23/03/2020
455. GALILEO: FRA CHIESA E TELESCOPIO di George V. Coyne
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Il gesuita padre George V. Coyne, direttore della Specola Vaticana per quasi trent’anni (1978-2006), è morto l’11 febbraio 2020 a New York, dove era in cura per un tumore. Nominato da Giovanni Paolo II, ha modernizzato il ruolo della Specola nel mondo della scienza, accogliendo nel suo staff giovani astronomi gesuiti provenienti da tutto il mondo, includendo l’Africa, l’Asia e il Sud America. Una volta lasciato l’incarico di direttore, ha continuato a far parte dello staff della Specola Vaticana e ha prestato servizio come presidente della Vatican Observatory Foundation fino al 2011. Qui di seguito riportiamo un piccolo assaggio del suo testo, dal titolo: «L’interazione fra scienza e fede religiosa: alcuni momenti difficili», pubblicato nell’opera Esplorare l’universo, ultima delle periferie, che raccoglie i contributi dei membri dalla Specola Vaticana e di altri esperti del settore.

 

 

A cavallo fra il 1609 e il 1610, cioè durante l’ultimo anno passato all’Università di Padova, in quelli che lui stesso descriveva come «i migliori (diciotto) anni della sua vita», Galileo osservò sistematicamente il cielo con un cannocchiale.

Nelle prime ore o nelle prime notti di osservazione ovviamente non accadde nulla, perché la volta celeste è grande e varia. Ed è difficile ricostruire nel dettaglio il progredire delle osservazioni di Galileo. Ma dall’ottobre 1609 al gennaio 1610 tutto fa pensare che fosse completamente assorto nelle osservazioni con il cannocchiale. Dalla sua corrispondenza si viene a sapere che, per «questa grande impresa», aveva «passate la maggior parte delle notti di questo inverno più al sereno et al discoperto, che in camera o al fuoco». Furono ovviamente mesi di intensa attività, non solo al telescopio ma anche nel tentativo di assimilare e capire il significato di ciò che aveva osservato. La sua corrispondenza, di solito copiosa, si ridusse in modo significativo durante questi mesi; tuttavia sappiamo proprio da essa che egli continuava nei suoi tentativi di migliorare il suo cannocchiale, cosicché nel novembre 1609 riuscì a costruirne uno che ingrandiva di venti volte l’immagine.

A volte il suo stato emotivo traspare dalla sua corrispondenza. Il clima è evidente in una lettera del 30 gennaio 1610, alcune settimane dopo le osservazioni dei satelliti medicei di Giove, laddove dice: «Sì come sono di infinito stupore, così infinitamente rendo grazie a Dio, che si sia compiaciuto di far me solo primo osservatore di cosa ammiranda et tenuta a tutti i secoli occulta». Per Galileo devono essere stati i momenti più esaltanti di tutta la vita. Le osservazioni saranno accuratamente registrate nel Sidereus Nuncius ma lì prive, di necessità, di gran parte del loro contenuto emozionale. Quale deve essere stato, per esempio, lo stato mentale di Galileo quando osservò per la prima volta la Via Lattea in tutto il suo splendore: per la prima volta innumerevoli stelle viste una per una, macchie di luce e di tenebre intrecciate a formare un affascinante mosaico? In realtà, su tutto ciò non dirà molto di significativo dal punto di vista scientifico; e giustamente, visto che le sue osservazioni andavano ben oltre la capacità di comprendere. Poteva essere nonostante tutto ignorante, ma al contempo capace di meraviglia. 

Sarà molto acuto e intuitivo quando giungerà a percepire il significato delle sue osservazioni della Luna, delle macchie solari, delle fasi di Venere e, soprattutto, delle lune di Giove. I preconcetti degli aristotelici si stavano sbriciolando davanti ai suoi occhi. Era rimasto muto abbastanza a lungo, per più di tre mesi, a contemplare i cieli: era tempo di organizzare i suoi pensieri e di raccontare ciò che aveva visto e ciò che lui pensava che tutto questo significasse. Era ora di pubblicare! E lo fece velocemente. La data di pubblicazione del Sidereus Nuncius può essere fissata all’1 marzo 1610, meno di due mesi dopo la scoperta delle quattro lune più brillanti di Giove (i cosiddetti satelliti medicei) e a non più di cinque mesi da quando aveva puntato per la prima volta il cannocchiale verso il cielo. Con questa pubblicazione sia la scienza sia la visione scientifica dell’universo cambiavano per sempre, anche se Galileo avrebbe dovuto soffrire molto prima che questo processo arrivasse a completamento. Per la prima volta in più di duemila anni nuovi significativi dati osservativi erano stati messi a disposizione di chiunque fosse interessato a pensare non secondo preconcetti astratti, ma in obbedienza a ciò che l’universo aveva da dire su se stesso. All’orizzonte si profilava la scienza moderna e già si avvertivano i problemi che questo avrebbe provocato. Tutti sappiamo troppo bene quanto Galileo ebbe a soffrire in questo processo di nascita della scienza moderna. […]

Le evidenze osservative deponevano sempre più contro la filosofia naturale di Aristotele, che costituiva la base del sistema geocentrico. Anche se alla fine il sistema eliocentrico si sarebbe rivelato sbagliato, si doveva seguire l’evidenza scientifica. In quelle circostanze, a uno scienziato famoso come Galileo si sarebbe dovuto concedere di continuare le ricerche. Ciò fu impedito per decreto ufficiale della chiesa. Era una tragedia per Galileo, per la scienza e per la chiesa.

 

 



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