03/06/2019
432. DONNE E SINODALITÀ: QUESTIONI APERTE NELL'ATTUAZIONE DEL VATICANO II Un colloquio con Peter Hünermann di Agathe Lukassek
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Ha da poco compiuto novant’anni: Peter Hünermann, teologo di grande notorietà internazionale, docente emerito di dogmatica a Tubinga, ha sempre fatto sentire la propria voce a favore delle riforme nella chiesa, ben consapevole che esse possono essere attuate solo un passo alla volta e dopo attenta riflessione. Il prof. Hünermann, collaboratore della rivista Concilium da lunga data, ha scritto per esempio nel 2013 a proposito di riforma della curia romana e nel 2015 a proposito di libertà della scienza teologica nei riguardi del magistero romano. Presentiamo qui una nostra traduzione di una parte dell’intervista recentemente concessa dal prof. Hünermann a Katholisch.de.

 

 

D: Se ci si confronta con il passato, la chiesa vive oggi una profonda crisi. Quanto o quanto poco è stato attuato il concilio?

R: Il Vaticano II ha senza dubbio portato una svolta decisiva, ma sotto forma di programma. Documenti conciliari quali Lumen gentium e Gaudium et spes hanno aperto nuove prospettive, ma non è facile concretizzarle: vanno tradotte in una molteplicità di situazioni concrete nella chiesa. A cinquant’anni di distanza, siamo ancora dinanzi alla grande sfida di elaborare e implementare quelle prospettive. Per esempio, ci sono voluti vent’anni per il nuovo Codice di diritto canonico. Analogo discorso per il ruolo delle donne nella chiesa: verso la metà degli anni Settanta mi trovavo in una commissione di studio e vi furono alcuni miglioramenti, ma le cose vanno avanti lentamente. La chiesa è come una gigantesca nave con tutti i suoi diversi contesti culturali e sfaccettature. Lo vediamo tutti quanto difficili siano questi processi di cambiamento.

 

D: Lei si è sempre schierato a favore delle riforme, per esempio con la cosiddetta Dichiarazione di Colonia nel 1989. Perché?

R: Il motivo di fondo fu che dopo l’enciclica Humanae vitae da Roma veniva la forte sollecitazione al divieto totale dei mezzi di contraccezione, in particolare con il pontificato di Giovanni Paolo II. In Germania avevamo dei moralisti molto responsabili, e si sentivano parecchio sotto pressione. Nelle Facoltà diverse cattedre non poterono essere occupate per diversi anni, perché taluni moralisti non sottoscrivevano apertamente quell’enciclica. Ecco perché i teologi hanno redatto la Dichiarazione di Colonia. Avevo suggerito dei cambiamenti, ma non c’era tempo di farli prima della pubblicazione e quindi firmai la Dichiarazione così com’era. Per far capire all’opinione pubblica quale fosse il motivo alla base del documento e quali fossero le conseguenze che temevamo, scrissi una lettera aperta al presidente della Conferenza episcopale tedesca, allora Karl Lehmann, che aveva difeso la Dichiarazione con diplomazia. Quella lettera ebbe una forte eco, fino a Roma; il card. Ratzinger ne fu molto colpito, considerandola come un attacco al papato.

 

D: Come proseguì la vicenda con il cardinale?

R: Quasi in contemporanea con la Dichiarazione di Colonia, venne fondata l’Associazione europea di teologia cattolica (AETC). Mi fu chiesto di redigere lo statuto e poi venni eletto presidente. Allora Karl Lehmann mi disse che sarei dovuto andare a Roma per informare il card. Ratzinger e illustrargli l’iniziativa. Ratzinger mi diede appuntamento. Era il Mercoledì delle ceneri, ricordo. Entrando nella stanza presso la Congregazione per la dottrina della fede, mi disse: «E così, signor Hünermann, lei ora è presidente dell’Internazionale socialista». Ho tagliato corto e ribattuto di essere stato eletto presidente dell’AETC e di avergli mandato lo statuto. «È la stessa cosa», disse, e si buttò in un monologo sulle condizioni della teologia morale. Fu terribile. Fece il nome di alcuni teologi e parlò di loro in un modo che mi lasciò sgomento. Alla fine lo interruppi e chiesi: «Eminenza, crede davvero in quel che sta dicendo?». È stata un’esperienza tremenda e da allora sono finito nel dimenticatoio.

