In prossimità delle feste, anticipiamo ai nostri lettori e lettrici un estratto dal libro di James F. McGrath, Il Nuovo Testamento dalla A alla Z, che arriverà nelle librerie a fine gennaio. Tanti auguri di buon Natale e di buone letture!

Avvertenze per non-esperti di stalle e mangiatoie…
Essendo cresciuto in città, penso di non essermi mai imbattuto nell’espressione «Ma sei nato in una stalla?». La prima volta che l’ho sentita, non ho capito subito che chi me l’aveva detta mi stava avvertendo che avevo lasciato la porta aperta e mi stava domandando di chiuderla. Probabilmente l’espressione deriva da un contesto in cui la gente è a contatto con le stalle quanto basta per avere un’idea di come qualcuno potrebbe comportarsi, o non prestare attenzione, se gli è capitato di nascerci. Non so quanti lettori di questo libro possano spuntare la casella “Conosco le stalle” e quanti, come me, non ne sappiano nulla. Ma molti lettori di questo libro condivideranno una convinzione sulle stalle – ovvero che Gesù è nato in una stalla.
Se esaminate con attenzione le storie neotestamentarie sulla nascita di Gesù, scoprirete che la parola “stalla” non vi compare. Anche se non posso dire di aver controllato ogni singola traduzione mai fatta, ne sono comunque certo. Allora perché la gente pensa di sapere che Gesù è nato in una stalla? È probabile che la risposta torni indietro in forma di domanda: e dove altro si può trovare una mangiatoia? Questa, a quanto pare, è proprio la domanda giusta da porre. Nemmeno le mangiatoie sono note alle persone di città, tanto è vero che potreste sentire qualcuno dire che Gesù è «nato in una mangiatoia». Ma se lo dice, è chiaro che non sa cos’è una mangiatoia. Nessuno che ne sia al corrente si immaginerebbe Maria che cerca impacciata di dare alla luce suo figlio proprio dentro una mangiatoia per animali. Una stalla è già abbastanza scomoda e il parto abbastanza doloroso. Non c’è bisogno di farla soffrire ulteriormente!
Mettiamo da parte questo doloroso fraintendimento e torniamo alla domanda che abbiamo sollevato: dove si può trovare una mangiatoia se non in una stalla o in un granaio/magazzino e perché mai dovremmo considerare altre possibilità? Anzitutto, è bene dire che nel Nuovo Testamento i granai sono menzionati, se c’è da fidarsi delle traduzioni (Mt 3,12; 6,26; 13,30; Lc 3,17; 12,18.24): non è che cose del genere non esistessero nell’antichità.
… né di antichi magazzini
La parola greca apothḗkē indica un magazzino di qualunque tipo, che sia per il grano o altre cose. Non si tratta ancora del magazzino moderno che può essere pieno di fieno e dotato di un recinto per gli animali né di una stalla, ma non è poi così diverso. Gran parte dei lettori del Vangelo di Luca non pensa che Gesù sia nato in un posto che era soltanto o soprattutto un magazzino per il grano (o per qualche altra cosa) o persino un granaio che ospitava una stalla, ma (se c’è da fidarsi di presepi e dipinti) in un piccolo capanno in un vicolo sul retro. Tuttavia, dato che il testo non li menziona, la domanda cruciale non è come siano fatti un granaio né tantomeno una stalla, ma perché i lettori moderni li infilino nella loro immagine della nascita di Gesù quando queste parole non ricorrono nel testo. La risposta è perché pensiamo sia ovvio dove si possa trovare una mangiatoia.
Ma ciò che è ovvio in una cultura o in un’epoca potrebbe essere del tutto estraneo e ignoto in un’altra. Allo stesso modo, ciò che potrebbe essere sembrato ovvio a un autore antico e ai suoi primi lettori, talmente ovvio che non c’era bisogno di specificarlo, potrebbe non venire mai in mente a noi che leggiamo oggi, a meno che non ci prendiamo il tempo e ci sforziamo di informarci sui modi antichi di fare le cose.
Più di ogni altra cosa, scavare nel retroterra culturale della storia della nascita di Gesù nel Vangelo di Luca ci fa prendere coscienza dell’enorme divario economico che ci separa dall’autore e dai primi lettori di quella storia, così come da Gesù e la sua famiglia. Per alcuni lettori le stalle sono forse insolite, cose viste solo in TV, nei film o durante qualche sporadica gita in campagna. Altri lettori, per esperienza diretta, le conosceranno come le proprie tasche. Ma in entrambi i casi noi leggiamo il Nuovo Testamento attraverso la lente di un privilegio economico inimmaginabile per le persone comuni al tempo di Gesù. La stragrande maggioranza di loro, che fossero agricoltori o allevatori, non possedeva grandi proprietà con ampie strutture per proteggere il grano o il bestiame. Al tempo e nell’ambiente di Gesù, la notte una persona comune avrebbe portato i suoi pochi animali in casa per buona parte dell’anno. Se esisteva qualcosa che potremmo chiamare una “stalla”, si trovava dentro la struttura della casa, e così anche le mangiatoie. Se dopo la nascita Gesù è stato posto in una mangiatoia, gran parte dei lettori mediterranei antichi avrebbe dedotto che la mangiatoia si trovava in una casa.
E la locanda?!
