10/07/2007
96. Brasile, America Latina e Benedetto XVI di Johannes Röser (Redazione della rivista “Christ in der Gegenwart”)
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L’America Latina è stata al centro dell’attenzione dei media nelle scorse settimane per il viaggio del papa in Brasile e per la celebrazione della Conferenza dell’Episcopato latinoamericano nella città di Aparecida, in Brasile. Tra i molti commenti dell’importante evento religioso riproduciamo questo articolo della rivista tedesca “Christ in der Gegenwart” (Freiburg), che si segnala anche per l’inquadramento storico e culturale dell’evento ecclesiale.


Oltre due milioni di persone hanno acclamato papa Benedetto XVI in occasione del suo viaggio nel maggiore paese cattolico del mondo. «La chiesa non vacilla», egli gridò ad una folla in costante eccitazione. E faceva così coraggio a se stesso e ai fedeli, poiché la chiesa vacilla, in Brasile non meno che da noi. Nessuno lo sa meglio del papa. Nel corso di questa visita è apparsa evidente, anche più che nei precedenti cinque soggiorni di Giovanni Paolo II, la profonda spaccatura di quella società: un paese che cresce tra miseria arcaica e tecnologia dalle elevate prestazioni moderne, tra magia e superstizione radicate e la più radicale demitoligizzazione.

Benedetto XVI non è uno che tende ad ammonire. Egli vuole piuttosto presentare alla gente in modo liberante la bellezza dell’essere cristiani e dell’essere cattolici. Ciò lo distingue dal suo predecessore. Questo abbiamo potuto leggere in molti giornali, quando di recente, per l’80 compleanno, si è tracciato un bilancio provvisorio dei suoi primi due anni di pontificato. In Brasile, tuttavia, Benedetto XVI si è richiamato di continuo al moralista Giovanni Paolo II. La sessualità, nel Brasile tropicale proverbialmente erotizzato ed erotizzante, è diventata un ‘tema centrale’. Così, durante un incontro con parecchie decine di migliaia di giovani, egli li ha esortati energicamente alla continenza e alla castità: «È necessario dire no a quei mezzi di comunicazione sociale che mettono in ridicolo la santità del matrimonio e della verginità prima del matrimonio». Da «uomini e donne liberi e responsabili» essi dovrebbero promuovere la vita, lavorare coscienziosamente, non fare i fannulloni, non lasciarsi accecare dalla ricchezza, evitare materialismo e corruzione e non abbandonarsi al seduttore segreto, cioè la droga. «Gli anni, che state ora vivendo, sono gli anni che preparano il vostro futuro… Vivete con entusiasmo, con gioia, ma soprattutto con senso di responsabilità… Non ci può essere felicità senza fedeltà tra partner».

Questi accenti sono estranei al mondo? Si e no. In realtà, alla stragrande maggioranza dei giovani brasiliani – e degli adulti brasiliani – le idee della chiesa sulla sessualità sono totalmente indifferenti. Ma si può anche dire che Benedetto XVI ha qui fatto proprio un ‘punto cruciale’ della storia della cultura e dei costumi brasiliani, fin dall’inizio dell’epoca coloniale: infatti, la libertà sessuale ha una tradizione secolare, fin da quando le prime 40 famiglie importanti, che con il loro potere furono a lungo determinanti sul piano politico, economico e culturale, si stabilirono sulle coste del Nord-Est. I capi di queste famiglie, ‘buoni cattolici’, generarono figli già molto presto con delle indios indigene e più tardi con le schiave nere, prescindendo del tutto dalla morale ecclesiastica, dall’opinione dei vescovi o dalle idee dei cappellani delle fazendas, i quali del resto erano pur sempre dipendenti dal padrone proprietario del fondo. Il patriarca provvedeva a tenere unito il suo regno di ‘grandi famiglie’ e alla sua educazione secondo la religiosità popolare. Così sorse, fin dall’inizio, quella società meticcia ‘tipicamente’ brasiliana nella quale, secondo quel che si dice, si è tolleranti e dove non c’è alcuna discriminazione razziale, salvo però sotto sotto favorire, in modo soltanto più subdolo e violento, una discriminazione sociale.

