23/01/2002
7. A che punto siamo con l'ecumenismo? In cammino con nuovo coraggio di Walter Kasper
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Walter Kasper, teologo riconosciuto internazionalmente e attuale Cardinale Presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, fa il punto sull’ecumenismo in un simposio tenuto in preparazione del Kirchentag ecumenico 2003, che si terrà a Berlino. Sono qui pubblicati i passaggi più rilevanti.


A che punto siamo? Lo sviluppo a partire dal Concilio non si è fermato. A tutti i livelli negli ultimi decenni molte cose positive sono cresciute: non possiamo né vogliamo tornare indietro. A livello delle parrocchie e delle organizzazioni è andata formandosi una stretta collaborazione e collegamenti di amicizia: comuni servizi religiosi e comuni incontri appartengono ormai ai dati acquisiti del lavoro comunitario. Qualcosa di simile è avvenuto al livello delle facoltà teologiche, delle diocesi, delle conferenze episcopali. Al posto di contrapposizioni e di indifferenza è subentrato un cammino comune, come anche collegamenti amichevoli e, dove è possibile, lavoro comune. Noi ci troviamo già in una reale comunità ecclesiale, anche se non ancora perfetta.
Il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani conduce attualmente un dialogo con 13 chiese e organizzazioni ecclesiali mondiali, ma si deve aggiungere che con altre realtà si mantengono contatti più informali. E qui si tratta non solo come avviene in Germania del rapporto cattolico-evangelico, ma anche del rapporto con le chiese dell’Antico Oriente (armeni, copti, siri, etiopi, malankara, assiri), con le chiese ortodosse di tradizione bizantina e di tradizione slava (specialmente con il patriarcato ecumenico di Costantinopoli, con la chiesa russa-ortodossa, greco-ortodossa, serbo-ortodossa, rumeno-ortodossa, tra le altre), con la comunione ecclesiale anglicana, con le chiese luterane e riformate, con i metodisti, battisti, mennoniti, avventisti, discepoli di Cristo, le recenti comunità evangelicali e pentecostali e altre ancora. Dunque: un vasto spettro che ci tiene sempre in movimento e sotto pressione, così che quando sentiamo parlare di stagnazione, ci permettiamo di sorridere benevolmente.
Voglio ricordare due pietre miliari sul cammino ecumenico.
Sono da ricordare innanzitutto i consensi raggiunti con le chiese dell’Antico Oriente. Sono chiese che si sono separate nel 4. e 5. secolo in connessione con i concili di Efeso (381) e Calcedonia (451). Allora la posta in gioco era la confessione che Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo nell’unità della persona. Sulla base di un denso lavoro previo teologico, realizzato soprattutto attraverso la fondazione Pro Oriente, che il Cardinal Franz König ha ripristinato a Vienna, è stato possibile arrivare a dichiarazioni comuni tra il Papa e i rispettivi patriarchi, dove si constata che le differenze sono condizionate da differenti definizioni filosofiche di natura e persona, ma che non toccano il contenuto della fede. Anche se le formulazioni sono differenziate, noi confessiamo la stessa fede.
Una simile unità nella pluralità occorre anche nel consenso ben più noto, che è stato realizzato solennemente ad Augsburg il 31 ottobre 1999, con la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione. La dottrina della giustificazione era il punto centrale di controversia al tempo della Riforma, l’articolo del quale Martin Lutero diceva che con esso «la Chiesa sta o cade». Qui si tratta in realtà del centro dell’evangelo, della questione della salvezza, che ci è donata per Gesù Cristo nello Spirito Santo.
