qui, ma torna presto». Evidentemente così non va. Se invece parliamo del "futuro di Gesù Cristo", allora Cristo per noi è già afferrato nel suo venirci incontro e il nostro intero presente è abbracciato dalla sua vicinanza: «Siate lieti. Il Signore è vicino» (Fil 4,4-5). Noi ci risvegliamo e apriamo tutti i nostri sensi al suo arrivo. Con il "futuro di Gesù Cristo" intendiamo un futuro che diventa già presente, senza perciò smettere di essere futuro. E intendiamo un presente che non diventa passato, come tutto ciò che viviamo nel tempo, bensì che dal suo futuro resta presente. Ciò non significa altro che lo Spirito Santo è il presente del Regno di Cristo che viene.

4. Resistenza e anticipazione sono virtù di coloro che sperano. Nella sofferenza, nelle delusioni, nei dolori e nelle preoccupazioni la speranza cristiana mostra la sua forza confortante e resistente.

È confortante resistere nei dolori e nelle preoccupazioni sapendo che questa non è la fine, ma che proprio lì c'è ancora qualcosa che viene. È incoraggiante non capitolare di fronte all'irrevocabile, ma restare saldi nella protesta. In forza della speranza non ci arrendiamo, ma rimaniamo inquieti e insoddisfatti in un mondo ingiusto e violento. Nessuna riconciliazione con il male! Nelle situazioni di sofferenza la grande tentazione è arrendersi. lo stesso ho corso questo rischio quale prigioniero di guerra della seconda guerra mondiale.

Le promesse di Dio che risvegliano la nostra speranza ci mettono spesso in contraddizione con le esperienze del nostro ambiente. Il nuovo mondo di Dio tanto sperato e il vecchio mondo di cui abbiamo esperienza, in cui viviamo e soffriamo, si contraddicono. In tali situazioni l'ombra della croce cade su di noi. Incominciamo a soffrire per un mondo ingiusto e violento, perché contraddiciamo l'ingiustizia e la violenza. Se non sperassimo in nulla, allora ci adatteremmo: il mondo è in fondo quel che è. Il fatto che non ci adattiamo e contraddiciamo è frutto dell'inestinguibile fiaccola della speranza che abita in noi.

In forza della speranza nel nuovo mondo di Dio gli ebrei e i cristiani oppressi hanno raccontato delle contro-storie sul corso di questo mondo. Si tratta delle storie di risurrezione del profeta Ezechiele, capitolo 37: guarda, qui è la pianura che era piena di ossa inaridite dei popoli passati - però ascolta, lì viene lo spirito di Dio che le risveglierà e riporterà i morti in vita. Perciò non arrenderti: la morte non ha l'ultima parola.

Ci sono le contro-immagini apocalittiche nella rivelazione di Giovanni della «grande prostituta Babilonia», che presto cadrà, e tutti sapevano che con questo si intendeva Roma e l'impero romano, che perseguitava ebrei e cristiani. L'immagine della «Gerusalemme celeste», che verrà sulla terra e avrà durata eterna è una contro-immagine della Roma imperiale, che si faceva celebrare come "città eterna".

Lo stesso titolo Signore nella confessione "Signore è Gesù Cristo" è un contro-titolo avverso ai potenti imperatori romani, che si facevano esaltare quali "signori del mondo".

L'annuncio di Dio nel nome del Cristo crocifisso è in queste condizioni un discorso sovversivo di Dio. Molti dominatori hanno percepito che la Bibbia per loro è un libro pericoloso, perché chiama alla resistenza, come hanno fatto i cristiani in Corea nel 1919. «Signore, nostro Dio, altri padroni, diversi da te, ci hanno dominato, ma noi te soltanto, il tuo nome invocheremo» (Is 26,13) [il tedesco citato si traduce letteralmente «noi solo in te speriamo», n.d.t.]: così diceva il popolo prigioniero a Babilonia rivolgendosi al Dio di Israele. Questo passo è stato molto amato nella Chiesa confessante durante la resistenza contro la dittatura nazista in Germania.

Nella vita della speranza non facciamo però solo esperienza di contraddizioni e di sofferenze, ma anche di segni premonitori e di anticipazioni. Non possiamo permetterci di dire che questo modo è malvagio e ritirarci alla vita privata, mentre possiamo «vincere il male con il bene», come consigliava Paolo nell'Epistola ai Romani 12, 21. Perciò dobbiamo intervenire nella vita politica e sociale del nostro popolo e lottare per la verità nella politica e per il diritto dei poveri; non con violenza, ma con metodi non violenti, come insegna la teologia Minjung (Corea del Sud). Questa era la speranza del movimento Social Gospel in America, questa era la speranza della teologia della liberazione in America Latina, questa era la speranza del movimento dei diritti civili negli Stati Uniti e questa è la speranza del movimento ecologico in Europa: «Un altro mondo è possibile».

