08/06/2005
51. Dittatura dei geni? di Rosino Gibellini
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“Dittatura dei geni?”. È la domanda provocatoria, che si pongono filososi e teologi di fronte alla genetica, che si sta imponendo con la sua problematica in medicina, in agricoltura, in ecologia, e in molti ambiti della tecno-scienza contemporanea.

La genetica si è imposta con la medicina della riproduzione (1978), con la clonazione mediante transfer del nucleo (1997, il caso della pecora “Dolly”), con l’esplorazione del genoma umano (2000). L’accelerazione dei progressi tecno-scientifici della genetica ha portato a una visione eugenetica del mondo, rappresentata dal celebre genetista James Watson, che esclude solo una “eugenetica statale coercitiva”, quale era stata praticata dalla Germania hitleriana, ma si dichiara favorevole a una eugenetica positiva, che alleva e pianifica gli embrioni migliori. L’eugenetica positiva si distingue da una eugenetica negativa, che si propone di intervenire sull’embrione solo per evitare malattie.

La domanda suona: quando ha inizio l’essere umano? Le risposte sono varie: si va dalla risposta che l’embrione (ovulo fecondato) è già essere umano vivente, alla risposta che l’essere umano vivente appare dopo il 14° giorno, alla risposta che l’essere umano vivente è tale solo a partire dalla nascita.

Il dibattito etico, in campo cristiano, non può partire da testi biblici, i quali ignorano il problema. Opportunamente si citano due testi biblici, che appaiono contraddittori. Il Salmo 22 (10.11) recita: «Sei tu che mi hai tratto dal grembo [di mia madre…] dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio», da cui si potrebbe dedurre che noi siamo esseri umani solo dalla nascita in poi. Ma il Salmo 51,7 recita: «Ecco, nella colpa sono stato concepito», da cui si potrebbe dedurre che noi siamo esseri umani a partire dal nostro concepimento. Il dibattito etico, in campo cristiano, dovrà partire da un’antropologia cristiana, e cioè da una concezione dell’essere umano, che è fatto a immagine e somiglianza di Dio. Ma l’etica cristiana è chiamata a tradurre questa visione teologica in termini di etica comunicabile, e tale è un’etica della dignità umana, per la quale l’essere umano non può mai essere mezzo, ma è sempre fine, secondo il grande enunciato di Kant. L’etica della dignità va oltre l’etica degli interessi del biomercato e della biopolitica.

Di nuovo sorge la domanda: quando inizia l’essere umano? Il teologo di Tubinga Dietmar Mieth, già membro della Commissione Etica dell’Unione Europea (1994-2001) ha esposto bene il dibattito, quale si è svolto a livello ONU e soprattutto a livello di Unione Europea, arrivando alla conclusione che un principio etico sicuro e ben fondato afferma che l’embrione o ovulo fecondato è già un “essere umano (human being) vivente”. Non necessariamente si deve introdurre per l’embrione la qualifica di “persona”; né introdurre il concetto di “anima”, e chiedersi quando è presente l’anima umana, - come ha fatto il dibattito italiano, ecclesiastico e laico. È sufficiente, e già decisivo, affermare che l’ovulo fecondato è un essere umano iniziale, essere umano in via di sviluppo, e non semplice “materiale biologico”.

Scrive Dietmar Mieth: «L’embrione rimane la forma non ancora sviluppata dell’essere umano vivente, da cui mi sono sviluppato. Esso mi racchiude già in nuce, in una figura potenziale. […]. Io ero perciò nell’embrione, ma l’embrione non era ancora me. L’embrione è chiaramente (dopo la fecondazione) qualcosa di più del rispettivo ovulo e della rispettiva cellula seminale (sperma), e rimane il gradino decisivo sulla via verso di me. […] Questo giustifica la distinzione tra l’essere umano vivente, che mi prepara, e la persona, che io sono; tra la potenza e l’attualità progressiva. Però questo non giustifica l’esclusione dell’embrione iniziale dalla partecipazione ai diritti prospettici della mia persona. Includerlo nel fatto che i diritti prospettici della mia persona si estendono preventivamente a lui significa farlo, nella sua qualità di essere umano vivente, anche il destinatario di doveri di solidarietà». E la teologa irlandese Maureen Junker-Kenny della rivista internazionale di teologia Concilium, su questa stessa linea afferma: «Gli embrioni umani non si sviluppano fino a diventare esseri umani, ma in quanto esseri umani».

È questo il principio di una bioetica, che pone i necessari limiti al biomercato, alla biopolitica, e alla fattibilità della biotecnica; ma, insieme, un valido e affidabile punto di riferimento per un dialogo culturale alla ricerca di una condivisa etica della dignità umana.




Testi di riferimento


Eberhard Schockenhoff, Etica della vita. Un compendio teologico, Queriniana 1997
(Biblioteca di teologia contemporanea 91)


Dietmar Mieth, Che cosa vogliamo potere? Etica nell’epoca della biotecnica, Queriniana 2003
(Biblioteca di teologia contemporanea 127)


Dietmar Mieth, La dittatura dei geni. La biotecnica tra fattibilità e dignità umana, Queriniana 2003
(Giornale di teologia 294)


Mareen Junker-Kenny - Lisa Sowle Cahill (edd.), L’etica dell’ingegneria genetica, in Concilium 2/1998



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