Dopo lavori teologici previ, che si sono protratti per decenni sul piano nazionale come internazionale, noi potevamo congiuntamente affermare che negli insegnamenti fondamentali della dottrina della giustificazione siamo uniti, e che le differenze ancora permanenti non costituiscono più una rottura tra le chiese, e che i pregiudizi di una volta non colpiscono più il partner di oggi. Certo, non abbiamo raggiunto un assenso totale, ma una unità nella pluralità, o, come spesso si dice, un consenso differenziato.
La firma congiunta due anni fa ad Augsburg è stata realmente una festa. Anche altrove nel mondo l’evento è stato celebrato con servizi religiosi di ringraziamento. Solo in Germania c’è stato un epilogo meno festoso, che mostrava che taluni non avevano preso veramente sul serio la discussione teologica internazionale, che ha reso possibile Augsburg, o attendevano un perfezionismo dottrinale che avrebbe rimandato l’unità delle chiese all’ultimo giorno. Non si può affermare che la Dichiarazione congiunta di Augsburg sia fallita, come è dato leggere in un noto quotidiano tedesco [Frankfurter Allgemeine Zeitung]. La Dichiarazione congiunta ha dato al nostro rapporto con la chiesa luterana una nuova intensità e qualità e insieme una base, sulla quale noi con decisione intendiamo continuare a costruire. Questo nel frattempo è avvenuto con un simposio sulla questione delle indulgenze.
Il Papa ha salutato pubblicamente e ha confermato la Dichiarazione congiunta subito dopo la firma e ha parlato di una pietra miliare. E con questo è stato espresso con esattezza ciò che è stato raggiunto: abbiamo percorso una tappa importante del cammino, ma non abbiamo raggiunto la meta. Tuttavia ciò che abbiamo raggiunto non è poco. Siamo uniti nella confessione del centro dell’evangelo. E così siamo abilitati a rendere comune testimonianza al lieto messaggio dell’evangelo in un mondo, che sempre meno ha coscienza di questo e che tuttavia sempre più ha bisogno di questo messaggio.
Coraggio per l’ecumenismo. Vorrei infine gettare uno sguardo sul futuro ecumenico. Sono convinto di questo: non c’è alternativa all’ecumenismo. A questo ci obbliga l’espresso mandato di Gesù. La divisione contraddice espressamente alla volontà di Gesù; essa è peccato. Sarebbe anche peccato se noi, disillusi di fronte alle difficoltà attuali, volessimo ritirarci dal dialogo. L’ecumenismo è un’opera dello Spirito di Dio. Chi vorrebbe arrestarlo? La speranza è dunque proclamata.
La speranza è qualcosa di diverso da una fantasticheria. La speranza biblica rende possibile e attende un deciso impegno per la “causa” dell’unità; essa è tuttavia anche collegata alla hypomoné, che normalmente viene tradotta con pazienza. Secondo Charles Péguy, la pazienza è la piccola sorella della speranza.
Quanto lungo è ancora il cammino? Io non sono un profeta. Secondo il metro umano potrebbe esserci ancora un lungo cammino. Ma lo Spirito di Dio può riservarci delle sorprese. Se si fosse chiesto a un cittadino berlinese incontrato sulla strada il mattino del 9 Novembre 1989, fino a quando avrebbe resistito ancora il muro e fino a quando la Porta di Brandeburgo sarebbe rimasta sbarrata, la maggior parte della gente avrebbe risposto: noi saremmo già felici se almeno i nostri figli e i nostri nipoti potessero un giorno passare liberi attraverso la Porta di Brandeburgo. La sera di quello stesso 9 Novembre 1989, Berlino e tutto il mondo videro che le cose erano cambiate.
La preghiera di Gesù, «che tutti siano una cosa sola», non può librarsi nel vuoto. Per questo è mia ferma convinzione: lo Spirito di Dio porterà a compimento l’opera che ha iniziato.

BibliografiaPeter Neuner, Teologia ecumenica (BTC 110), Brescia 2000.
Peter Neuner – Birgitta Kleinschwärzer-Mesiter, Breve manuale dell’Ecumene (Gdt 162, nuova edizione), Brescia 2001.
Angelo Maffeis (ed.), Dossier sulla giustificazione (Gdt 276), Brescia 2000.
Angelo Maffeis, Il dialogo ecumenico (PBR 23), Brescia 2000.

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