08/04/2019
427. CHE FINE FARA' LA RELIGIONE? Intervista a Paolo Costa
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Ognuno di noi, nel suo piccolo, ha un’idea del destino della religione oggi e, analogamente, ognuno di noi si è fatto in genere un’opinione del futuro della laicità nel nostro mondo. In La città post-secolare. Il nuovo dibattito sulla secolarizzazione (Queriniana. Brescia 2019) la mappa magistralmente disegnata da Paolo Costa aiuta a fondare e, se necessario, a correggere le proprie previsioni su chi l’avrà vinta, nel dissidio fra religione e laicità, ritornando in maniera critica e aggiornata sul concetto di “secolarizzazione” (e perfino chiedendosi se un tale dispositivo concettuale abbia ancora senso ai giorni nostri). Il nuovo volume della collana «Biblioteca di teologia contemporanea», presentato a Bologna nel contesto della European Academy of Religion, è al centro dell’intervista all’autore, realizzata da Alberto Piccioni per il quotidiano L’Adige, che proponiamo nelle righe che seguono.

 

 

Che fine farà la religione? È destinata a scomparire, come profetizzava una certa cultura moderna o i segnali della sua vitalità nella postmodernità ci dicono l’esatto contrario? Di tutto ciò è possibile ragionare analizzando il concetto di secolarizzazione: operazione svolta dal ricercatore di FBK di Trento, Paolo Costa, nel saggio appena pubblicato La città post-secolare. Il nuovo dibattito sulla secolarizzazione. Con Costa abbiamo provato prima di tutto a capire i vari contenuti dell’idea di secolarizzazione.

 

D: Il concetto di secolarizzazione serve a rispondere ad un dubbio fondamentale: il destino della religione qual è? Scomparirà?

R: Secolarizzazione indica un processo, un cambiamento: alla religione, nella modernità, è successo qualcosa. Se per modernità intendiamo quella grande trasformazione in grado di rendere le nostre società completamente diverse da quelle che le hanno precedute. Nelle nuove società sembra che le religioni debbano avere un ruolo marginale o, nelle letture più accese del termine, significa il processo di profanizzazione del sacro. Ma c’è un altro dubbio che il concetto di secolarizzazione suscita: ciò che prima era svolto dalla religione in altre società viene ora trasferito ad agenzie sociali che ereditano valori e istanze che prima erano proprie solo della sfera del sacro. In questa seconda accezione la secolarizzazione assume un tono diverso, forse più positivo.

 

D: Uno dei maggiori detrattori della secolarizzazione fu papa Giovanni Paolo II che lanciò la sua “nuova evangelizzazione” proprio per arginare la profanizzazione del cristianesimo.

R: Papa Wojtyła vedeva nella secolarizzazione una perdita di contenuto morale e anche spirituale. Ne fece uno slogan, per combattere una battaglia. Negli ultimi anni però l’uso del termine secolarizzazione non è stato solo strumentale o “millantante (??)”: in vari campi si è indagato come la società moderna sia mutata, soprattutto a livello locale, verso forme di integrazione delle istanze religiose nel tessuto stesso delle società.

 

D: Per quanto riguarda il cristianesimo: non è il vangelo stesso un invito alla secolarizzazione, nel senso che indica una strada nella quale i cristiani devono diventare il “sale della terra”, ovvero devono mischiarsi con il mondo, per dargli sapore, e non sostituirsi ad esso?

R: Il concetto stesso di secolarizzazione nasce all’interno del cristianesimo che ha connaturata, tramite la cura del mondo e delle cose umane, una dimensione di secolarità. Cristianesimo significa: mondanità con un occhio alla trascendenza. Il messaggio trascendente in altri termini deve essere “incarnato”, tradotto in opere e realtà. Ad un certo punto però nel Settecento si inizia ad indicare, con secolarizzazione, il rapporto non più con il cristianesimo, ma con la sfera del “religioso”. Qui si iniziò a distinguere spirituale e immanente, come fossero due ambiti ben distinti e non conciliabili. La Modernità dunque lancia la sfida alle religioni con la pretesa di condurre una vita felice, retta anche moralmente, senza alcun riferimento all’oltremondano. In seguito nell’Ottocento si disse che la scienza e la ragione avrebbero condotto l’uomo fuori dal religioso. Così non è stato: oggi le religioni sono vive e vegete e riemerge la contrapposizione tra chi punta il dito solo al trascendente, in maniera integralista, e chi vorrebbe restare su un piano solo umano. In mezzo però ci sono tante sfumature che vale la pena conoscere e valorizzare.

 

D: Oggi siamo nella postmodernità: dopo Auschwitz e, dagli anni Sessanta in poi, la globalizzazione come processo di omologazione ad opera del capitalismo, non si può più sperare sulle «magnifiche sorti e progressive», citando Leopardi.

R: Per alcuni infatti siamo nell’epoca della “morte di Dio”, almeno nei paesi occidentali. C’è una crescita fortissima della dissoluzione delle identità che io chiamo “orrore dell’identità”. Tutto ciò che è determinato fa paura perché impedisce di scegliere liberamente. Come nel consumo ognuno deve poter scegliere, anche per quanto riguarda l’identità.

 

D: Dall’altra parte del mondo vediamo la tendenza opposta: fortissime spinte alla trascendenza che portano all’integralismo, in particolare quello islamico.

R: Ma non bisogna restare ipnotizzati dalla dialettica di questi estremi. Il processo di secolarizzazione produce i suoi effetti migliori non alle estremità, ma nel mezzo, in ricerche individuali che si muovono a cavallo tra religioso e non religioso. La modernità dunque non va vissuta solo attraverso i suoi estremi: la desacralizzazione e la caduta in un mondo capitalistico individualista e, dall’altra, i fenomeni di integralismo religioso. In mezzo ci sono tante esplorazioni variegate che hanno l’obiettivo di comprendere quale può essere la risposta più adeguata alle sfide che le scienze e le tecnologie hanno rappresentato nel corso degli anni.



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