15/08/2026
614. E FU COSI' CHE NICEA DIVENNE UN GIOCO DA TAVOLO di Anderson Fabián Santos Meza
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Nel 2025 sono caduti i 1700 anni dal concilio di Nicea, il primo concilio ecumenico della storia cristiana. Tra le tante iniziative dedicate all’anniversario – convegni, volumi, riletture patristiche – ce n’è una che difficilmente ci si aspetterebbe di trovare in una bibliografia teologica: un gioco da tavolo. Se ne occupa, nel fascicolo 3/2026 di Concilium dedicato alle teologie del corpo, il teologo Anderson Fabián Santos Meza, dottorando alla Pontificia Universidad Javeriana di Bogotá. Ne proponiamo qui una sintesi per i lettori del blog; il testo integrale resta naturalmente nella rivista, che proprio in questi giorni viene distribuita agli abbonati e resa disponibile ai lettori.


 

Come funziona il gioco

Si intitola semplicemente Nicaea. Lo ha ideato Amabel Holland, game designer statunitense, e lo pubblica la piccola casa specializzata Hollandspiele, che lo presenta apertamente come uno sfottò affettuoso rivolto al concilio. Attorno al tavolo siedono da quattro a sei giocatori, ciascuno nei panni di un vescovo. Il tabellone propone cinque dispute dottrinali – la principale riguarda la sostanza di Cristo – e per ciascuna i giocatori comprano, a turno, carte a sostegno dell’una o dell’altra posizione. Quando una delle due raggiunge la quarta carta, viene dichiarata ortodossa; l’altra resta eterodossa e non vale più nulla.

C’è però una regola che ribalta la logica della maggioranza. Il giocatore che ha totalizzato meno punti, se nel frattempo ha accumulato abbastanza influenza, può innescare uno scisma: rifiuta l’esito del concilio e si porta via, letteralmente, un pacchetto di vescovi. È una mossa rara e difficile da realizzare, ma proprio per questo memorabile. Ricorda, con la leggerezza di un tabellone, un dato storicamente fondato: Costantino convocò il concilio soprattutto per ragioni di unità imperiale. E il consenso raggiunto a Nicea, come ha scritto lo storico Jaroslav Pelikan, fu nei fatti assai meno compatto di quanto la memoria successiva abbia lasciato credere.

Una partita, tra IV secolo e presente

Santos Meza racconta anche una partita giocata realmente, una sera, in compagnia di amici, con un bicchiere di vino e qualcosa da mangiare in tavola. Le carte mettono di fronte ai giocatori l’argomento homousiano – il Figlio è della stessa sostanza del Padre – e quello homoiousiano, che parla invece di una sostanza simile, ma non identica: nel greco originale la differenza sta tutta in una vocale, la celebre iota che separa homoousios da homoiousios.

Attorno al tavolo, la disputa del IV secolo finisce per intrecciarsi con una domanda più ampia: quanto spazio lascia una definizione pensata per valere sempre e per tutti, a chi non coincide perfettamente con la norma? Sono, in fondo, le stesse domande che la teologia si pone ogni volta che riflette su chi, nella storia concreta delle comunità cristiane, si è sentito meno pienamente incluso. Verso la fine della partita raccontata da Santos Meza è proprio la giocatrice rimasta più indietro nel punteggio a invocare la regola dello scisma: nel gioco è solo una mossa strategica, ma nel racconto diventa anche un modo per dire che chi non si sente pienamente accolto da una comunità può, a un certo punto, scegliere altrove la propria strada.

Un invito a riprendere in mano il Credo

Nella parte conclusiva dell’articolo, Santos Meza riprende una domanda formulata dal biblista Gerald West, rivolta a ogni comunità cristiana: se foste stati presenti a Nicea, che cosa avreste voluto aggiungere al Credo? È un modo di prendere sul serio il Credo: chiedersi chi non era nella sala quando quelle parole furono scelte, e come la tradizione possa continuare a essere abitata oggi con la stessa responsabilità con cui fu formulata allora.

Che un anniversario come questo abbia prodotto, accanto a convegni e volumi accademici, anche un gioco da tavolo, dice qualcosa su Nicea: a 1700 anni di distanza, il concilio non ha ancora smesso di far discutere.

 



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