 

D: Cambiando argomento: nel 2016 è stato chiesto a papa Francesco di indagare sulla possibilità dell’ammissione delle donne al diaconato da una prospettiva storica. Le è a conoscenza dei risultati di questo recente esame?

R: L’opinione della Commissione di studio non è ancora stata resa pubblica. Basandomi sulle dichiarazioni dei membri della Commissione, ho l’impressione che la conclusione sia che non è possibile rispondere alla domanda [da una prospettiva puramente storica, NdR]. Il fatto che il pontefice sia in possesso di questa conclusione da mesi è secondo me segno che probabilmente non concorda neppure lui con questa posizione. Nella chiesa orientale il diaconato femminile è da secoli un dato certo. Di recente, le chiese orientali hanno ripreso questa tradizione. Pertanto non capisco come si possa ragionevolmente sostenere l’impossibilità della partecipazione al ministero per le donne. Il diaconato è un ruolo ministeriale essenziale, che attiene alla missione della chiesa. Benedetto XVI ha affermato con chiarezza in Deus caritas est che si tratta di una missione comune della chiesa. C’è bisogno di persone formate per rendere partecipe la comunità di questa dimensione di servizio – diaconale – della chiesa e per farne continuamente memoria.

Le differenze nella chiesa mondiale devono essere notate: in Amazzonia per esempio, dove si vede un prete forse una volta all’anno, e sono delle coppie a guidare le comunità, la domanda s’impone: perché questa possibilità è data solo agli uomini per l’imposizione delle mani? Il tema è sentito anche in Europa: l’80 o addirittura il 90% delle attività caritative è svolto da donne.

 

D: Quando papa Francesco ha iniziato a parlare di sinodalità nella chiesa, lei ha ricordato che il tema non è affatto nuovo…

R: Penso che il tema della sinodalità sia estremamente urgente. Peraltro, ha una lunga tradizione: fino al XVIII secolo vi era a Roma un concistoro permanente che consigliava il pontefice e in seno al quale venivano prese le decisioni generali sugli orientamenti ecclesiali. Anche a livello diocesano non c’era solo il vescovo a decidere: per secoli egli fu coadiuvato da un gruppo di canonici. In epoca moderna questa prassi si è molto ridotta e oggi non è più così. Sono però convinto che oggigiorno una persona non possa gestire da sola un grande apparato, quale è una diocesi. In tutti i settori della società abbiamo degli organismi collegiali specifici per le questioni più importanti. Nella chiesa non è diverso e non è mai stato diverso. Ma introdurre qualcosa del genere è difficile.

 

D: Quale è lo stato attuale delle cose? Lei spera che negli anni a venire la chiesa diventi più sinodale?

R: Nel nuovo Codice di diritto canonico del 1983 è individuato il principio secondo cui il vescovo decide e gli altri possono solo consigliare. Finché ci si attiene a questa determinazione e non s’introduce una nuova norma, la sinodalità non farà passi in avanti. Come, poi, si possa attuare questa sinodalità è una domanda difficile, che dipende molto dalle situazioni particolari delle diocesi e delle conferenze episcopali locali. Si tratta a mio avviso di trovare un nuovo equilibrio di potere, e nella chiesa questo non avviene per suffragio universale come in politica. Non ci sono soluzioni rapide quando si elaborano dei modelli per la chiesa. Si può enunciare il principio sinodale, ma poi va intrapreso un lungo processo di dialogo per realizzarlo concretamente.

 

 

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