Sesso nella casa del padrone e nella capanna degli schiavi

Sulla fondazione della cultura brasiliana attraverso l’angusto contesto agrario, in un intreccio fatto di cattolicesimo, modo libero di vivere la sessualità e struttura feudale nella «casa del padrone e nella capanna degli schiavi», esistono eccellenti studi socio-storici; tra i più importanti sono sempre quelli del sociologo e antropologo Gilberto Freyre – è famoso il suo libro che ha lo stesso titolo. Il ‘padre’ della grande famiglia bianca era, in quanto proprietario degli schiavi, al tempo stesso il paterfamilias di tutte le persone che risiedevano sulla sua proprietà – di cui era responsabile a livelli diversi, ma comunque responsabile. Ciò non va idealizzato, e non c’è neppure nulla da armonizzare. Però, in seguito alla abolizione della schiavitù e con la urbanizzazione andarono perduti anche gli stabilizzatori patriarcali che creavano equilibrio, i quali in passato prevedevano pur sempre una certa protezione perfino per i ‘bastardi’. Dissoltasi la struttura sociale gerarchico-feudale, al suo posto non subentrò nulla di equiparabile. Lo stato era socialmente debole e tale rimase, nonostante molte dittature militari. La dinamica delle rivoluzioni accelerò la nuova ‘mancanza di famiglia’, una famiglia senza padri.

Max Weber in Brasile

La storia culturale contraddistingue sentimenti e stili di vita in modo più duraturo di ogni morale o religione. Il cattolicesimo del Brasile, con il suo singolare mescolamento di fervore religioso e di lassismo popolare, ha preso una strada tutta diversa rispetto, ad esempio, al cattolicesimo europeo, il quale dalla Riforma in poi dovette confrontarsi continuamente con un protestantesimo puritano-razionalistico dall’ordinamento severo. È sulla ‘tastiera puritana’ - anche se in contesto cattolico – che ha cercato di suonare papa Benedetto XVI nella maggiore «città industriale tedesca» di San Paolo. Egli si è rivolto, per esempio, alla élite brasiliana proveniente dal ceto elevato e dal ceto medio alto, che dovrebbero essere un modello: «Coloro che assumono un ruolo di leadership nella società devono cercare di prevedere le conseguenze sociali dirette e indirette, a breve e a lungo termine, delle proprie decisioni, agendo secondo criteri di massimizzazione del bene comune, invece che cercare profitti personali».

Naturalmente gli appelli producono scarsi risultati. Tuttavia Benedetto XVI, che cerca sempre un nesso tra fede e ragione, sa che tra gli intellettuali dell’America latina si discute da lungo tempo sul perché il Nordamerica protestante ha tanto successo dal punto di vista economico e politico, mentre l’America latina cattolica più o meno da mezzo millennio ristagna, vivacchia in un «labirinto della solitudine», come ha descritto con parole toccanti lo scrittore messicano Octavio Paz: tra sogni celestiali che volano alto e abissale letargia. Il cattolicesimo, con i suoi smisurati sogni universali di conquista del mondo, insieme a mancanza di capacità propulsiva e di disciplina, è forse colpevolmente all’origine della miseria del subcontinente? Il papa non ha osato parlare di questo irritante sospetto, ma esso si cela dietro la grande inquietudine e scontentezza nei confronti dell’ereditario monopolio di potere della chiesa cattolica e della sua religione. Non pochi latinoamericani pensano, nel frattempo, che il sistema cattolico freni il progresso, mentre quello evangelico affretti la modernità. Ciò, a sua volta, non riguarda soltanto quella particolare forma di calvinismo, nella cui dottrina della predestinazione già Max Weber intuiva il successo decisivo del capitalismo degli Usa: chi ha successo nella vita, chi è ricco e felice, può da ciò riconoscere che è stato già prescelto per la salvezza eterna. E viceversa, la fede nella predestinazione favorisce l’operosità terrena, il risparmio e l’ascesi come virtù originarie del capitalismo e della sua capacità di investimento. Infatti, è fin troppo evidente che l’uomo desidera inconsciamente dare una mano a salvare la sua anima, per desumere dai propri profitti terreni che Dio ama uno realmente e gli fa dono di un guadagno eterno.

Predicatore tardivo di Calvino

L’America latina non era entrata nel cerchio di questa strana dialettica fatta di capitalismo e fede fino a che non vi giunse il protestantesimo nordamericano. Adesso non pochi cittadini vorrebbero recuperare il tempo perduto. Questo è il motivo fondamentale del perché la gente tra il Rio Grande e la Terra del fuoco abbandona la chiesa cattolica in massa, rompe il suo monopolio e passa alle sette, così indicate spregiativamente da vescovi e preti, ossia a gruppi religiosi caratterizzati dal protestantesimo carismatico, a comunità e chiese libere di orientamento pentecostale-evangelicale. In Brasile già un quarto dei 185 milioni di abitanti è passato a queste comunità.

