09/11/2018
416. «ERO SEDUTO SU UNA MINIERA D'ORO» di Jean Vanier
Ingrandisci carattere Rimpicciolisci carattere

Riproduciamo di seguito parte di un’intervista concessa da Jean Vanier a Christophe Chaland della rivista francese Panorama, in cui il noto fondatore delle Comunità dell’Arca si racconta e commenta anche alcuni dei temi d’attualità più stringenti. Di Vanier, Queriniana ha da poco dato alle stampe un volume che affronta Le grandi domande della vita.

 

 

 

D.: La sua relazione personale con Dio, come si è evoluta?

R.: Vengo da una famiglia cristiana. Adolescente, sono entrato nella Marina. Ho scoperto presto che non c’era alcun senso nell’universo al di fuori di Dio, il Creatore di tutte le cose. Ho anche sentito Gesù come un maestro che trasmetteva una visione umana e divina, una visione per il mondo. Una visione profondamente morale e legata alla pratica liturgica. Successivamente, con l’Arca, ho scoperto un Dio che si manifestava nello sguardo del bambino. Il Dio di Gesù che è piccolo. Un Dio che vuole – vi sembrerà strano! – che lo si prenda in braccio. Un Dio umile. Basta pensare al testo dell’Apocalisse: «Sto alla porta e busso. Se uno ode e mi apre, io entro e divento suo amico» (Ap 3,20). È un Dio che non si impone, che attende. Un Dio che dice a Maria: «Diventerai la Madre del Salvatore» e aspetta poi il suo sì. Un Dio che si sottomette alla nostra libertà. Più vado avanti e più sono colpito dalla piccolezza di Dio che dice: «Ho bisogno che tu mi ami».

 

D.: Un Dio che anche agisce nella nostra vita?

R.: Oggi nel mondo ci sono 134 comunità dell’Arca. E ci sono anche 1500 comunità Fede e Luce. Ho proprio l’impressione che Dio si sia servito di me – anzi, per me è evidente. Come anche di tanti altri. Non ho mai avuto un piano. Ho sempre fatto fatica, ancora oggi, a considerarmi fondatore. Conosco persone che sono state veri e propri fondatori, in quanto sapevano bene ciò che volevano. Io no, assolutamente! Ho scoperto le ingiustizie che venivano fatte sulle persone con handicap e ho accolto due di esse, perché il p. Thomas me li aveva fatti incontrare. Pensavo che avrei passato il resto della mia vita con due o tre persone, ma poi ho scoperto che ero “seduto su una miniera d’oro”: la spiritualità della trasformazione grazie ai poveri, a contatto con i poveri, una nuova visione della Chiesa: la Chiesa dei poveri. Ho scoperto qualcosa di inatteso. L’ecumenismo, il dialogo interreligioso.

 

D.: Ecumenismo e dialogo interreligioso sono temi importanti della vita della Chiesa oggi, insieme con l’opzione preferenziale per i poveri.

R.: Si, ma all’Arca, viviamo l’ecumenismo e il dialogo interreligioso attraverso i poveri. Non attraverso un semplice desiderio di ecumenismo o di dialogo interreligioso. Io amo i musulmani non perché voglio essere vicino a loro, ma: vivendo con musulmani, ortodossi, protestanti, io li amo. Comincio ad amare le loro origini, le loro intenzioni. È la vita insieme che ci conduce verso l’ecumenismo o il dialogo interreligioso.

 

D.: Lei evoca la debolezza di Dio, la sua discrezione. Sono però due cose che possono suscitare il dubbio. È stato mai provato nella fede?

