15/05/2026
608. I FRATELLI DI TIBHIRINE SONO STATI DEI MARTIRI? di Christian Salenson
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A trent’anni dalla loro morte, è legittimo chiedersi se i fratelli di Tibhirine siano stati martiri o vittime innocenti di un conflitto politico? Il sensus fidelium non ha esitato e li ha immediatamente riconosciuti come tali. Tutti i cristiani, unanimemente, hanno riconosciuto nella vita e nella tragica fine di questi uomini la testimonianza del martirio. […] Nel maggio 2000, durante le celebrazioni per il terzo millennio, nell’omaggio reso al Colosseo ai «testimoni della fede del XX secolo», i fratelli dell’Atlante sono stati citati nella lunga lista di coloro che hanno dato la loro vita a testimonianza della loro fede. E, nel 2018, i monaci sono stati beatificati a Orano, in Algeria. Di seguito, riportiamo le riflessioni di Christian Salenson, autore del libro Christian de Chergé, Una teologia della speranza (Brescia 2024).



 

Si può parlare di martirio?

Sono propriamente martiri? Secondo la teologia classica, «il martirio consiste nell’accettazione volontaria della morte per la fede in Cristo o per ogni altro atto di virtù riferito a Dio». Il fine del martirio, secondo san Tommaso d’Aquino, e la fede. Il martire e colui che rende testimonianza della fede a Cristo con la morte violenta che subisce. Peraltro, anche nell’islam, il martirio e testimonianza della fede. Christian de Chergé fa notare che in arabo, martiri si dice shuhadâ’ plurale di shahîd, dalla stessa radice di shahâda, la professione di fede musulmana. Gli e stato chiesto di abiurare alla loro fede? Chi può rispondere a queste domande? Invece, è possibile affermare che i monaci sono stati fedeli alla fede in Cristo e che è in questa fede che prende senso la loro fedeltà a un popolo, una terra, una chiesa, una comunità monastica.

De Chergé prende le distanze dal martirio della fede di cui critica gli eccessi e le possibili derive almeno su tre punti. Si può essere sorpresi o addirittura scioccati, dice, dall’arroganza di alcuni martiri di fronte ai loro giudici o ai loro persecutori, stupiti anche dalla loro «coscienza di essere puri», di adornarsi della completa innocenza, sorpresi infine dalla loro pretesa di conoscere il giudizio che dovranno subire nell’aldilà i loro persecutori! Infine, il martirio della fede può a volte tingersi di un certo integralismo, dice Christian. Questa critica del martirio della fede è tradizionale. «Non è permesso provocare il persecutore», dirà Tommaso d’Aquino. La tradizione cristiana ha sempre denunciato la provocazione, l’orgoglio:

«Non approviamo coloro che si costituiscono, poiché il vangelo non insegna così». «Ognuno deve essere pronto a confessare la propria fede, ma nessuno deve correre incontro al martirio», diceva Cipriano. Allo stesso modo, non bisogna irritare i pagani o provocarli: «Non è lecito insultare, oltraggiare le statue degli dei». «Se un cristiano ha infranto degli idoli ed è stato ucciso sul fatto, non sarà contato tra i martiri». La tradizione cristiana ha combattuto gli eccessi possibili di un martirio della fede quali l’orgoglio, l’arroganza o la pretesa.

 

In che cosa consiste il loro martirio?

I fratelli ebbero una coscienza viva di rischiare la morte violenta fin dagli eventi di Tamesguida e più chiaramente ancora dopo la visita dell’emiro Sayah Attiyah. Si è posta allora la questione di sapere che cosa dovevano fare e, in particolare, se dovessero allontanarsi, almeno per un tempo, da Notre dame dell’Atlante. L’abate generale dell’ordine cistercense, dom Bernardo Olivera aveva detto a Christian de Chergé: «L’ordine ha più bisogno di monaci che di martiri. Quindi dovete fare di tutto per evitare una fine drammatica che non servirebbe a nessuno». […] E Christian in uno dei capitoli ci fa conoscere la reazione del card. Duval: «Ho ancora nell’orecchio – dice – la risposta del cardinale dopo il natale del 1993. Alla domanda: “Cosa suggerite?” la risposta fu: “La costanza”». Il commento di Christian è chiaro: «costanza viene dal latino “cum-stare”. Si tratta quindi di resistere e di resistere insieme».

Le autorità di Médéa proposero ai monaci varie protezioni che rifiutarono. Essi presero il tempo della riflessione, decisero ciascuno personalmente di rimanere nel monastero e di accettare eventualmente il dono totale e brutale della loro vita. Si può affermare, senza rischio di errore, che essi si sono personalmente e collettivamente preparati al dono della loro vita nel martirio. Il diario personale di fratel Christophe è molto significativo delle paure da superare e delle difficoltà a vivere questo dono totale. Coloro che si sono avvicinati alla comunità hanno detto quanto negli ultimi tre anni la comunità stessa abbia cambiato fisionomia: si era rinsaldata e trasformata.

