10/08/2020
466. DA HOSTIS A HOSPES? L'ACCOGLIENZA COME NOVITA'... ANTICA 8 domande a... Marco Dal Corso, Teologia dell'ospitalità
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Proponiamo di seguito una nostra intervista a Marco Dal Corso, curatore dell’opera a più mani Teologia dell’ospitalità (BTC 196). Un libro impegnato a far capire che la diversità è ricchezza e che non bisogna privarsi della forza spirituale delle diverse tradizioni religiose e culturali. Poiché esistere, prima che un diritto, è un debito; un debito che si estingue diventando persone a nostra volta ospitali. Buona lettura!

 

 1. Perché nasce questo volume? Come si sviluppa l’idea?

La storia del volume è presto detta. È quella di un gruppo di ricerca costituitosi presso l’Istituto di Studi Ecumenici «San Bernardino» di Venezia nel 2016, raccogliendo l’invito alla riflessione avviato ancora qualche anno prima con il libro L’ospitalità come principio ecumenico, firmato da me assieme all’amico e collega Placido Sgroi. Dopo la pubblicazione di quel volume, hanno fatto seguito alcuni corsi accademici all’interno della proposta annuale per il percorso di licenza in teologia con specializzazione in studi ecumenici. Opera e corsi sono stati, così, un primo laboratorio per “testare” la pertinenza – concettuale, oltre che pratica – della cifra dell’ospitalità nel campo del dialogo. Il progetto di ricerca (2016-2019), che ha coinvolto una quindicina circa tra teologi e animatori pastorali, si è proposto, così, di raccogliere e far maturare le riflessioni sul tema in chiave interdisciplinare (oltre che ecumenica e interreligiosa) in vista dell’opera che ora è stata pubblicata. Rimane vero che il progetto e la sua pubblicazione sono debitori a quella “scuola del dialogo” che è stato e continua ad essere l’Istituto di Studi Ecumenici di Venezia. Lì abbiamo imparato il dialogo come “metodo di studio” e il dialogo come «ermeneutica teologica contestuale» (così come ha definito il dialogo papa Francesco nel discorso tenuto a Napoli, a margine di un convegno della Pontificio Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, il 21 giugno 2019).

 
2. In quale rapporto sta e quale contributo può offrire questa opera nell’attuale contesto, sia teologico, sia ecclesiale, sia più in generale civile e culturale?

La rilevanza dell’opera è direttamente collegata con la crisi civile e culturale che una società sempre più inospitale (almeno secondo una narrazione dominante) esprime, ma anche tenta di rispondere alla crisi del dialogo che le comunità ecclesiali sembrano vivere. I paradigmi teologici come quelli culturali sembrano “bloccati” dal richiamo identitario, paventando nel dialogo o il rischio di un pericoloso relativismo o una minaccia all’identità “tribale” che presto potrebbe soccombere se non difesa. L’opera vuole, allora, introdurre la cifra dell’ospitalità sia come altro paradigma per pensare i rapporti umani sia come altra logica per il dialogo interculturale e interreligioso.

 
3. Dove punta il libro? Cioè: a chi si rivolge, innanzitutto, e quali prospettive nuove apre, cosa ambisce a dire di nuovo?

La novità del libro è… antica. Se, come ci ricorda papa Francesco, il rinnovamento della teologia comporta l’impegno di rivisitare e reinterrogare continuamente la tradizione, diventa vero, allora, che l’ospitalità, valore e pratica tradizionale di tante culture, interpella il presente e ci preserva dalla tentazione della chiusura identitaria dentro e fuori le chiese. Il libro si rivolge, quindi, in primis ai cultori della teologia, ma anche agli operatori della pastorale così come a coloro che sono impegnati nel campo dell’accoglienza. Ad essi lo studio presentato nel libro ricorda che abitiamo un mondo nuovo che chiede una diversa autocomprensione di sé e della propria religione se vogliamo favorire la convivenza tra diversi; ricorda che viviamo un momento di svolta che chiede di superare le forme storiche ereditate dal passato anche in ordine alla teologia e alla pastorale. Impegna a far capire che la diversità è ricchezza e a non privarsi della forza spirituale delle diverse tradizioni religiose e culturali. Infine, il libro vuole essere anche un contributo tipico della teologia pubblica, quella teologia, cioè, che si pensa a servizio della crescita spirituale e culturale della città che abitiamo. Così come chiede, del resto, Veritatis gaudium quando parla di teologia interdisciplinare e in rete, oltre che di teologia dell’accoglienza e dell’ascolto.

 
4. Se dovesse riassumere il messaggio del libro in una frase, una sorta di slogan, quale sarebbe?

Una frase che possa riassumere la ricerca dell’intero volume potrebbe essere: esistere, prima che un diritto, è un debito; un debito che si estingue diventando persone a nostra volta ospitali. E cioè: siamo perché ospitati (anche se la qualità di tale ospitalità non è sempre quella richiesta) e diventiamo perché ospitali (anche se spesso neghiamo la disponibilità ad accogliere).

