Le vacanze sono finite – e con esse un periodo che abbiamo atteso con ansia e che, per molti di noi, è stato all’insegna della gioia. Ma perché non dovrebbe essere possibile conservare questa gioia anche nella vita di tutti i giorni? Come atteggiamento e come modo di vivere che non dipenda da singoli momenti speciali? In questa intervista, apparsa nei giorni scorsi su Konradsblatt, Melanie Wolfers ci offre alcuni spunti su come dare più spazio alla gioia nelle nostre vite.

«Melanie, cosa vorresti che ci fosse scritto sulla tua lapide?» Mi è stata fatta questa domanda il 17 settembre 1998, durante un corso di formazione psicologico-spirituale. La mia risposta è stata: «Melanie Wolfers, 23 maggio 1971 – [data di morte]. Ha portato gioia nella vita della gente».
Non ho mai dimenticato né la domanda, né la mia risposta! [...]
Perché, innanzitutto, tutti noi vogliamo provare gioia. O almeno sentirci soddisfatti. Perché questo dona alla nostra vita splendore e leggerezza. La gioia rende la nostra vita degna di essere vissuta. Tutti noi viviamo per la prima e unica volta. Perciò dovremmo trarne il meglio, finché possiamo. Altrimenti, perché saremmo qui? E in secondo luogo: la gioia ha il potere di cambiare in meglio, in modo tangibile, la nostra esistenza e il mondo. La gioia rende più calorosi i nostri rapporti. La mente più lucida. Il cuore più aperto. È l’antidoto alla paura e ci permette di affrontare meglio le piccole e grandi sfide della vita. E possiede tutto il potenziale per rendere il nostro mondo un posto migliore!
Ma non è così semplice! Da un lato, nel nostro contesto culturale ci si aspetta che siamo sempre di buon umore, e noi per primi vogliamo essere soddisfatti. Dall’altro lato, però, la gioia spesso suscita anche disagio: ad esempio la paura che quel bel momento finisca. Oppure la sensazione, profondamente radicata, che la gioia non ci spetti, semplicemente perché non abbiamo ancora svolto del tutto il nostro dovere.
Vi suona familiare? Quelle frasi del tipo «se... allora», che legano la felicità e la soddisfazione a risultati precedenti? In questo caso, siete in buona compagnia. Molte persone, infatti, partono inconsciamente dal presupposto che la gioia vada meritata. Pensano di potersi rallegrare solo dopo aver fatto abbastanza, aver superato le difficoltà o aver provveduto a tutti. Proprio nello spirito del proverbio: «Prima il dovere, poi il piacere!»
Rimandare la gioia a un momento successivo sembra ragionevole e maturo. Ma se praticato per anni, questo atteggiamento ha conseguenze fatali. Da un lato, possiamo disimparare a provare gioia! Chi rimanda regolarmente la gioia, un giorno non sa più rispondere a queste domande: cosa mi rende davvero felice? Come ci si sente a provare leggerezza?
Molti allora non sanno più nemmeno cosa faccia loro bene, e la loro capacità di provare gioia si indebolisce. D’altra parte, la felicità viene procrastinata a data da destinarsi. Nella vita quotidiana succede così: «Quando il progetto sarà concluso, mi concederò un po’ di riposo» – ma non appena il progetto finisce, ne inizia subito un altro. E così la gioia rimane in attesa e non viene mai messa in lista. Rimandiamo la vita, anziché viverla.
La svolta decisiva avviene quando ci rendiamo conto del malinteso fondamentale sulla gioia: quando smettiamo di considerarla una ricompensa per gli sforzi precedenti e iniziamo a vederla come una bussola verso una vita che riteniamo davvero degna di essere vissuta. E quando ricordiamo a noi stessi e agli altri: la gioia non è un bonus che viene distribuito alla fine. È un segno della tua vitalità. È ciò che rende la vita vivibile.
Ma cosa può aiutarci a dare più spazio alla gioia nella vita? Cosa possiamo fare affinché la gioia non sia solo un’ospite occasionale, ma diventi parte integrante della nostra vita? Ecco quattro piccoli suggerimenti:
Tendere le mani alla gioia
La gioia tocca e coinvolge l’intera persona.
Essa plasma la nostra vita in tutte le sue dimensioni – ed è per questo che possiamo agire su diversi livelli. La gioia fisica è la forma più semplice e immediata di gioia. Nasce quando il nostro corpo riceve stimoli piacevoli: ad esempio attraverso un buon sonno, l’attività fisica, il buon cibo, il calore o il sesso. Quando i bisogni fisiologici vengono soddisfatti, ci si sente pieni di energia, a proprio agio, rilassati e pieni di vita.
In breve: vale la pena coinvolgere il corpo quando cerchiamo di raggiungere (più) gioia nella vita.
Fregare il cervello preistorico: pensare alla gratitudine
Il cervello umano tende a fissarsi sul negativo. Non c’è da stupirsi, dopotutto gli uomini primitivi, con un cervello sensibile ai pericoli, avevano maggiori possibilità di sopravvivenza. Ma l’attenzione sempre fissa su ciò che è stressante porta con sé un pessimo umore. Ciò significa che, per promuovere la gioia, è necessario opporsi attivamente alla distorsione negativa del nostro cervello preistorico. Il modo più efficace consiste nello sviluppare un atteggiamento di gratitudine.