Però prima di poter cambiare qualcosa in direzione del bene dobbiamo essere disposti a cambiare noi stessi. Lo Spirito della vita ci risveglia dal nostro egoismo, dalla nostra indifferenza verso gli altri. Sentiamo la passione per la vita e apriamo il nostro spirito e le nostre mani alla volontà di Dio. «I prodigi del mondo futuro», di cui parla la Lettera agli Ebrei 6,5, ci invitano ad agire.

Ci sono sempre situazioni nella vita che contraddicono la nuova vita in Dio. Possiamo superarle nella speranza che un giorno ce la faremo: «We shall overcome some day...».

Ci sono però anche situazioni che corrispondono al nuovo mondo di Dio e che sono segni premonitori della sua venuta. Sono le situazioni che dobbiamo incoraggiare e gustare.

Nelle situazioni che corrispondono a Dio regna la gioia, perché lì è la vita. Nelle situazioni che contraddicono Dio regna il terrore, perché lì la morte è minaccia reale.

Voglio mostrare la vita in quell'anticipazione del futuro di Dio che è stato il "sogno" annunciato da Martin Luther King nel 1963 - ormai più di 50 anni fa - a Washington e che è diventato il modello del movimento dei diritti civili per il superamento del razzismo bianco contro gli afroamericani neri negli Stati Uniti. Martin Luther King motivava spesso la sua speranza con questa frase:

«I have been on the top of the mountain,
I have seen the promised land»
[Sono stato sulla vetta della montagna, ho visto la terra promessa]

Qui c'è il suo sogno di speranza:

«lo ho un sogno, che un giorno questa nazione si leverà in piedi
e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni:
noi riteniamo ovvia questa verità,
che tutti gli uomini sono creati uguali.
lo ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia
i figli di coloro che un tempo furono schiavi
e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi,
sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.
lo ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata,
ogni collina e ogni montagna saranno umiliate,
e la gloria del Signore si mostrerà
e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno.
É questa la nostra speranza».
 
Con ciò pose la liberazione dei neri dal razzismo bianco nel contesto politico della dichiarazione d'indipendenza americana, secondo la quale «tutti gli uomini sono creati uguali»; neri e bianchi, donne e uomini, poveri e ricchi. E pose questa politica della giustizia nell'orizzonte profetico della gloria di Dio che viene: le valli devono essere innalzate, le montagne umiliate, pari opportunità di vita e parità nelle relazioni umane devono essere promosse e sostenute, affinché «tutta la carne» possa vedere insieme la gloria di Dio.

Martin Luther King comprendeva il movimento dei diritti civili come anticipazione di quel futuro di gloria del Signore, che deve accadere a tutti insieme in comunione.

Ciò corrisponde però all'appello del Consiglio Ecumenico delle Chiese di Uppsala del 1968:

«Sentiamo il grido di coloro che desiderano la pace. Gli affamati e gli oppressi chiedono giustizia. I disprezzati e gli svantaggiati pretendono la loro dignità umana. Milioni di persone sono in cerca del senso della loro vita. Con fiducia nella rinnovata forza di Dio vi incitiamo: prendete parte a quest'anticipazione del Regno di Dio, e rendete visibile già oggi qualcosa della nuova creazione che Cristo porterà a compimento nel suo giorno».
 
Significa pretendere troppo? No, nessun uomo dev'essere perfetto, ma ogni cristiano deve essere nella condizione di ricominciare, i fallimenti e le delusioni non sono un problema, si tratta piuttosto di cominciare di nuovo. I cristiani sono "iniziatori", si è detto, perché ogni domenica festeggiano la risurrezione di Cristo. Noi vediamo forse solo i piccoli inizi della vita nuova e facciamo solo i primi passi della pace, ma anche questo è abbastanza, perché Dio vede il compimento: «Sono persuaso che Colui il quale ha iniziato in voi quest'opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Gesù Cristo», scrive Paolo ai Filippesi (1,6). Quindi: il nostro compito è l'inizio, il compito di Dio è il compimento.

5. La speranza dei disperati. la fede ha bisogno, per vivere, della forza della speranza. La ragione umana riceve dalla speranza la vigilanza dei sensi e la forza creativa della loro immaginazione. Se questo è vero, allora la miseria dell'incredulità sta nella perdita di speranza e la ragione umana diventa irragionevole laddove non resta più nulla in cui sperare.

La mancanza di speranza è peccato o malattia? "Peccato" non è innanzitutto un errore morale, bensì - come dice la parola tedesca per peccato, "Sunde" - un isolamento (Absonderung) da Dio e dalla vita che è data da Dio. Dante scrisse nella sua Divina Commedia all'ingresso dell'Inferno «lasciate ogni speranza, o voi ch'entrate».

