24/05/2017
369. 28 MAGGIO 1974 - MEMORIA DELLE VITTIME di Rosino Gibellini
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In occasione della ricorrenza della strage di Piazza Loggia (Brescia, 28 maggio 1974), proponiamo un testo di Rosino Gibellini, letto il 27 maggio 2015 in occasione della commemorazione della strage e della presentazione del libro di Emanuele Severino Piazza della Loggia. Una strage politica (Morcelliana, Brescia 2015). L’intervento è stato in seguito pubblicato sulla rivista Humanitas 3/2015.

 

   
Alcuni ricordi (nel senso etimologico di ricondurre, non solo alla mente, ma al cuore).

Ricordo perfettamente quel giorno di 40 anni fa. Giorno di lavoro normale, come per la maggioranza dei cittadini/cittadine bresciani. Attivo in una casa editrice, avevo una visita, il prof. Dario Antiseri (noto filosofo ora in Italia): era arrivato da Padova – dove allora insegnava – alla sede dell’Editrice Queriniana, per consegnare un libro tradotto dal tedesco, e per discutere alcuni punti della traduzione e presentazione.

Giornata di lavoro editoriale.

Presto arrivano notizie allarmanti, ma frammentarie. Si continua il lavoro al mattino e al pomeriggio.

A sera, le notizie sono più dettagliate; e dopo la cenetta in comunità, decidiamo – noi due che avevamo lavorato insieme tutta la giornata, di recarci in Piazza Loggia. Deserta (anche se ben vigilata), ma accessibile. Frequentata, verso le ore 20.00-21.00, da un centinaio di persone, si poteva percorrerla in tutta la sua lunghezza. C’era – nonostante la gente che la percorreva – un silenzio religioso.

Percorrendo più volte la Piazza, abbiamo pregato.

Le notizie sono poi arrivate nella drammaticità dei numeri delle vittime e dei feriti. Un attentato dinamitardo. Una «strage»: parola che ormai usa la storiografia (che si avvale di firme prestigiose: Severino, Bobbio, Corsini, Zane, e attende le ultime pagine).

Ricordo ancora la Messa di suffragio, seguita da me al televisore, celebrata dal vescovo Morstabilini in Piazza Loggia, gremita di una folla enorme, che si riversava nelle vie adiacenti. La moltitudine, venuta anche da fuori e da lontano, certamente, non era silenziosa. Per questo – il vicario episcopale per la cultura, che assisteva il vescovo, don Enzo Giammancheri (sacerdote bresciano molto noto), prima dell’inizio della celebrazione della Santa Messa richiamò al silenzio, in quanto – per i credenti (si espresse così) la Messa è un atto religioso che esigeva rispetto da tutti, e che rende presente l’atto di amore della croce di Cristo, a cui la chiesa affidava l’anima delle otto vittime, falciate barbaramente dalla bomba, e la sofferenza dei 102 feriti, anticipando così alcune linee della omelia del vescovo, che esprimeva il sentimento del pastore e interpretava la ferita inferta alla città e la profanazione della Piazza, dove si celebrava la Messa. Credo che tutta la città (quella rimasta a casa) abbia seguito il rito con attenzione e partecipazione, incollata, come si suol dire, davanti al televisore.

Il rito religioso – richiesto dai familiari delle vittime – si concludeva con la recita del Salmo del lutto, il salmo 129 (130), forse il salmo più recitato durante i secoli, da quando esprime l’invocazione per i defunti. È il De profundis nella traduzione latina dell’ebraista e grecista s. Girolamo: è una poesia orante – come la commenta il biblista Ravasi – «che sale dai gorghi infernali della morte e del male». Risentiamo quelle 52 parole, che hanno accompagnato le vittime della strage – ad una ad una, con il loro nome – al riposo eterno.

 

Salmo 129 (130)
«Dal profondo a te grido, o Signore;
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia supplica.
 
Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi ti può resistere?
 
Ma con te è il perdono:
così avremo il tuo timore.
 
Io spero, Signore.
Spera l’anima mia,
attendo la sua parola.
 
L’anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinelle all’aurora.
 
Più che le sentinelle all’aurora,
perché con il Signore è la misericordia
e grande è con lui la redenzione».

 
Pregare non è evadere dall’azione, ma inserirsi in un processo. Un grande teologo contemporaneo, Jürgen Moltmann, parlando del Dio biblico, invocato nei Salmi e nel Nuovo Testamento, così si esprime: «Dio è il nome di un itinerario» (Wegname), nel senso che la fede in Dio inserisce in un processo, che è ricerca della verità, esercizio di pace, giustizia, riconciliazione.

Del fatto, crudele e drammatico, rimane, quasi memoria pubblica quotidiana, la stele con i nomi dei morti. E rimane la memoria, che si rinnova, di anno in anno, da parte di una città, non immemore di quel tragico 28 maggio 1974.

Il far memoria – ogni anno – ci aiuta a rimarginare la ferita.

Recentemente papa Francesco, nel ripercorrere la storia delle stragi del Novecento – che arrivano fino alla “città martire”, la cosmopolita Aleppo dei nostri giorni – ha affermato: «Ricordare è necessario, anzi doveroso, perché laddove non sussiste la memoria, il male tiene ancora aperta la ferita; nascondere o negare il male è come lasciare che la ferita continui a sanguinare senza medicarla».

La memoria ha funzione terapeutica, soprattutto nel nostro tempo della globalizzazione, che, secondo molte analisi, si rivela, nel suo esasperato individualismo, epoca di apatia e amnesia culturale, insensibile alla storia delle sofferenze degli altri, che dovrebbe invece aprirsi a “globalizzare la solidarietà”, secondo il costante magistero di papa Francesco.

Oltre le celebrazioni del 41° Anniversario dell’evento di lutto, che ha cambiato la storia della città – che si esprimeva nelle parole in fide et lenitate, «nella fede e nella mitezza» – rimane la stele di Piazza della Loggia, dedicata alle vittime.

Quando passo per questa Piazza, davanti alla stele, mormoro sempre una preghiera, la preghiera cristiana: “Riposino in pace”.

Talvolta accompagno anche visitatori stranieri, e ci soffermiamo davanti alla stele, anche se non è facile narrare una strage (soprattutto oggi nella città plurietnica). Anni fa accompagnavo in visita alcuni giapponesi buddisti, che mi hanno ricordato che una città nel loro Paese è assurta a simbolo delle città ferite dalla violenza, Hiroshima, colpita, a sorpresa, dalla prima bomba atomica il 6 agosto 1945 (a giorni si celebrerà quest’anno il 70° anniversario). E mi ricordavano che sul tumulo simbolo delle oltre 100mila vittime, sfigurate e bruciate dal fuoco, sta scritto (in inglese) come monito:

«Abbiamo fatto male.
Non lo faremo più».


Anche dalla stele della nostra Piazza della Loggia parte un monito, che vorrei formulare con le parole di Giovanni Paolo II, pronunciate (nel febbraio 1981) – proprio a Hiroshima, la città rinata dalle ceneri, davanti al tumulo delle vittime della violenza.

Il papa parlava interpretando la storia della sofferenza di città e popoli:

«Ascoltate la mia voce,
quando vi chiedo di instillare
nel cuore di tutti gli esseri umani
la saggezza della pace,
la forza della giustizia,
la gioia della fraternità».


Possiamo unirci a questa preghiera, accogliere questa autorevole esortazione a una visione e pratica di umanità, nella memoria che celebriamo della strage che ha ferito la nostra città.

 



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Forum teologico, a cura di Rosino Gibellini
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