La parola «gratitudine» risveglia ricordi spiacevoli in alcune persone. Forse da bambini è stato loro inculcato che quando si ricevono dei regali bisogna sempre dire «Grazie!», anche se i doni non erano stati graditi. Ma un atteggiamento grato non è semplice cortesia; è rivolgere l’attenzione al bene che c’è nella vita. Le persone grate riconoscono e apprezzano ciò che di buono c’è nelle loro vite: un libro divertente; i propri talenti; una persona che li ama… – tutti i doni che sono stati loro concessi. E proprio in questo risiede un elemento essenziale della gratitudine: il fatto di vivere qualcosa non come un dato di fatto, ma come un dono. Il fatto che qualcosa ci venga dato – gratuitamente.
Un atteggiamento di gratitudine rende più sensibili al bene e alle cose positive. Suscita in noi soddisfazione interiore e gioia anche nei momenti difficili. Ed è strettamente legato alla salute mentale.
Consiglio pratico – Una manciata di felicità: al mattino mettete una manciata di noci nella tasca sinistra dei pantaloni. Ogni volta che durante la giornata vivete qualcosa di bello – la risata di un bambino, una brezza rinfrescante, una parola gentile – una noce finisce nella vostra tasca destra. La sera fate passare queste noci una per una e richiamate brevemente alla memoria ogni singolo momento. Con questo esercizio affinate durante la giornata la vostra attenzione per le cose positive che incontrate. E grazie al ricordo serale potete rivivere con piacere quei momenti e abbandonarvi alla gioia che ne deriva.
Two is megl che one!
Dare gioia a qualcuno è una gioia. Fare del bene agli altri fa bene. La ricerca lo definisce l’effetto «warm glow», il «caldo bagliore» generato dal donare. Una parola gentile, ascoltare qualcuno, condividere qualcosa, dare una mano – questi piccoli gesti fanno bene agli altri e ci fanno sentire parte di qualcosa di più grande. Sentiamo di contribuire a una comunità e di alleviare le sofferenze altrui – e tutto ciò genera una soddisfazione che va oltre il momento.
Le scoperte della scienza moderna sul «warm glow» rispecchiano una saggezza che da millenni viene vissuta e insegnata nelle religioni. Compassione, solidarietà e senso di appartenenza sono precetti fondamentali e vie verso la realizzazione spirituale. Anzi, di più: la gioia che vi si trova è l’appagamento del desiderio spirituale. Nella Bibbia, il paradiso viene spesso descritto come un banchetto nuziale per simboleggiare la gioia e l’unione eterna tra Dio e l’umanità.
Al sicuro, sempre e comunque
Su di voi e su di me si riversa una quantità infinita di stimoli. Ma l’eccesso di stimoli fa sì che spesso non riusciamo più a entrare in risonanza con ciò che viviamo. Per usare l’immagine di uno strumento musicale: se la cassa di risonanza di un violoncello è piena di cianfrusaglie, non può più suonare. Allo stesso modo, la gioia nella nostra vita difficilmente può risuonare se è stipata di piani, progetti e impressioni. Ci vogliono tempo, spazio e apertura affinché uno sguardo amorevole o una frase incoraggiante possano raggiungerci e risvegliare in noi la gioia.
Da sempre il cristianesimo coltiva una cultura dell’ozio e della pausa – attraverso la preghiera, il silenzio e la celebrazione della domenica. Il teologo Johann Baptist Metz disse che l’interruzione è la definizione più breve di religione – trovo che sia una definizione molto azzeccata. Infatti, la vita religiosa mi interrompe ripetutamente e in modo salutare. Può strapparmi dal mio pensare sempre a me stessa – dalla mia paura, dalla mia preoccupazione o dalla mia frenesia – e aprirmi alla presenza di Qualcuno di più grande, in cui la mia vita è inserita.
Un’immagine meravigliosa di questa esperienza mistica si trova negli Atti degli Apostoli: nell’amore divino «viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (17,28). Ci muoviamo da sempre nello spazio dell’amore – e questo immerge noi e il mondo intero in una nuova luce. La paura si attenua.
Nasce la fiducia che, in ultima analisi, il mondo sia in equilibrio – anche se molte cose non hanno senso e rimangono incomprensibili. Da un punto di vista cristiano, la gioia trova il suo fondamento più profondo nell’esperienza di fede di trovare sicurezza in Dio. E nella speranza: niente e nessuno può cadere più in profondità che nelle mani di Dio. Una tale serenità del cuore non nega la sofferenza e il dolore. Li porta nel profondo.
Perché la gioia può salvare il mondo
Quando proviamo vera gioia per qualcosa, ciò suscita quasi in automatico stima, rispetto e cura. E il nostro comportamento cambia: chi prova gioia per la natura, è più propenso a proteggerla. Chi prova gioia nella comunità, agisce con maggiore solidarietà. È la somma di questi comportamenti quotidiani che produce un grande effetto. In questo senso, la gioia salva il mondo.
La cosa bella e incoraggiante è che il nostro migliore alleato è il mondo stesso: la Terra, che ogni primavera ci esorta a dare spazio alla gioia. E che, con ogni bambino che nasce, ci invita ad innamorarci della vita. E a difenderla.
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