Al magistero cattolico non giova polemizzare semplicemente e chiedere più forza missionaria di resistenza. Infatti, non poche persone sono deluse dal fatto che un cattolicesimo vecchio di 500 anni, per molti aspetti ancor sempre caratterizzato da una religiosità popolare di impronta colonialistica e magico-materialistica, condizioni la vita, mentre esso segna il passo. Se la salvezza non viene dall’interno, deve venire dall’esterno. L’offerta pluralistica è oggi allettante. Che cosa è più naturale, nel «continente della speranza», del rivolgere la speranza a quelli che vengono dagli Usa, immagine del successo? Mentre il cattolicesimo tradizionale persevera nel ritorno dell’uguale, non pochi attendono innovazione e progresso da una ‘religiosità dello spirito’ che ha abbandonato la superstizione materialistica legata al meraviglioso. Chi non vuole essere retrogrado, chi vuole essere moderno, ‘deve’ semplicemente essere religioso in senso nordamericano. Questo dona prestigio.

Chi ha educato l’élite per 500 anni?

Sperimentare fu sempre una caratteristica della religiosità popolare brasiliana: pragmatica, utile a procurare benessere. Non una faccenda intellettuale. Se un santo non aiuta, se ne cerca un altro. Ciò che finora è stato occultamente ancorato nel sistema cattolicesimo – qui e là collegato con il mondo parallelo delle religioni afrobrasiliane come Candomblé, Macumba o Umbanda - adesso è il protestantesimo di marca pentecostale a soddisfarlo: non più in senso spiritistico-primitivo, bensì spiritualistico-esigente. Non è più la magia a evocare lo spirito, bensì lo Spirito Santo stesso risveglia colui che si pente dei suoi peccati e si converte. Con il vecchio materialismo della superstizione ‘cattolica’ la pienezza di spirito, purificata e illuminata, della religione carismatica non ha più nulla a che fare. Si continua ad avere lo Spirito, ma in modo diverso. Inoltre, la nuova religiosità pentecostale-evangelica annuncia una morale fondamentale molto semplice, chiara, che ognuno può osservare. I ‘dieci comandamenti’ si possono concentrare, nella vita quotidiana, in cinque essenziali indicazioni di comportamento: Non picchiare moglie e figli! Non commettere adulterio! Non ubriacarti! Comportati onestamente! Porta a casa il denaro! Tutti comprendono. Per chi vi si attiene, ciò si dimostra una strada assai diretta ed efficace per uscire dalla povertà. Un ‘protestantesimo’ protestante di questo tipo, che insegna la resistenza contro la tentazione onnipresente, dall’esterno e dall’interno, è forse inattuale? No, esso è nella prospettiva di persone che così raggiungono felicità e successo, in modo semplice, efficace, progressista.

Alla chiesa cattolica del Brasile – e non soltanto ad essa –, anziché stigmatizzare il ‘proselitismo’ delle ‘sette’, farebbe bene un esame di coscienza e domandarsi che cosa lei stessa ha fatto di sbagliato per troppo tempo, perché improvvisamente si viene percepiti come antiquati. Il giornale Frankfurter Allgemeine ha spiegato il problema in questi termini: «Chi ha educato per secoli le élite latinoamericane nelle scuole e nelle università, se non la chiesa cattolica? In quale continente però la dottrina sociale cattolica – considerato il numero dei cattolici – è rimasta tanto inefficace come in America latina?».

In tutta l’America latina, che non ha mai vissuto una Riforma come l’Europa, è evidente che sono ora in atto degli sforzi per recuperare quei processi occidentali di emancipazione, anche se con un ritardo di cinquecento anni, e in altre condizioni. L’America latina non può fare riferimento al sistema ecclesiastico territoriale protestante che caratterizza la nostra situazione, dal momento che queste classiche formazioni evangeliche compaiono là solo nella forma di chiese minoritarie di ex immigrati, luterani o riformati calvinisti. Il protestantesimo dell’America latina si mostra nella forma recente, libera, delle chiese pentecostali nordamericane o già universalmente inculturate. La cosa interessante è qui il fatto che queste, all’opposto del cattolicesimo popolare tradizionale, percepiscono il credente come singolo e non inserito in una collettività, come un risvegliato a livello individuale. Egli ha compiuto un’esperienza personale di conversione e di salvezza, nella quale si deve riconoscere. È questo singolare vissuto individuale che egli, come personalità singola, può portare dentro la comunità che celebra.