 

Le ragioni della loro scelta

Essi furono nell’impossibilità morale di lasciare il loro monastero, l’Algeria, i loro vicini, la chiesa locale. I monaci cistercensi pronunciano un voto di stabilità che li lega nel tempo alla loro comunità di elezione. Questo voto prese una nuova dimensione che includeva la fedeltà a un popolo, a dei vicini, dei conoscenti, degli amici musulmani, alla chiesa d’Algeria. La scelta dell’Algeria era per alcuni legata alla loro prima chiamata. Lasciare, sia pure per un certo periodo, il monastero o l’Algeria era loro quasi impossibile senza rinnegare la loro vocazione. I loro scritti lo testimoniano e il testamento di Christian de Chergé lo riassume con forza: «Vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia, ricordassero che la mia vita era data a Dio e a questo paese».

Fecero la scelta di rimanere: «Alla battuta del nostro abate generale che diceva che il nostro ordine ha più bisogno di monaci che di martiri, bisogna quindi rispondere che siamo veramente monaci continuando a vivere qui il mistero stesso del natale, del Dio vivente con gli uomini… ed esponendosi così, fin dalla mangiatoia, al massacro degli innocenti».

[…] 

 

La libertà del dono

La testimonianza nel dono della propria vita suppone che il dono sia vissuto in una reale libertà. «Io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso» (Gv 10,17-18), dice Cristo nel momento in cui la sua vita sta per essergli tolta. Il martirio dei monaci può essere riconosciuto come tale solo perché questi uomini, consapevolmente e per amore, sono rimasti sul posto. Facevano la scelta, in questa decisione, di dare liberamente la loro vita.

Così è per chi è chiamato a dare la propria vita quotidiana e si impegna nel dono della propria vita ai propri cari, a un coniuge, a figli, amici, vicini, compagni di strada, nella banalità del quotidiano – banale e ordinario come è stato per i fratelli il quotidiano ritmato da una vita monastica. La libertà è condizione necessaria per un’autentica testimonianza, per un vero dono della propria vita. Nessuna vita tolta, nessuna vita prestata, ma una vita liberamente donata!

 

L’iniziativa di Dio

Infine, un punto merita particolare attenzione. Il dono di sé, nella rivelazione cristiana, non è mai primo. Non è che secondo. L’iniziativa d’amore non viene dall’uomo, ma da Dio. Non è lui che ci ha amati per primo? Anche oggi, l’iniziativa in ogni vita spetta a Dio. Christian de Chergé ne è un’illustrazione sorprendente. Il dono che fa della sua vita è in risposta all’iniziativa di Dio. Gli è stato dato di riconoscerla attraverso il dono che Mohammed, la guardia campestre, ha fatto della propria vita. Questa osservazione non è una nota di dettaglio. Impegna la rappresentazione stessa che si fa del sacrificio in regime cristiano. Ciò che caratterizza il sacrificio cristiano, che l’eucaristia ci dona quotidianamente di celebrare, è proprio questo rovesciamento del sacrificio. Se nella storia dell’umanità il sacrificio è sempre consistito in un’iniziativa dell’uomo nei confronti di Dio e degli dei per ottenere benefici, il perdono o una protezione, il rovesciamento cristiano consiste nel fatto che ormai è Dio che si dona in sacrificio, l’unico sacrificio. È lui che, nel Figlio suo, si pone ai piedi degli uomini e lava loro i piedi. L’uomo potrà, se lo desidera e in grande libertà, rispondere a questo dono di Dio, per amore, donando egli stesso al Padre la propria vita, nell’amore dei fratelli, facendo un sacrificio di lode. Siamo qui nel cuore della testimonianza. Qui rivela la sua natura profonda. La testimonianza ha la sua sorgente in Dio. Dio dà un’incessante testimonianza di se stesso, nell’iniziativa che ha in ogni vita, per mezzo del suo Spirito. La sua testimonianza è veritiera. Quindi, quando qualcuno testimonia, di cosa testimonia, se la sua testimonianza è veritiera? Certamente non di una religione, né di se stesso, ma dell’amore primo di Dio. E lo testimonia in modo veritiero, non con discorsi, più o meno narcisistici, ma con il dono della sua vita.

 

La funzione profetica della chiesa

La missione della chiesa è sacramentale. Significa il dono che Dio ha fatto di se stesso nel suo Figlio. Questo dono continua oggi in ogni vita e molti rispondono a questo amore primo con il dono totale della loro vita nel quotidiano, a volte nella morte violenta di una vita donata per amore.

La chiesa intende che ogni dono totale, nell’ordinario del quotidiano o nello straordinario del martirio, configura colui che lo vive a Cristo stesso che si è donato per amore agli uomini. La costituzione pastorale Gaudium et spes, afferma al n. 22: «Associato al mistero pasquale e assimilato alla morte di Cristo, andrà incontro alla risurrezione confortato dalla speranza. E ciò non vale solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia. Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale (EV 1, 1388-1389).

La teologia dell’incontro delle religioni permette di approfondire quella che è la testimonianza. Non è riservata esclusivamente ai cristiani. Ogni uomo è chiamato dallo Spirito a rendere testimonianza a Cristo, anche se ignora perfino l’esistenza di Gesù di Nazaret. La chiesa ha la funzione sacramentale di significarlo. Lo celebra in particolare nell’eucaristia, sacramento del dono, mistero di alleanza della vita ricevuta e della vita donata, celebrata «per voi», ma anche… «per la moltitudine». La teologia dell’incontro delle religioni tiene lontana la chiesa dalle derive a cui si espone la nozione di testimonianza.



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