18/02/2022
504. COS'HA DI SUO DA OFFRIRE AGLI ALTRI IL CRISTIANESIMO? di Catherine Cornille
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Per mettersi a dialogare seriamente con un altro occorrono alcuni presupposti. Occorre per esempio basarsi su una certa conoscenza di sé e sulla consapevolezza del contributo che si può portare al dialogo stesso, rimanendo comunque aperti a ciò che si può imparare dagli altri. D’altro canto, però, è proprio l’atto di dialogare con l’altro che costituisce uno dei percorsi più istruttivi o rivelatori per la conoscenza di sé: spesso infatti, confrontandosi, si diventa più chiaramente consapevoli della propria specificità o peculiarità. Dagli occhi di un altro si vede meglio se stessi!
Questo avviene anche nel dialogo interreligioso: il processo di rilevamento della propria specificità attraverso lo sguardo critico di praticanti di altre religioni può fare luce su caratteristiche distintive – sia positive sia negative – prima date per scontate o non tematizzate a sufficienza. In un suo articolo sul prossimo fascicolo di Concilium, di cui qui offriamo un breve estratto, la studiosa americana di teologia comparata, Catherine Cornille, si concentra sui tratti distintivi del cristianesimo che, rispetto all’hinduismo e al buddhismo, sono più spesso percepiti come fonte di ispirazione.

 

 

 

Una delle caratteristiche della teologia cristiana in Asia è il dialogo con le altre tradizioni religiose. I teologi asiatici hanno infatti contribuito in modo importantealla riflessione sul dialogo interreligioso. Gran parte del dialogo teologico degli ultimi decenni si è concentrato su ciò che il cristianesimo può imparare da altre tradizioni religiose: alla luce della storia del trionfalismo cristiano e della presunzione aprioristica della radicale superiorità del cristianesimo, si è posta minore attenzione alla specificità degli insegnamenti e delle pratiche cristiane. Alcuni teologi cristiani indiani, però, pur adottando un atteggiamento più pluralista nei confronti di tutte le religioni, si sono anche cimentati in una riflessione sulla particolarità del cristianesimo in relazione all’hinduismo.

Mi concentrerò qui in particolare sugli scritti di George Soares-Prabhu (1929-1995) che ha contribuito in modo importante allo sviluppo dell’ermeneutica cristiana indiana. Egli parte da un approccio aperto e pluralistico alle altre religioni. Rifiuta ogni tentativo di postulare la superiorità di una religione sull’altra, affermando che ciò non sarebbe «né pratico, né saggio» e valorizza la diversità affermando che «le forme di religiosità sono abbondanti come i fiori di una foresta» [questa e le successive citazioni sono tratte da The Dharma of Jesus]. Nella maggior parte dei suoi scritti questo autore riflette però anche sulle peculiarità del cristianesimo, specialmente in relazione all’hinduismo e al buddhismo.


I / L'esperienza propria dei cristiani: l'amore di Dio non è separabile dall'amore del prossimo                                 

Come biblista Soares-Prabhu si concentra principalmente sull’esperienza e sugli insegnamenti di Gesù, sostenendo che l’esperienza vissuta da Gesù – Dio come amore incondizionato – fosse «assolutamente unica». Si concentra sulla particolarità della relazione genitore-figlio e sugli elementi dell’intimità, della dipendenza, della vulnerabilità, dell’amore reciproco e della fiducia come caratteristici dell’esperienza cristiana di Dio. Dichiara subito che questo non significa che il cristianesimo abbia un ricco insieme di insegnamenti sulla preghiera: afferma infatti che rispetto all’hinduismo o al buddhismo «nel cristianesimo le tecniche di preghiera sono poco sviluppate»; egli, tuttavia,suggerisce che «ciò che Gesù ci dona è un nuovo atteggiamento nella preghiera, che emerge da una nuova esperienza di Dio».