Inoltre, ora, nell’epoca dell’individualismo, la secolare carenza di preti dell’America latina si prende la propria vendetta. Non basta più che un parroco o un cappellano di fazenda passi di quando in quando, controlli se ogni cosa è in ordine, battezzi i bambini, confessi, amministri i sacramenti e predichi, mentre il padrone cura che si venerino e si preghino i suoi santi, si facciano i pellegrinaggi e le pratiche magiche della pietà popolare. Mentre nei gruppi di orientamento carismatico sorge un ‘tempio’ quasi ad ogni angolo di strada e un ‘ministro’ è disponibile ovunque per prendersi cura personalmente della sua gente, il prete cattolico è spesso molto lontano. Recenti calcoli hanno mostrato che in Brasile un religioso cattolico assiste circa 7500 fedeli. In Italia il rapporto è di uno a mille. Il numero complessivo dei preti cattolici secolari e religiosi in Brasile – e moltissimi vengono dall’estero – si aggira attorno ai 18.000. Secondo lo standard italiano occorrerebbero almeno 140.000 pastori. E anche allora la quantità non garantirebbe ancora la qualità necessaria della formazione alla fede, come si sa anche dalla tendenza italiana alla secolarizzazione.

Il problema sbandierato: la mancanza di preti

Da mezzo secolo in America latina si avanzano proposte di allentare l’obbligo del celibato. Tutto è stato finora bloccato dal supremo magistero della chiesa cattolica. Qui in Europa si ripete di continuo, per placare gli animi, che sarebbero solo problemi tipicamente tedeschi. Chiunque conosca, anche solo un poco per esperienza propria, l’America latina, dove nel frattempo vive oltre la metà di tutti i cattolici del mondo, sa che lì la carenza di preti sta diventando una catastrofe religiosa senza pari.

Durante il suo viaggio in Brasile papa Benedetto XVI ha taciuto su questo problema, o meglio ha solo richiamato la tradizione – e ha esortato a pregare, insieme a parole di raccomandazione. Egli ha raccomandato ai vescovi di attivarsi per un «salto di qualità» nella vita ecclesiale. I vescovi dovrebbero operare come «fedeli servitori della parola senza modi di vedere riduttivi e senza creare confusione». Essi devono esercitare «stretta vigilanza» sulla conservazione del patrimonio della fede, fare attenzione che nessuna ideologia razionalistica si impadronisca di esso. Allo stesso modo, le norme liturgiche vanno assolutamente rispettate. Inoltre, il papa ha sollecitato i vescovi a circondarsi di collaboratori competenti. Non basta tramandare semplicemente esperienze di fede. Si può comprendere questa affermazione come esortazione a riflettere sulla ragione della fede. Presumibilmente, però, è anche una critica a taluni collaboratori e presidenti laici di comunità cristiane di base, che sono sempre state e sono ancora forti là dove i vescovi avevano appoggiato iniziative della teologia della liberazione.

I frutti della teologia della liberazione

Questo movimento, tuttavia, dopo il generale disincanto nei confronti dei modelli socialisti – in particolare a partire dal crollo del blocco orientale - ha perduto parecchio in attenzione. Ciò non significa che la teologia della liberazione sia rimasta socialmente priva di importanza. Al contrario, il fatto che in ampi strati della popolazione dell’America latina si sia rafforzata una coscienza democratica e che mediamente la situazione economica negli ultimi anni sia leggermente migliorata, è dovuta del tutto essenzialmente, anzi decisamente, agli sforzi della teologia della liberazione. E soprattutto anche ai molti fedeli, cristiani laici, religiosi, preti e vescovi, coraggiosi e pronti a sacrificarsi, che sono stati tormentati, torturati, uccisi come veri martiri per la giustizia sociale. Papa Benedetto XVI ha purtroppo perso l’occasione di ricordare queste molte migliaia di persone con una parola chiara e coraggiosa nella preghiera e nella liturgia. È inoltre uno scandalo, tipico dell’arroganza europea e della boria giornalistica, il fatto che di quella storia real-politica e culturale, religiosamente e spiritualmente ispirata, per l’America latina una storia di successi, si sparli ora a posteriori come se si sia trattato solo di illusioni e di fantasticherie socialiste. D’altra parte, è anche vero che regna pure frustrazione, perché nonostante tutta la fatica il grande cambiamento non c’è stato. Il disincanto è evidente specialmente in Brasile. Molti teologi della liberazione e intellettuali si stanno allontanando dall’attuale presidente dello stato, Luis Iñacio da Silva, che in passato, quando era leader sindacale e presidente del partito dei lavoratori, essi avevano stilizzato quale ‘messia’ politico del Brasile. Quanto spesso la realtà prima chiede visioni teologiche che poi scavalca! Come reagire a ciò?