È vero anche il contrario: «Se abbandoni ogni speranza, sei all'ingresso dell'inferno».

Quanto la mancanza di speranza è un peccato contro Dio e contro la vita? Si dice spesso che l'origine di tutti i peccati sia la tracotanza, il voler essere come Dio. Ed è vero: l'arroganza del potere è la seduzione dei potenti. Ma questa è solo una faccia della verità. L'altra metà della triste verità è molto più diffusa: è l'indolenza dei cuori, la tristezza dei sensi, la mancanza di coraggio della volontà. Questa è la seduzione degli impotenti.

Dio ha elevato l'essere umano e gli ha spalancato la vista sulla libertà e sulla vastità - ma l'uomo resta indietro e si nega. Dio promette la nuova creazione di tutte le cose, ma l'essere umano crede che tutto resti vecchio. Dio si aspetta molto da noi, ma noi non abbiamo abbastanza fiducia in noi stessi. «Non tanto i nostri peccati, ma soprattutto la nostra disperazione ci condanna alla disgrazia», diceva già il padre della Chiesa Crisostomo. Ma cosa si può fare contro di essa? Ogni disperazione presuppone la speranza. Il dolore sta nel fatto che la speranza c'è, ma non trova strada per il suo compimento. Dove una speranza di vita viene delusa da qualsiasi punto di vista la speranza si rivolta contro gli uomini e li divora interiormente. «Ho cercato lavoro da tutte le parti e sono stato rifiutato da tutti. Allora sono arrivato a un punto in cui tutto mi è diventato indifferente», ha detto un giovane ladro di Berlino. Era sincero. Se non c'è alcuna prospettiva di vita che abbia un senso, gli uomini cercano l'autodistruzione attraverso l'alcool o le droghe. Oppure si danno alla violenza (all'insegna del motto): «Distruggi ciò che ti distrugge». Dove muore la speranza in una vita comune spesso si inizia ad uccidere.

Quando si cade in tale disperazione, perché le speranze di vita sono state deluse e non si trova più nessuna via d'uscita, è bene ricordarsi di Gesù. La sua anima nel giardino dei Getsemani non era «triste fino alla morte»? Gesù non era nella più piena disperazione quando egli morì in croce gridando: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Però Dio lo ha risvegliato dalla disperazione alla vita eterna. Dio ha elevato Gesù dall'inferno dell'abbandono di Dio al suo Regno eterno. Perciò in comunione con Cristo c'è anche speranza nella disperazione: «Anche nell'inferno tu ci sei». Lo credo di aver fatto esperienza, nella miseria della prigionia di guerra dopo la seconda guerra mondiale, sia della mancanza di speranza che della speranza di Gesù Cristo. Più tardi trovai una antica confessione di Aquileia, che dice: Tu es spes desperatis. Tu sei la speranza dei disperati.
 
In conclusione:
Il fondamento della speranza non è la fantasia e la ricerca di possibilità future, ma il nuovo inizio, l'inizio del Nuovo qui ed ora: incipit vita nova, inizia qui una nuova vita. Perciò il fondamento della speranza non è il lontano futuro, ma la nascita: con la nascita di un bimbo viene al mondo una nuova vita. Questo è un motivo per sperare. Con la rinascita a «una speranza viva», come si dice nella prima Epistola di Pietro (1,3), una vita vecchia, carica di colpe, torna ad essere giovane e nuova. Questo è il fondamento per una speranza più grande. E alla fine di questa vita inizia la vita eterna. Questo è il fondamento ultimo della speranza.

Nel 1911 il poeta francese Charles Peguy ha scritto una meravigliosa poesia. Si intitola Il portico del mistero della seconda virtù.

Paragona le tre virtù cristiane - fede, speranza e carità - a tre sorelle:

«La fede vede ciò che è,
nel tempo e nell'eternità.
La carità ama ciò che è,
nel tempo e nell'eternità.
La speranza però è colei che spinge in avanti ogni cosa.
La fede vede solo ciò che è,
la speranza però vede ciò che sarà.
La carità ama ciò che è,
lei però ama ciò che sarà.
La speranza vede ciò che non è ancora e che sarà,
ama ciò che non è ancora e che sarà
nel futuro del tempo e nell'eternità».
 
Perciò la speranza non dimentica:

«La piccola speranza avanza fra le due sorelle maggiori e su di lei nessuno volge lo sguardo. Sulla via della salvezza, sulla via carnale, sulla via accidentata della salvezza, sulla strada interminabile, sulla strada fra le sue due sorelle la piccola speranza avanza».

La mia confessione personale è:

Dum spiro - spero.
Fintanto che respiro - spero.



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