Alcuni lettori staranno già obiettando nelle loro teste: certo, gli animali in casa saranno pure la norma, ma in questo caso abbiamo a che fare con un alloggio e quindi, se aveva una mangiatoia, di sicuro si sarebbe trovata in una stalla, giusto? In effetti, sembra verosimile che una locanda avesse una stalla dove la notte si potevano legare e tenere al sicuro gli animali cavalcati dagli ospiti. Ma neppure questo è ciò che gran parte delle persone immagina quando legge la storia del Natale, ovvero un posto dove i viandanti potevano andare e venire e dove c’erano perlopiù cavalli e asini. Tuttavia, un aspetto ancora più importante è che la storia del Vangelo di Luca non usa la parola che vuol dire “locanda”.
Ciò potrebbe sorprendervi, ma non avrebbe sorpreso i primi lettori di Luca. Nell’antico mondo mediterraneo non erano le locande il luogo dove gran parte delle persone soggiornava quando era in viaggio. Pensate all’apostolo Paolo in Atti, che viaggia per il mondo mediterraneo sia per mare che per terra. Quante volte va in un hotel? Neanche una. Quando immaginiamo le persone dell’antichità che lo fanno, stiamo proiettando nel testo le culture del mondo odierno. Ci figuriamo Giuseppe e Maria che sfrecciano per l’antica tangenziale sul loro asino e oltrepassano un’infinità di insegne lampeggianti con scritto: “Completo”.
Ospitalità e compassione, virtù antiche e moderne
Ma non è quel che è accaduto nel contesto culturale antico in cui la storia è ambientata. Persino oggi, nelle culture con valori simili a quelli del mondo del Nuovo Testamento, se qualcuno con contatti di qualsiasi tipo dovesse arrivare in città senza alcun preavviso e andare in un hotel, i suoi conoscenti locali ne sarebbero profondamente offesi. Come vediamo fare Gesù, e più tardi Paolo e altri, le persone contavano sull’ospitalità. Stavi con qualcuno che conoscevi, o con qualcuno che conosceva qualcuno che conoscevi. Qualora il contatto fosse meno stretto, se necessario portavi con te una lettera di raccomandazione. Il solo caso in cui si sarebbe ricorsi a un albergo era quando non si poteva contare su nessuna di queste reti di conoscenze. Era così, a volte, per commercianti e stranieri. 
Non sorprende quindi che la parola che indica un albergo a un certo punto compaia nel Vangelo di Luca: nella parabola del buon samaritano. In Giudea il samaritano è uno straniero e non è particolarmente benvoluto, quindi porta l’uomo che ha soccorso in un albergo. L’uomo soccorso, dato che è incosciente e nudo, potrebbe appartenere a qualsiasi popolo e non c’era modo di sapere se aveva qualche contatto locale. La vera ragione per cui all’uomo vengono rubati i vestiti nella storia non è perché questa fosse una cosa tipica, ma perché questo lo priva di tutto quel che avrebbe potuto indicare la sua appartenenza allo stesso popolo dei passanti. Il samaritano lo aiuta comunque. Non sa se l’uomo è un ebreo, un samaritano o altro. Ha compassione di lui come essere umano.
La stanza in più…
La parola che gran parte delle traduzioni odierne rende con “alloggio” nel racconto lucano dell’infanzia ricorre anche altrove nel vangelo, quando si fa riferimento alla “stanza” dove i discepoli devono preparare la Pasqua e in cui si svolge l’ultima Cena (Lc 22,11; anche Mc 14,14). È una delle stanze in più di una casa, che di norma può fungere da camera per gli ospiti ma può anche fornire uno spazio per ospitare un banchetto con degli invitati. Se leggiamo il racconto dell’infanzia in Luca tenendo a mente questo significato, l’impressione che ne traiamo è diversa da quella che ricaveremmo dalle tipiche rinarrazioni moderne del racconto di Natale.
La casa in cui Giuseppe e Maria sono arrivati è gremita. Contano sull’ospitalità di chiunque gliel’abbia offerta. Mettono Gesù in una mangiatoia appena oltre lo spazio abitabile adiacente al punto in cui gli animali venivano portati in casa la notte. Perché non stanno in una stanza libera o qualche altra sistemazione migliore? Luca non lo dice ai lettori in modo esplicito, perché la risposta sarebbe apparsa ovvia: è perché altre persone ritenute ospiti più importanti stavano già occupando l’eventuale stanza che la casa poteva avere in più.
… ma per gli ospiti vip!
Così, un elemento resta identico rispetto alle moderne idee occidentali su ciò che è accaduto. La famiglia conta sull’ospitalità e al suo arrivo non trova accoglienza. Anzi, semmai questo significato si fa più chiaro se si passa a una ricostruzione dei fatti più plausibile da un punto di vista storico e culturale. Nel mondo moderno il fatto che gli hotel siano pieni vuol dire soltanto che si è avuto sfortuna, oppure che si tiene un importante congresso in città. Ma per come l’avrebbero intesa i lettori di Luca, la storia indica ben più di una mancanza di fortuna o di spazio disponibile. Indica che Giuseppe e Maria non erano gli ospiti più importanti in casa di un parente nella città natale dell’illustre antenato di Giuseppe, Davide. Era stato mostrato loro quel minimo di ospitalità che era richiesto dalla cultura e dall’obbligo avvertito dai padroni di casa. Altri, a quanto pare, erano stati ritenuti degni di uno spazio migliore, mentre Giuseppe e Maria (e poi Gesù) si sono dovuti accontentare di quello che era rimasto.
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