Joseph Ratzinger ha sempre avuto un rapporto molto distaccato, di rigido rifiuto sia nei confronti della teologia della liberazione come anche nei riguardi della teologia politica in generale. In questo non è cambiato in lui nulla, neppure da papa. Sotto molti aspetti l’America latina gli è rimasta nel profondo estranea, come questo viaggio ha mostrato. Benedetto XVI pensa e crede da europeo ‘ellenistico’, da intellettuale inculturato in un cattolicesimo popolare bavarese, che cerca la ragione nell’orizzonte di una fede condivisa da molti in modo del tutto naturale. Nei confronti della tematica della teologia della liberazione, che un tempo aveva coinvolto milioni di persone, egli ha solo dichiarato marginalmente: «Direi che con il cambiare della situazione politica è anche profondamente cambiata la situazione della teologia della liberazione. Ora è evidente che questi facili millenarismi che promettevano nell’immediato, come conseguenza della rivoluzione, le condizioni complete di una vita giusta, erano sbagliati. Questo lo sanno oggi tutti. Adesso la questione è come la chiesa debba essere presente nella lotta per le riforme necessarie, nella lotta per condizioni più giuste di vita».

E come stanno le cose per quanto riguarda la lotta per riforme nella fede stessa? Anche dopo la visita del papa non è dato conoscere come la chiesa cattolica in Brasile e in America latina voglia affrontare la sfida al tempo stesso della modernità e della postmodernità. Qui c’è inoltre, da una parte, la ricerca popolare di miracoli alimentata in mille modi, che è stata confermata dalla canonizzazione, da parte del papa, del francescano Antonio Galvao, il religioso del XVIII secolo che percorse il paese predicando e guarendo, dedicandosi ai poveri e agli ammalati. Si tramandano su di lui leggende di fede e di superstizione: ad esempio, che egli poteva farsi presente contemporaneamente in molti luoghi; che prevedeva eventi futuri e, mentre stava in preghiera, si sollevava dal pavimento. E anche oggi alle persone che sperano da lui salvezza e guarigione vengono distribuiti foglietti con preghiere, consegnate delle pillole che basta inghiottire perché il desiderio venga esaudito…

Una controriforma non risolve i problemi

D’altra parte, ci giungono notizie che le brasiliane e i brasiliani che non appartengono più a nessuna religione, che si ritengono consapevolmente atei, sono già il 10% della popolazione, specialmente nella borghesia illuminata, laicista. E non solo essa, ma anche alcuni pii pellegrini che nel santuario mariano di Aparecida hanno visto il guanto abbruciacchiato del pilota di Formula 1 Ayrton Senna, guanto che egli aveva qui depositato in ringraziamento per essere uscito illeso da un grave incidente, si domandano scettici che cosa tutto ciò abbia propriamente a che fare con la vera religione – quando lo stesso Senna, ad Imola, perse poi comunque la vita.

Michael P. Sommer, dell’Opera assistenziale Adveniat per l’America latina, recentemente ha affermato: «La secolarizzazione non è un fenomeno limitato agli stati industriali. Modelli valoriali legati alla tradizione o da essa supportati si dissolvono sempre di più anche in America latina. In molti luoghi questo va di pari passo con una forte emancipazione dai valori cristiani».

La riforma da recuperare ha da lungo tempo raggiunto il Brasile e tutta l’America latina. Sulla scia della secolarizzazione globale il nuovo mondo si avvicina sempre di più a noi, il vecchio mondo. La visita del papa in Brasile, dove ha avuto luogo l’assemblea della conferenza episcopale latinoamericana, ha rivolto lo sguardo a uno sconvolgimento profondo della chiesa cattolica, anzi del cristianesimo in generale. Il ‘salto di qualità’ invocato dal papa non avviene senza riforma della fede e senza riforma della chiesa. Ogni riforma ha delle motivazioni. Se al di qua o - temporalmente differita – al di là dell’Atlantico, una semplice controriforma non la elimina. Anche questo i cristiani – e i cattolici – dovrebbero avere imparato dalla storia.




© 2007 by Christ in der Gegenwart (Freiburg)
© 2007 by Teologi@Internet
Traduzione dal tedesco di Gianni Francesconi
Forum teologico, a cura di Rosino Gibellini
Editrice Queriniana, Brescia (UE)
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