 
5. Con quale personaggio, del presente o del passato, le piacerebbe discutere delle tematiche che il testo affronta? Cosa si aspetta che ne sortirebbe?

Di ospitalità, sue pratiche e suo pensiero, sarebbe interessante parlare con Abramo, invitato ad uscire dalla sua terra natale, quando all’ombra delle querce di Mamre accoglie gli stranieri presso la sua tenda. Così come mettersi ad ascoltare il pio ebreo consapevole, come ci ha insegnato Rosenzweig: se si è persone ospitali si collabora alla redenzione. Perché non solo l’uomo è alla ricerca di Dio, ma anche Dio è alla ricerca dell’uomo, come scrive Heschel: e allora l’ospitalità oltre che redentiva è anche rivelativa. Come pure sarebbe interessante mettersi ad ascoltare il fedele musulmano che sa che la vera pietà è quella verso «il figlio della strada» come recita la sura 2,17, cioè verso lo straniero, l’ospite. C’è una legge dell’ospitalità nella ermeneutica spirituale del Corano che gode di una priorità: il primato etico su quella giuridico e razionale. E, infine, a capire meglio l’ospitalità ci potrebbero aiutare i mondi orientali: quello hinduista che ospita al suo interno le diverse vie e sensibilità spirituali e quello buddhista quando ci ricorda che gli altri sono parte della propria autocomprensione. Secondo il praticante buddhista occorre, infatti, accogliere gli altri per completare il cammino verso il nirvana. Ne sortirebbe allora una vera e propria teologia interreligiosa dell’ospitalità. 

 
6. Quale è il senso della dedica del libro? Ha dei ricordi personali in merito da raccontare?

Il volume è dedicato all’amico e teologo Placido Sgroi che l’ospitalità l’ha vissuta e praticata. Mi piace qui ricordare una delle tante cose scritte in occasione della sua morte (24 marzo 2018): «Quelli di Placido sono stati una vita e un pensiero appassionati. Molto di più dello stupore, le tante ricerche avviate – dai temi di tipo ermeneutico a quelli etici, dalla discussione di genere a quella sull’ospitalità – sono state mosse non tanto dalla domanda filosofica per eccellenza (“Perché l’essere piuttosto che il nulla?”), ma dalla domanda esistenziale e per questo profondamente biblica: “Perché l’amore resiste?”. Dedicare il libro a Placido è stata una maniera che l’intero gruppo di ricerca ha condiviso per provare a sdebitarsi con lui.


7. Autorevoli esponenti politici, anche al governo del Paese, stigmatizzano come “buonismo” l’apertura e l’accoglienza dell’altro; lamentano scarso senso pratico da parte di chi propugna l’ospitalità (spesso in termini di “lontananza dal popolo”); cavalcano e fomentano motivi – veri o presunti – di malcontento di fronte a una immigrazione incontrollata dal Sud del mondo. Lei come risponderebbe a queste accuse o provocazioni?

Se solo per un attimo provassimo ad uscire dal gioco delle parti (che al “buonista” vuol far corrispondere il “cattivista” e ancora meglio all’ingenuo e “lontano dal popolo” vuol contrapporre il realista che “sente il popolo”), forse potremmo riscoprire la cifra dell’ospitalità non solo come rivolta agli altri, ma anche a se stessi. Se ospite significa contemporaneamente colui che ospita e colui che viene ospitato, la rinuncia all’ospitalità oltre che dramma per chi non è accolto, si presenta come una rinuncia alla mia umanità. Dice di me e non solo dell’altro. Il dialogo e con esso l’ospitalità sono, prima che pratiche, paradigmi con cui oriento le sorti non solo degli altri, ma anche di me, della mia comunità. La diversità così come il rispetto, la fratellanza e la convivenza pacifica non hanno bisogno solo di pratiche (magari da lasciare ai “buonisti”), ma prima ancora di pensieri (che interessano tutti): occorre pensarsi in modo diverso. In fondo, occorre essere onesti con la propria vita: sono perché sono stato ospitato. Poi certo c’è un piano politico del tema così come un governo delle pratiche di accoglienza che si pongono su di un piano diverso da quello della riflessione etica e teologica che il volume propone. Rimane vero, però, che come diceva Derrida le “leggi dell’ospitalità” devono continuamente rifarsi alla “legge dell’ospitalità” iscritta nelle coscienze prima che nel diritto.


8. Su quale argomento le piacerebbe scrivere (o le sembra più necessario scrivere), in futuro?

Se è la “pentecoste teologica” quella che siamo chiamati a vivere, come dice Francesco, allora credo che lo sviluppo della riflessione possa essere quello, già introdotto come uno degli obiettivi della presente opera, della “teologia pubblica”. Non un altro tema, ma un diverso “stile” di fare teologia: ecumenico, interreligioso, interculturale, aperto ai temi della città. Su questa ricerca (in realtà avviata da anni in altri contesti teologici internazionali) si potrà misurare il lavoro di un altro gruppo di ricerca che stiamo pensando di avviare presso l’ISE. Un contributo della teologia per la società che viene.




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