R.: No, io non posso dire di essere stato provato nella fede. Ho piuttosto conosciuto le prove della vita comunitaria, i conflitti, la prova di non sapere cosa o come fare, in situazioni difficili. Ho sofferto, per esempio, negli anni Ottanta quando sono venuto a Roma, al Pontificio Consiglio per i laici. Mi si chiese: «Ma l’Arca è cattolica?», e io risposi: «No, non possiamo dirlo, perché non tutti tra noi sono cattolici: abbiamo fratelli musulmani, altri non credenti. Quello che io vorrei per l’Arca è uno statuto, dato dalla Chiesa, per i cattolici della comunità». Mi è stato risposto: «Con lei non possiamo proseguire la discussione». Ma anche questo non mi ha portato a dubitare. A volte, vedo che nella Chiesa c’è troppa paura, troppa chiusura. Questo mi rattrista, ma non così profondamente. In me, credo ci sia una tale fiducia nella mia esperienza: io ho sperimentato una presenza di Dio. È un’esperienza fisica: Gesù nascosto nei corpi che soffrono. Credo che la mia fede sia sempre stata legata a questa esperienza.

 

D.: Ha quindi fiducia nella Chiesa cattolica?

R.: Ho sempre avuto fiducia nell’eucaristia e nel vangelo. Quando leggo il vangelo, vi trovo una visione, una prospettiva per tutta la società umana, non solo per quella ecclesiale. Ho vissuto la guerra, ho visto deportati venire da Buchenwald, da Dachau. C’è in me qualcosa che mi spinge a lottare per la pace. A ricercare come agire affinché gli esseri umani si uniscano fra loro. Il vangelo rivela un Gesù assetato di unità: va verso i Greci, verso i Romani, verso i capi dei sacerdoti, verso i lebbrosi, verso i Samaritani. Egli unisce tutti. Tutto il suo messaggio è riportare all’unità[1].

Temo che, nella Chiesa, ci si chiuda quando si perde di vista questo messaggio: ogni essere umano è prezioso, al di là del suo handicap, delle sue capacità; ognuno ha bisogno di essere amato e ognuno è importante. Se manca questa visione e viene meno il desiderio di riavvicinare gli esseri umani, ci si rinchiude sulla Chiesa, perché bisogna difenderla. Ma la Chiesa non ha assolutamente bisogno di essere protetta, difesa. È la Chiesa di Gesù, e Gesù non ha bisogno di essere protetto! Lui sa quello che fa. Lo Spirito santo è stato promesso alla Chiesa, e quindi non c’è da aver paura! Tutto il messaggio di Gesù consiste nell’affrettarsi ad annunciare una buona novella ai poveri. Il pericolo sta nel realizzare una Chiesa in cui ci si rinchiuda nella fede – una fede “purificata”, ci si dice –, invece di scoprire che il mistero della Chiesa è innanzitutto un mistero di missione. Annunciare una buona notizia non è fare bei discorsi: è impegnarsi con i poveri. Non si tratta di dire al povero: «Sei amato». Si tratta invece di vivere con lui, con loro. Cosa faceva Gesù? Mangiava con peccatori, con prostitute, con le persone più diverse. Ha rivelato alla gente il suo amore stando loro vicino, non con tante belle parole.

 

D.: Nella sua vita, molto attiva, lei è sempre riuscito a ritagliarsi del tempo per la preghiera, per la vita interiore?

R.: Direi di sì. Intanto, io mi sono dato una regola assoluta: trascorrere il mese di agosto in monastero. Lo faccio da quarant’anni: sono uno che ha bisogno di pregare. Non soltanto di pregare, ma anche bisogno di comprendere. In me c’è un lavoro intellettuale costante. Questo mi fa molto bene. Come se tra la vita quotidiana e l’orazione ci fosse bisogno della struttura di un’intelligenza. È necessario per me avere dello spazio e l’ho sempre preso. Ora, passo molto del mio tempo ad annunciare il vangelo. Per me è molto importante parlare di Gesù come anche dei suoi grandi discepoli che, come lui, sono andati fino in fondo. Martin Luther King, Óscar Romero e tanti altri. Essi hanno annunciato e vissuto la buona novella.

 

 

© 2018 by Panorama

© 2018 by Teologi@Internet

Forum teologico diretto da Rosino Gibellini

Editrice Queriniana, Brescia (UE)

 


[1] [Quanto all’eucaristia, la stessa Preghiera eucaristica che il sacerdote recita ad ogni messa a nome di tutta la comunità non è altro che un’incessante invocazione del dono dell’unità, dall’inizio alla fine (ndr)].

Teologi@Internet: giornale telematico diretto da Rosino Gibellini