La preghiera è «un colloquio interpersonale con Dio, in cui si sperimenta e si dona l’amore e si fondano relazioni caratterizzate da intimità». Al di là del modo gesuano di vivere la preghiera, l’aspetto caratteristico dell’insegnamento di Gesù secondo Soares-Prabhu è l’accento posto sull’inseparabilità dell’amore di Dio dall’amore del prossimo.

La preoccupazione per gli altri è ovviamente un elemento in tutte le tradizioni religiose… Ma solo con Gesù l’atteggiamento etico – anziché essere secondario e derivato – diventa, per così dire, parte integrante dell’esperienza religiosa stessa, poiché vivere l’esperienza di Dio come “Padre” significa vedere il prossimo, gli altri, come “fratelli”. L’elemento orizzontale è così indissolubilmente unito a quello verticale e l’amore per il prossimo è portato allo stesso livello dell’amore per Dio.

Proprio l’inscindibilità fra amore di Dio e amore del prossimo rappresenta o dovrebbe rappresentare il modo distintivo di essere cristiani nel mondo. «Come l’atteggiamento buddhista della “consapevolezza”, l’atteggiamento cristiano dell’agápē è un orientamento esistenziale derivato da un cambiamento nel proprio essere».

L’aspetto particolare di questo amore è il suo orientamento verso i poveri, i vulnerabili e gli emarginati, oltre che l’inclusione dei nemici. Anche la «commensalità di Gesù con peccatori ed emarginati» è considerata unica nell’esempio di vita che ci ha lasciato.

Questo, ovviamente, non significa che i cristiani siano stati all’altezza di questo esempio e di questo ideale. Soares-Prabhu è particolarmente addolorato perché la discriminazione di casta continua a esistere nelle comunità cristiane in India e afferma che «il fatto che tra noi esistano (e soffrano) dalit cristiani è un segno di quanto siamo poco cristiani e di come molti di noi si trovino in uno stato di peccato grave – per di più, si suppone, senza pentirsene».


II / La specificità della concezione cristiana del peccato e del perdono                              

Anche la specificità della concezione cristiana del peccato deve essere compresa in relazione alla sua visione dell’amore, poiché «Gesù ha così radicalizzato le norme della retta condotta (amore) che tutte le pretese di essere senza peccato sono di fatto precluse». Il cristianesimo, sebbene riconosca il limite umano nel vivere secondo il più alto ideale religioso, sottolinea anche la possibilità del perdono come elemento costante e centrale della fede cristiana. Riflettendo su ciò che gli hindu potrebbero considerare essenziale e distintivo del cristianesimo, Soares-Prabhu afferma:

Il lettore indiano identificherebbe subito l’attenzione attiva e il perdono come i due poli, positivo e negativo, del dharma di Gesù, la complessa combinazione della visione del mondo e dei valori, di convinzioni e prescrizioni che “tengono uniti” i seguaci di Gesù e li integrano in una comunità riconoscibile. Se infatti questi atteggiamenti non sono esclusivamente cristiani, l’importanza che l’insegnamento di Gesù attribuisce loro e le forme concrete che assumono nel Nuovo Testamento conferiscono loro un significato specificamente cristiano.

Questo atteggiamento improntato al perdono richiede «che sia coltivato un atteggiamento non giudicante verso se stessi e gli altri» che è stato sviluppato anche nelle religioni indiane, da cui i cristiani potrebbero imparare. Nel cristianesimo, però, il perdono è fondamentalmente e unicamente fondato su un Dio che ama e perdona tutto.

In definitiva, secondo Soares-Prabhu l’unicità o la peculiarità del cristianesimo non deve essere argomentata in termini teorici o dottrinali, ma deve essere mostrata attraverso un particolare modo di stare al mondo, poiché «la vera “unicità” di Cristo è l’unicità della via della solidarietà e del sacrificio (una strada che non è né maschile né femminile) che Gesù ha indicato come via della vita. Questa unicità non può essere discussa, ma deve essere vissuta».






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